Commento al vangelo dei santi (Mt 5,1-12) e a quello della 31ª dom. (Mt 23,1-12)
Il vangelo ci presenta le beatitudini nella versione matteana, già commentata nella Commemorazione dei defunti. Riassumiamo la sostanza per poi dedicarci al vangelo importante della 31ª domenica nella lettura continua di Matteo, saltato per il prevalere della festa dei santi.
Il testo più originario si trova in Luca, già commentato nel Beati i poveri perché non saranno più poveri. Le prime tre beatitudini vanno prese insieme, considerate un tutt’uno: beati (felici) i miserabili, sofferenti affamati…, non perché sono tali e tali devono rimanere, bensì perché tutte le loro miserie (di qualsiasi tipo) “ora” stanno per essere ribaltate dal Regno; la felicità sta nel capovolgimento, non nel restare poveri. Quindi il discorso dice “no” alla miseria, e “no” all’opulenza, ovviamente per il fiorire della vita di tutti gli umani.
La dimenticanza di Matteo. Invece Matteo le ha spiritualizzate generando (suo malgrado) una notevole confusione perché, da negativi da superare, diventano dei positivi, delle virtù morali da praticare, come i puri di cuore e soprattutto «gli operatori di pace che saranno chiamati figli di Dio»; dato che il verbo semitico «chiamare» è spesso equivalente al nostro verbo «essere» tout court (come già detto in passato), siamo figli di Dio soprattutto e in primo luogo nell’operare la pace (e non solo nel battesimo). Certo non c’è contraddizione, anzi complementarietà; ad es. per vincere la fame nel mondo (negativo da vincere) occorrono gli affamati di giustizia (virtù positiva), in modo perfettamente confacente e consono.
Non è perciò questo il problema, ma il fatto che il primo evangelista si sia… dimenticato di spiritualizzare la seconda (sugli afflitti), per cui la trappola è scattata: in un contesto globale di rettitudine morale, anche l’afflizione-sofferenza è diventata una qualità meritoria, in particolare un valore presso Dio tanto da essergli offerta in funzione espiatoria e sacrificale per la salvezza dei peccatori, per le anime del purgatorio ecc. Una trappola gigantesca che ha prodotto danni incalcolabili nella storia cristiana del cosiddetto “dolorismo”, sino al punto di autocausarsi ferite e lacerazioni fisiche col cilicio.
Certo non era questa l’intenzione di Matteo, ma la sua “dimenticanza” ha favorito derive gravissime; avrebbe dovuto spiritualizzare anche la sua seconda sugli afflitti, del tipo: «Beati quelli che soffrono per amore, o nella lotta per la giustizia e la pace»; il valore non sta nella sofferenza in sé, ma in quello che l’ha causata, ossia nel loro impegno che li ha portati a essere imprigionati, torturati e uccisi. In pratica l’ultima beatitudine sui perseguitati avrebbe dovuto essere piazzata e sintetizzata nella seconda. Questo non significa che la spiritualizzazione sia un’invenzione di Matteo, estranea a Gesù; ma non qui, bensì in altri discorsi, situazioni e contesti.
Vangelo della 31ª domenica: Matteo 23,1-12
Il brano si articola nell’ambito della Chiesa delle origini. «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei…»: questa precisazione iniziale di Gesù riflette le preoccupazioni e i problemi vissuti dalla prima comunità giudeo-cristiana palestinese, dove le tradizioni rabbiniche erano ancora questioni profondamente vive e sentite.
L’ecclesiologia di uguaglianza. Nei versetti dal 6 al 10 Gesù vieta ai discepoli di farsi chiamare Rabbi, Padre o Guida: si sottolinea la natura fortemente comunitaria e paritaria della Chiesa di Matteo, in cui la frase cardine suona: «Voi avete un solo Maestro e siete tutti fratelli» (Mt 23,8) che definisce l’identità ecclesiale come un’unica “compagnia del Cristo”.
All’interno della comunità non devono esistere barriere gerarchiche o titoli onorifici di superiorità simili a quelli cercati dai farisei. Nonostante possano esserci ministeri o gradi diversi di responsabilità, davanti all’unico Maestro tutti i membri formano una sola fraternità di uguali, su un piano di parità. Proprio il vangelo di Matteo, oltre a quello di Gv, sottolinea in modo peculiare la fratellanza: «Andate ad annunziare ai miei fratelli…» (Mt 28,10); «Ma va’ a dire ai miei fratelli…» (Gv 20,17). I discepoli non sono solo con-fratelli, ma fratelli di Gesù risorto.
La regola del servizio. Infine, concludendo coi versetti 11-12 («Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato…»), l’autentico discepolo è definito in modo diametralmente opposto all’atteggiamento dei farisei. Mentre questi ultimi usano l’autorità per imporre fardelli pesanti e cercare l’ammirazione pubblica, il discepolo di Gesù è chiamato all’umiltà radicale e al servizio. Matteo 23,1-12 non è soltanto una polemica storica contro il giudaismo del tempo, ma un severo manuale di ecologia spirituale e credibilità per i responsabili della Chiesa cristiana, invitati a non trasformare mai l’autorità in uno strumento di oppressione o di vanagloria.
Il servizio è particolarmente raccomandato, anzi “comandato” in Gv 13,13-16. Purtroppo però ci furono parecchi conflitti; le chiese petrine ai ferri corti con quelle giovannee, la comunità di Cleofa (Emmaus) in dissidio con Gerusalemme, per non parlare delle discordie aspramente rimproverate da Paolo in 1Cor 1,11-13: «Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo».
Gesù non voleva la gerarchia. Da qui la necessità di una direzione centrale per evitare le scissioni, quindi la creazione post-pasquale dei 12 che non esistevano come istituzione collegiale nel ministero storico, ma ivi retrodatata; c’erano solo i singoli: in Galilea Pietro, Giacomo, Giovanni… sino a Taddeo e Giuda di Giacomo (cfr. l’appendice), Natanaele, Maddalena, Giovanna, Susanna; poi a Gerusalemme il discepolo prediletto, Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea, Maria di Cleofa, le sorelle di Betania…
E dato che nella stessa Gerusalemme c’era il malcontento, la mormorazione di quelli di lingua greca nei confronti di quelli di lingua ebraica, per l’assistenza alle vedove e il servizio delle mense (Atti 6,1ss), pure l’istituzione dei sette (diaconi): oltre che per la distribuzione quotidiana ai poveri/e, per avere dei responsabili qualificati nel gruppo grecizzante, dei rappresentanti ufficiali onde interloquire (e fare da interpreti) appunto coi 12 che parlavano solo aramaico.
La gerarchia è sorta (purtroppo) e si è resa necessaria per le suddette discordie divisive in cui si è rischiato lo scisma: altro che la costituzione gerarchica della chiesa per diritto divino del Vaticano II (Lumen gentium 3)! Date le difficoltà di Gerusalemme, la chiesa di Antiochia (Atti 13,1ss) è divenuta il centro propulsore della missione al mondo, la base di partenza e arrivo dei primi viaggi “apostolici” di Paolo e Barnaba. Orbene essa era retta da profeti e dottori, in teologia, che nella seconda metà degli anni ’60 (comunque prima della distruzione della città santa nel 70 d. C., nel solco della tradizione dei dotti siriani, gran traduttori) molto probabilmente hanno tradotto in greco la fonte Q aramaica; sono loro che celebrano il culto (13,2), non dei sacerdoti.
Gesù non ha mai voluto 12 gerarchi e men che meno la monarchia assoluta di Pietro e successori; è così difficile da capire che «uno solo è il vostro maestro, il Cristo, e voi fratelli» tutti sullo stesso piano, comprese le donne?
Appendice storica: San Giuda
Non posso non rammentare la celebrazione in pompa magna il 28 ottobre di un santo particolare, non tanto in Italia (ad es. a Racconigi nel cuneese), ma nel mondo. Vedi l’articolo su “Avvenire” proprio del 28 ottobre a p. 17 «Il boom di san Giuda Taddeo, l’apostolo delle cause disperate». La festa è diffusa in Africa orientale, Filippine, Città del Messico con migliaia di fedeli e Sud-America: è ritenuto fantasiosamente cugino (se non fratello) di Gesù, e quindi lo sposo delle nozze di Cana.
Gli è stata erroneamente attribuita l’omonima lettera cattolica di soli 25 vv; ma non è sua poiché l’autore nel v. 17 si autoesclude dal collegio apostolico («Ricordatevi delle cose predette dagli apostoli del Signore Gesù»). È poi diventato, per ragioni non chiare, il patrono delle cause perse.
In modo altrettanto erroneo è avvenuta l’identificazione tra Giuda di Giacomo e Taddeo, poiché negli elenchi dei 12 di Mc e Mt vi figura Taddeo ma non Giuda; l’inverso nei due di Luca (vangelo e Atti): vi compare Giuda ma non Taddeo. La tradizione li ha fusi per sanare la contraddizione; la confusione è un ulteriore indizio del racconto raffazzonato dell’istituzione postuma dei 12.






