Nella sala del Polo del ‘900, lo scorso 10 ottobre, è stato presentato un fascicolo di memorie e documenti, Avanti fino in fondo. Vittorino Merinas negli anni di GS e del Vandalino, 1970-1973, a cura di Marisa Visentin e Beppe Gouthier. GS era la Gioventù
Studentesca cattolica, autonoma dalla Azione Cattolica, e il Vandalino una comunità cristiana di base. Richiesto di una memoria di quel periodo, Enrico Peyretti ha esposto in sintesi il testo preparato, che segue. (n.d.r)
Di quel periodo vivace e conflittuale nella chiesa di Torino (che soffrivo perché comprendevo entrambe le parti, il Vandalino di Merinas e il vescovo Pellegrino), ricordo particolarmente un mio intervento in una delle assemblee del Vandalino, nel tentativo di evitare quella rottura che poi avvenne. E di quell’intervento ricordo solo l’idea che proposi agli amici del Vandalino. La ricostruisco ora come posso, e mi soffermo sul significato che credo valido. Io dissi in quella assemblea: il cristianesimo non è il socialismo, non è soltanto un’etica sociale. Non per antitesi, ma per chiara differenza.
Il cristianesimo è la fede in Cristo e nel suo messaggio, il socialismo è azione politica di giustizia. Fede e azione, fede e opere (personali e sociali) sono connesse, ma non si riducono una all’altra. La fede in Cristo richiede azioni ispirate coerentemente alla fede, vissuta nell’amore del prossimo e quindi nella giustizia sociale. Nella fede e nella preghiera il cristiano chiede di ricevere lo Spirito di Cristo, ma non può limitarsi a pregare, a ringraziare, a rendere culto. Non basta dire: Signore, Signore… (Matteo 7, 21; Luca 6,46). Deve agire nel concreto, nelle opere giuste, di fraternità, di amore verso tutti, anche opere costruttive di giustizia, fraternità, pace.
Essere cristiani è più fede o più opere? più opere o più fede? Non vedo alternativa: è fede e opere. Le opere della fede-amore sono vincenti sul male (quello che è in noi e quello che è nel mondo)? Sì e no. Non vedo una risposta netta, tutta negativa o tutta positiva. È un cammino: un “già” e un “non ancora”. Chi ha fede e amore comincia a uscire dal male, ma lo ha vinto del tutto? È santo e anche peccatore. Ecclesia casta meretrix.
I primi cristiani erano detti “quelli della via”. Più che un sistema la chiesa (ekklesia, con-vocazione, comunità) era un cammino. Quando si è fatta troppo “sistema forte” (imitando persino la struttura dell’impero) per far valere la verità tutta intera, ha perso di vista il “non ancora”, il cammino. La fede deve essere forte. L’etica, le norme pratiche, l’agire nel vario concreto, deve essere meno esigente e più attento, pensoso, problematico.
Il Concilio (come l’ecumenismo, come il cammino della storia, come il confronto con le culture) ha riavviato il cammino delle fede, speranza, servizio per amore, con coscienza della incompiutezza, e della chiamata oltre. Qui e oltre. Oggi e domani. Cammino. La realtà in cui ha da vivere la fede è varia, mutevole, diversa per ciascuno. Perciò la chiesa non può esigere un’etica sempre uguale e assoluta, salvo l’essenziale – dal non odiare e non uccidere, all’amare il prossimo. Questo amore ora è sospingere, ora frenare, ora mettere coraggio, ora prudenza. La chiesa non è una agenzia di precetti morali: è ascolto dell’ispirazione evangelica, è fede più che morale.
Gesù ha detto parole di Buona Notizia (ev-angelo), annuncio della salvezza, ha compiuto azioni di salvezza, dal male e dalla morte, ma non ha realizzato in terra il Regno di Dio (del Bene e della vita eterna). Lazzaro è morto nuovamente. Gesù ha avviato, non compiuto definitivamente. I cristiani nella storia hanno fatto cose buone – opere di fraternità, aiuto ai poveri, ospedali, annunci di perdono, di speranza… − insieme ad altre di giudizio, di condanna, di potere, di esclusione, di minacce infernali, ecc. La fede vale più delle opere, più o meno buone. Comunione e Liberazione (all’origine Gioventù studentesca come il Vandalino) fa opere di destra integralista, il Vandalino opere di sinistra rivoluzionaria. Con buona intenzione, fanno opere opposte. La fede è dono divino, accolto più o meno. L’etica è in cammino nel tempo.
Il bene c’è, il male c’è, nel cammino umano: non si può negare il bene, e non è giusto disperare davanti allo spettacolo del male potente (lo sentiamo in questo nostro tempo amaro). I cristiani, specialmente quando sono potenti sulla società, sono tentati di imporre il bene che solo loro conoscono, per privilegio divino, e guai a chi non lo capisce. Col diminuire della potenza sociale della chiesa, i credenti sinceri ritrovano Gesù e il suo Spirito all’origine di quel po’ di bene che cerchiamo e vogliamo vivere.
La volontà di bene e di giustizia, di amore per tutti, è sempre tentata di volere subito (dalla struttura ecclesiale, come dai fremiti della base) un più pieno adempimento.
Qualcosa di ciò mi pare sia avvenuto allora nel Vandalino, con sincero desiderio di bene. Espressioni tipiche, come “impegno”, “fino in fondo”, “dai dogmi al vangelo” dicevano questa volontà, certamente valida, che prese forme un po’ assolute, forzate, con l’effetto di divisioni e rotture. Dispiace che quell’esperienza stimolante abbia creduto di poter procedere per rapidi salti. Merinas si chiedeva nel 2020: «E non sono stato anch’io dogmatico, forse, a modo mio?», quando afferma di sé che «il Vandalino, dopo tutto, lo ha portato dai dogmi al Vangelo. Il Vangelo mi resta. E non è poco».
Oso accennare un pensiero discutibile: Dio atteso anche inconsapevolmente dall’umanità e manifestato da Gesù di Nazareth, è assoluto o relativo? Chi pensa di conoscerlo come Assoluto, e di avere forte in cuore il suo Spirito, è indotto, per amore della verità e degli umani suoi prossimi, a proporlo come un assoluto che, come tale, non ha mediazione. Chi pensa di conoscere Dio come “relativo”, cioè non nella sua inattingibile realtà assoluta, ma solo (e non è poco!) nella sua relazione-rivelazione a noi umani, incarnato nell’uomo Gesù, lo conosce e lo accoglie in quanto è relazione, non totalità misteriosa inattingibile. La relazione è cammino, è parte, è mutamento da un passo ad un altro passo. Da parte dei cristiani, delle chiese, comunicare il messaggio di Gesù su Dio, «padre nostro», richiede la pazienza del cammino passo passo, dalla solitudine umana, coi suoi difetti e miserie e aspirazioni, alla partecipazione alla vita di Dio, al Vivente che dà e sostiene per sempre, e non abbandona al nulla, al male, la nostra vita.
La chiesa – mi pare − deve essere paziente come Dio. E anche impaziente, nel senso che non abbandona mai, ma non preme, non costringe, non minaccia. Il desiderio forte ed esigente di vita evangelica deve andare insieme alla pazienza, la pazienza di Dio. Il cammino dei cristiani, con la grandezza del Messaggio, percorre i tempi che sono sempre parziali, passi, tappe.
La chiesa tridentina, il suo catechismo, in cui i più vecchi di noi sono nati alla fede, mostrava soprattutto un Dio legislatore e giudice (Dies irae…, si cantava ai morti), e una chiesa poliziotta. Fu una sana reazione scoprire il Padre di Gesù, ma la tendenza a tradurre la fede in leggi morali forti e chiare come la fede, dette ancora effetti, pur diversi tra loro.
La chiesa, le chiese, devono dettare un’etica esigente, oppure aiutare ciascuno ad avere fede, e lasciare che la fede fermenti in opere di amore, nella piccola come nella grande comunità? La fede è credere non che Dio esiste chissà dove, ma che il suo Spirito vive in noi, e che ci muove dentro, in libertà animata e ispirata, in questo momento del cammino, e orientata alla vera e piena vita.
Foto: https://www.craf-fvg.it/fotografie/pranzo-di-lavoro-alla-comunita-del-vandalino






