È frutto di un’impresa collettiva – che ha coinvolto il Gruppo di lavoro del Concorso letterario Lingua Madre – il volume Pagine di pace. Pensieri, scritti, pratiche di donne, curato nel 2025 per Iacobelli editore da Daniela Finocchi (che di Lingua Madre è stata vent’anni fa l’ideatrice) e da Luisa Ricaldone, cui abbiamo da poco dedicato un breve ricordo all’indomani della scomparsa.
Tra i saggi raccolti si segnala per ampiezza e per vastità d’orizzonte quello di Adriana Chemello, collocato in apertura e intitolato Pensare la pace in tempo di guerra. Scritti di donne tra Ottocento e Novecento: in cui la sezione centrale è dedicata a «una figura di donna lungimirante, anticipatrice di un pensiero critico radicale nei confronti dell’apparato militare e dell’ideologia che lo sostiene», ovvero a Bertha von Suttner, denominata «la baronessa della pace», autrice nel 1889 di un libro – Giù le armi! Storia di una vita – che venne tradotto in venti lingue e le guadagnò nel 1905 il Nobel per la Pace. Di quel romanzo, ove la finzione letteraria si fonda sul recupero memoriale, Chemello evidenzia la lucida denuncia di tre pericoli, rappresentati dai nazionalismi insorgenti, dalla corsa al riarmo e dalle propagande mistificatorie, in una fase storica che presenta purtroppo varie analogie con il nostro presente. Anche il lessico mette a nudo la retorica bellicista: nelle pagine di von Suttner il conflitto armato si riduce alla realtà del macello e a una carneficina comandata, con piena consapevolezza dell’inganno insito nella narrazione dei governi: «Nel gioco della guerra esistono tacite convenzioni. Ammazzare non significa più ammazzare; la rapina non si chiama più rapina, ma requisizione; i villaggi messi a fuoco non rappresentano più un colossale incendio, ma semplicemente una posizione presa. E finché la partita dura, le leggi del codice, del catechismo e dei costumi “non contano”».
Ma Chemello mette in risalto il progressivo affiancarsi – all’attività letteraria e alla denuncia – di un impegno politico della scrittrice, orientato alla ricerca di strade adeguate a prevenire le guerre future, soprattutto tramite un «arbitrato internazionale» in grado di porre fine ai «rapporti ancora selvaggi» tra i popoli. E di quell’impegno ripercorre le tappe, dalla fondazione della Società austriaca per la Pace alla Conferenza mondiale per la Pace − tenutasi a Roma in Campidoglio nel 1891 − e sino alle tre Conferenze di pace dell’Aja del 1899, del 1907 e del 1913 (Bertha sarebbe morta l’anno successivo, pochi giorni prima dell’attentato di Sarajevo).
Accanto alla personalità e all’opera di von Suttner – meritevoli di ulteriori ricerche – e a quelle di un’autrice friulana poco conosciuta, Caterina Percoto (1812-1887), il saggio di Chemello richiama i Pensieri di pace durante un’incursione aerea scritti da Virginia Woolf nell’agosto del 1940 − in cui si auspica un disarmo che nasca dalla trasformazione delle coscienze – e un’intervista concessa da Edith Bruck nel 2022 in cui esprimeva la propria contrarietà all’invio di armi ai paesi belligeranti: «L’arma porta la morte. Si fornisca pane, si fornisca aiuto. Tutto, meno che le armi. Il mondo è pieno di armi. Ne vogliamo ancora di più? Quando creano armi, le creano per uccidere. Vogliamo fare del mondo, come diceva mio marito Nelo Risi, un Museo delle armi?».
Ancora, tra le operatrici di pace attive nel nostro paese nel secondo dopoguerra, si segnalano specialmente Anna Garofalo, collaboratrice di importanti testate e nota soprattutto per il suo ‘diario radiofonico’, e Maria Remiddi, che nel ’46 dette vita all’Associazione internazionale madri unite per la pace; mentre figure emblematiche del messaggio antibellicista delle donne sono state per Chemello – in giorni a noi vicini – Irina e Albina, «le due donne, ucraina l’una e russa l’altra, volute da Papa Bergoglio a rappresentare la XIII stazione della Via Crucis del Venerdì Santo, la cui foto è destinata a entrare nella storia come icona parlante della Pasqua 2022, una “Pasqua di guerra”. Una foto altamente evocativa: le mani delle due donne si sfiorano e si intrecciano attorno al legno della croce. I loro sguardi, pur carichi di sofferenza, dolore, disperazione per il presente incupito dagli orrori della guerra, si scambiano una reciproca carezza, aprendosi verso una riconciliazione per le nazioni in conflitto. Un’immagine simbolica ed eloquente che predica la forza delle donne, la potenza dell’amicizia tra donne, la loro capacità di darsi reciproca autorevolezza».
Tra i saggi che seguono, assume particolare rilievo quello che Valeria Gennero dedica a Pearl S. Buck e la Seconda guerra mondiale, in cui la biografia e la produzione della scrittrice americana vengono ripercorse a partire dall’esperienza decisiva degli trascorsi in Oriente con i genitori – missionari presbiteriani – «nella transizione dalla Cina imperiale a quella repubblicana», e sino ai romanzi ambientati nella seconda guerra sino-giapponese. Buck mette in luce il fanatismo intollerante che nella propria famiglia scaturiva dalla «convinzione di avere Dio dalla propria parte»; e narrando la vicenda della madre evidenzia come in quel mondo l’etnocentrismo razzista si associasse alla più feroce misoginia («Ho odiato san Paolo con tutto il cuore»). Ma la sua «cancellazione dalla storia letteraria statunitense dopo l’inizio della Guerra fredda” – nonostante il Nobel per la letteratura ottenuto nel ’38 – sembra innanzitutto imputabile a uno scritto del ’43, What America means to me, che indicava «i dogmi fascisti disseminati nella società americana: il pregiudizio razziale, l’insofferenza per la lentezza dei processi democratici e l’avidità negli affari». Accanto a «un elogio emersoniano del paesaggio naturale americano (ove la vera bellezza è quella indomita della natura non ancora in armonia con l’uomo)», non cessò di ribadire che «la guerra contro il fascismo, per essere vinta, richiede la volontà di combattere per un obiettivo più grande: la libertà dal business imperialista».
Alcuni interessanti contributi, nel volume, vengono da autrici immigrate dall’Africa o dal Sudamerica: come nel caso di Rahma Nur, nata in Somalia e vincitrice di vari premi letterari nel nostro paese; o dell’argentina Betina Liliàn Prenz – emigrata a seguito del golpe del 1976 – che interviene sulla vicenda delle Madri di Plaza de Mayo; o della brasiliana Claudileia Lemes Dias, che presenta un testo narrativo «con una protagonista scimpanzé, per richiamare l’attenzione sul fatto che ci sono esseri viventi che sono lasciati indietro quando raccontiamo la guerra, esseri che avvertono il nostro stesso dolore».
Sull’impatto ambientale delle guerre si sofferma a sua volta Elena Pineschi parlando di Distruzioni sistemiche («è un ciclo di morte che passa tra terra, aria, persone, animali, batteri, piante»), mentre i ricordi di una lunga militanza pacifista – da Sarajevo all’Iraq, visitata con l’associazione Un ponte per – traspaiono nella testimonianza di Pinuccia Corrias. Infine, il saggio di Luisa Ricaldone propone (in margine a riletture di Simone Weil e di Svetlana Aleksievic) alcune stimolanti riflessioni: dall’invito di Judith Butler a «superare la tendenza a schierarci, rompendo la logica duale», al monito di Hanna Arendt, secondo cui «gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare». E sino all’affermazione di Dacia Maraini che nega la fatalità della guerra: «perché non credere invece che, come è stata abolita la schiavitù, così la guerra può essere sostituita con la contrattazione e la diplomazia internazionale?’».
Quanto al titolo scelto da Ricaldone – Che ne è in letteratura della “più grande rivoluzione di specie”? – proviene da una poesia di Mariangela Gualtieri (Come si fa, del 2022), di cui è il caso di citare almeno l’ultima strofa:
Sarebbe la più grande rivoluzione della specie:
risolvere i conflitti col nostro ragionare
intelligente – in compassione. Risolverli parlando e tacendo,
donne e uomini insieme,
con ricorrenti abbracci e ricordare ciò che più vogliamo, il nostro fine supremo.
Stare nella pace. Abitare la terra
In un respiro grato. Noi, ultimi arrivati.






