Letture della XV domenica: Isaia 55,10s e Matteo 13,1-23

Gesù ha sicuramente raccontato la paraboletta del seme che cresce da solo (unicamente in Mc 4,26-29); quella grande odierna del seminatore è un ampliamento con all’incirca lo stesso significato. Invece la spiegazione della parabola in termini allegorici (Mt 13,18-23) è un’interpretazione occidentale: fra l’altro ci vuole un intellettuale raffinato per capire che i vari terreni corrispondano allegoricamente a determinate categorie di persone.

A sta a B come C sta a D. La parabola è invece un genere letterario palestinese che non ha nulla a che vedere con l’allegoria; non bisogna allegorizzare ma guardare a quello che la parabola dice, non a quello che non dice: essa non parla della Parola, degli uomini che la rifiutano o la perdono per varie vicissitudini: inganno-seduzioni della ricchezza, persecuzioni… Queste ultime riflettono chiaramente la situazione della prima comunità romana ai tempi di Nerone, per cui la spiegazione non può essere di Gesù che parlava a gente semplice: i suoi uditori analfabeti non avrebbero mai potuto comprendere una simile delucidazione astratta.

Liquidata quindi l’esegesi postuma, veniamo alla parabola che vuole dare un’idea sola in un punto culminante, la pointe di J. Dupont: nelle parabolette brevi come il granello di senape, il lievito, il tesoro e la perla (che leggeremo nelle due prossime domeniche) c’è infatti solo il culmine; in quelle lunghe il resto è “contorno” per evidenziarlo appunto al meglio.

Il lettore si fermi un attimo a pensare quale possa essere l’idea unica, prima che lo facciamo noi a seguire; senza quindi allegorizzare si prenda in considerazione solo quello che la parabola dice: essa non parla della parola di Dio o di persone, ma di semi, sassi, rovi e terreno buono!

L’idea centrale è facilmente comprensibile anche a un analfabeta: ossia la progressione verso il meglio. Sulla strada il seme non fa nulla finendo in pasto agli uccelli; tra i sassi inizia a germogliare ma lo sviluppo viene troncato; un po’ di più tra le spine, ma il processo si interrompe per soffocazione, sino al terreno buono, anche qui in progressione 30/60/100 per uno come nel più originario Marco 4,8 [Matteo invece inverte 100/60/30 in maniera infelice; il bravo Luca in 8,8 dice ottimamente “cento volte tanto”].

Quindi, sempre come suggerito da J. Dupont, possiamo impostare la proporzione A : B come C : D. Come il seme arriverà a produrre frutto, e frutto in abbondanza (A), nonostante le difficoltà e gli insuccessi iniziali (B), così il Regno di Dio (C) arriverà a fruttificare copiosamente, nonostante gli intoppi di partenza o di percorso (D). C ripete A, e D ripete esattamente B. L’unico ponte metaforico di trasferimento è nel determinare C, che sinteticamente abbiamo definito “Regno’: non è un caso che parecchie parabole (come quelle di domenica prossima) inizino con «il regno dei cieli è simile a…».

Ovviamente è il caso di ampliarlo meglio con ad es. la mia missione, il vangelo, il cristianesimo… saranno fecondi, e pure la Parola (del Regno in 13,19, ossia di Dio). È una iniezione di fiducia nelle traversie iniziali, e non una “predica” contro le debolezze, fragilità e mancanze di fede nella Parola (il moralismo della chiesa primitiva).

I significati sono due. Le parabole non sono neppure racconti esemplari, come invece ad es. quelle del buon Samaritano e del fariseo e pubblicano, che non sono parabole in senso stretto ma sono state chiamate tali per inglobare con un unico termine tutti queste narrazioni. Non è del tutto scorretto perché ad es. quella del prodigo è una sintesi fra i due generi letterari.

La differenza consiste nel fatto che nei racconti esemplari non c’ è da individuare alcun ponte simbolico, perché ti spiattellano davanti cosa bisogna fare in positivo o non-fare in negativo senza bisogno di voli pindarici. Il racconto esemplare è di un’immediata evidenza cristallina anche per le persone più semplici e non acculturate, mentre le parabole richiedono un certo sforzo, facilissimo per l’«intermedio» Prodigo, non difficile per il Seminatore, ma a volte un po’ più complesso come la zizzania che leggeremo domenica prossima [Mt 13,24-30: anche qui il suo senso non è nella spiegazione successiva di stampo allegorico sul giudizio finale in Mt 36-43, che avviene con Gesù che si ritira a casa in separata sede coi discepoli: la firma della chiesa primitiva!]. Non si tratta di disprezzare l’interpretazione allegorica che rimane nel suo insegnamento ecclesiastico (secondo senso del brano evangelico); ma se si coglie solo l’allegoria, si perde il primo e più importante significato, che è spesso quello di Gesù. I significati sono due! Uno originario parabolico, il secondo allegorico sulla Parola. Tuttavia nell’ottica occidentale i ben 4 diversi terreni spingono inevitabilmente nella direzione dell’allegoria, forse già nella mente del redattore per cui, volendo, possiamo considerarla una via di mezzo tra i due generi.

Il ciclo dell’acqua. La fiducia nei frutti e nel fecondare la terra (sia del seme-Regno che della parola di Dio) è ben espressa dalla prima lettura del Deutero-Isaia, col celeberrimo ciclo dell’acqua più di 2000 anni prima della scienza moderna: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e farla germogliare perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Isaia 55,10s).

In termini moderni 1) Evaporazione: il calore del Sole scalda l’acqua di oceani laghi e fiumi, trasformandola in vapore acqueo. 2) Condensazione: il vapore sale, si raffredda e torna allo stato liquido, formando microscopiche goccioline che si aggregano nelle nuvole. 3) Precipitazione: le goccioline d’acqua, diventate troppo pesanti per rimanere sospese, cadono al suolo sotto forma di pioggia, neve o grandine. 4) Infiltrazione: l’acqua caduta sul terreno penetra nel sottosuolo nutrendo le falde acquifere, oppure scorre in superficie (ruscellamento) tornando verso mari e fiumi. L’esistenza dell’acqua allo stato liquido [non ghiacciato o aeriforme, che comunque ben vengano] è la condizione indispensabile per il nostro tipo di vita.

Appendice scientifica: siamo soli nell’universo?

Per quanto ne sappiamo, l’acqua liquida è una cosa rara nell’Universo. Infatti, anche prendendo come campione il nostro sistema solare (ormai tutto esplorato), essa esiste ovviamente sulla Terra e molto probabilmente solo sotto i ghiacci (dove fa meno freddo) di Europa ed Encelado, due lune rispettivamente di Giove e Saturno; come sotto i ghiacci del nostro Polo Nord dove passano i sommergibili: non così sotto il polo Sud perché c’è un continente, in cui è stato tuttavia rilevato un grande lago con eventuali microrganismi rimasti isolati per milioni di anni.

La liquidità acquosa è fondamentale nella ricerca di vita su altri pianeti. È sbagliata l’equazione-formula famosa di Frank Drake tesa a stimare quali altre civiltà intelligenti possano esistere, perché basata sulle probabilità indipendenti come nel lancio dei dadi o di una moneta… La probabilità in questo modo è bassissima, quasi tendente a zero; ma le probabilità indipendenti sono tipiche solo dei giochi costruiti dall’uomo: roulette, lotto, tombola, lotterie, ecc., in cui non v’è alcuna relazione tra un singolo lancio (o estrazione) sia con quello successivo che con quello precedente.

Invece in natura le probabilità sono in genere dipendenti: ciò che precede causa, o influenza ciò che viene dopo. Con questo schema [dati i miliardi di miliardi di miliardi…di pianeti] la probabilità di avere almeno un pianeta con vita intelligente (non necessariamente sulla terra) sfiorava il 100%. Non ci siamo per caso; potevamo tutt’al più non essere qui ma altrove nel cosmo. Come può darsi che, con un universo esteso miliardi di anni-luce, esista un secondo pianeta con una civiltà tecnologica: date le enormi distanza il problema quasi insormontabile è comunicare.

Il candidato vicino più promettente è (tecnicamente) una Super-Terra con una massa 8 volte maggiore della nostra, non necessariamente di volume perché determinata da un massiccio materiale roccioso-metallico, intorno a una nana rossa [una delle numerose Gliese nel catalogo dell’omonimo astronomo tedesco] a soli 28 anni-luce da noi, quindi raggiungibile in tempi “umani”.