Michele Pellegrino, vescovo di Torino dal 1965 al 1977, è stato ricordato il 7 ottobre nella Sala Carpanini del Comune, con riferimento al corposo volume di Pier Giuseppe Accornero, Michele Pellegrino. L’uomo, lo studioso, il vescovo del Concilio (recensito su il foglio.info il 26 gennaio 2026). Testimoni memori di vicende, pensiero, e azione pastorale di Pellegrino hanno rievocato momenti vissuti, oltre il libro, perché ogni vita è più grande e intima di una ottima biografia.
La proposta a Paolo VI di nominare Pellegrino vescovo di Torino (immaginabile solo da alcuni estimatori, nel ristretto campo accademico e teologico) fu avanzata da tre persone impegnate nella Chiesa torinese (p. 106 di Accornero) a mons. Franco Costa (già assistente nazionale della Fuci, come successore di Montini), da decenni suo amico e diretto collaboratore. So direttamente che, già negli anni ’30, Costa aveva predetto a Montini l’elezione papale e quanto lui avrebbe esultato quel giorno! Mons. Costa presentò al Papa quella proposta torinese come unico nome, invece della terna richiesta, e fu ben accolta dal Papa, che non conosceva personalmente Pellegrino ma ne aveva stima, come ne aveva Costa, che ben lo conosceva.
Ricordo due momenti di Pellegrino vescovo, uno allegro e uno arrabbiato, in qualche riunione dei preti a Pianezza. Un simpatico prete di Collegno, dal cognome paradisiaco, fece un intervento allegramente ironico sulla scrittura e il linguaggio dell’arcivescovo, che rise a lungo, straordinariamente divertito. Invece, con un altro prete, che rappresentava l’ala contraria al Concilio, Pellegrino si scaldò molto, in un rimprovero severo, come non si era mai visto.
Verso la fine dell’episcopato di Pellegrino, si capì abbastanza chiaramente che Paolo VI, che pure aveva lodato la Camminare insieme, non ne era contento. Avrebbe detto anche, riferendosi a Bettazzi: “Non manderemo più bolognesi in Piemonte. Abbiamo fatto fin troppo mandando Pellegrino a Torino”. Nel 1977 feci visita a Genova a don Costa, negli ultimi mesi di vita, ed egli mi chiese se Pellegrino si era effettivamente dimesso (lo aveva annunciato pubblicamente il 1° gennaio!). Gli dissi che si sperava a Torino che non mandassero a disfare l’opera di Pellegrino, ed egli mi fece capire che il successore già prescelto era Ballestrero, dicendomi: «Sarà quello di Bari». Subito informato da me, Peradotto non ne sapeva nulla. E Pellegrino? Me lo sono sempre chiesto.
Conoscevo mons. Pellegrino dai primi anni ‘50, quando veniva nella Fuci torinese per alcune lezioni spirituali. Ho ritrovato per caso, nel mio magazzino di carte, vari quadernetti di cm 7×10 e 10×15 con miei appunti minuscoli da conversazioni di Pellegrino, di don Rolando, di don Gosso, dei proff. Minoli e Del Noce, di don Bussi, di Pio XII (radiomessaggio 8,12.1953), di don Kim Ming (a La Spezia: luci del cristianesimo in Confucio). Sette lezioni di Pellegrino sulla teologia ascetica (dall’ottobre 1953).
Mons. Pellegrino abitava in C. Francia, vicino a p. Bernini. Andavo qualche volta a confessarmi da lui. Gli chiesi se poteva farmi da guida spirituale. Con una certa mia sorpresa mi disse: «Bisogna imparare anche a guidarsi da soli». Poi abitò in c. Casale, accanto al motovelodromo. Mi disse che, venendo in tram all’Università, leggeva sempre un libro, anche in piedi. Mi disse che usava fare un pisolino pomeridiano, ma in poltrona, non sul letto. Mi fece notare, in un numero della rivista Studium, in una citazione greca, l’errore di uno spirito dolce invece che aspro (o viceversa). Quando morì mio nonno 99enne, nel 1954, mi disse che ormai conosceva quasi più morti che vivi.
Durante una visita di Pellegrino nella parrocchia di Pozzo Strada, conversando con una ventina di persone attorno ad un tavolo, mia mamma Luisa (del 1904, morta poi nel 1990) gli fece un’osservazione difendendo qualche ragione di Percelsi (era il tempo dei preti contestatori). Il vescovo ascoltò attentamente e rispose con tutta calma e precisione.
Appena entrato in Concilio, fu intervistato come usava per i nuovi padri conciliari. Un giornalista malizioso gli chiesi un giudizio su un teologo criticato quel giorno stesso sull’Osservatore Romano, che Pellegrino non aveva letto. Rispose con un certo apprezzamento di quel teologo, che fu notato. Qualche giorno dopo mi disse: «Ho capito che qui bisogna stare attenti a come si parla».
Quando uscì l’enciclica Humanae Vitae ero a pranzo invitato in una parrocchia. Sapendo di una mia maggiore confidenza col vescovo, gli altri mi spinsero a telefonargli, per esprimere il comune scontento. Ascoltò, non entrò in argomento, e si disse un po’ seccato del motivo, e a quell’ora. Gli chiesi scusa.
Nel citato incontro del 7 ottobre scorso, molti hanno notato che era presente la Vicesindaca Michela Favaro, ma non una rappresentanza ufficiale della Chiesa di Torino. Questo può accadere per i vari impegni. Ma alcuni hanno notato anche che, nel 2025, non è stato per nulla ricordato nel mondo cattolico (salvo errore) l’anniversario della nomina papale, il 18 settembre 1965, di Pellegrino a vescovo di Torino. Qualcuno si è chiesto: che sia per l’affermazione della libertà di ricerca anche in teologia, affermata da Pellegrino in Concilio? Oppure per la “scelta preferenziale dei poveri”? Rispetto ad altre memorie, si mette forse Pellegrino “tra oblio e rimozione”? Forse perché fu in qualche modo “divisivo”? Ma – qualcuno chiede − non furono divisivi Gesù, san Francesco d’Assisi, papa Francesco?…
Nel prossimo gennaio 2027 ci sarà una nuova occasione per ricordare Pellegrino nel cammino della Chiesa torinese: la conclusione del suo episcopato, alcuni suoi importanti interventi successivi , fino alla triste lunga malattia finale del suo cammino terreno.






