Le manifestazioni degli studenti francesi iniziate nel settembre 2026 sono, come da molti suggerito, un nuovo maggio ’68 ? La storia lo dirà. Innegabilmente, in questi due movimenti di protesta della gioventù francese, ci sono aspetti che, ai più anziani di noi, evocano la possibilità di un parallelo.
Ne vorrei illustrare almeno tre: il ricorso alla violenza nelle manifestazioni; il tipo di rivendicazioni espresse dagli studenti; l’aggancio con un movimento sociale più ampio.
Settembre ’26 più violento del maggio ’68?
Cominciamo con il tema della violenza, dominante nei media tradizionali e nei social. Qualche dato per restare fattuali. Nelle prime quattro settimane del maggio ’68 e fino alla manifestazione dell’11 giugno, si contarono 7 morti tra gli studenti, duemila feriti tra studenti e poliziotti, ma “solo” un centinaio di arresti. Per un identico periodo di quattro settimane dal 18 settembre ’26, non si sono registrati morti, però 500 feriti (250 tra gli studenti, di cui 5 gravi − il più noto quello con la mano strappata da una granata antisommossa, caricata a pallini di caucciù, cascatagli proprio nel palmo o raccolta da terra −; 150 tra il personale scolastico e 275 tra i poliziotti), ma “ben” 8.000 arresti, di cui 7.000 di minori. Mentre non risultano indagini nel ’68 su irregolarità commesse dalla polizia, sono oggi in corso 16 inchieste della IGPN (la Polizia delle Polizie) su eventuali violenze ingiustificate commesse dalle forze dell’ordine.
Dunque scontri e violenze ci sono ora come ci furono allora. Le cifre indicherebbero un costo umano decisamente meno pesante oggi, sebbene nella percezione della gente prevalga l’idea contraria. Due elementi sono cambiati e molto: l’arsenale a disposizione della polizia e il limite di sensibilità comune all’uso della forza. Nel maggio ’68, ha ricordato in un dibattito il segretario del sindacato di polizia, le forze dell’ordine avevano in dotazione fucili e pistole caricate a pallottole da guerra e lacrimogeni a gas CS (orto-clorobenziliden-malononitrile), i cui effetti potevano durare settimane o mesi, come ricordato da Paola Merlo il 20 luglio scorso su il foglio.info (Noi, che abbiamo visto Genova…). Ne ho un ricordo ben preciso, datando il mio primo viaggio a Parigi della prima settimana di giugno ’68. All’uscita di Notre Dame de Paris, i piedi mi portarono alla place St. Michel, dove si fronteggiavano gli studenti, concentrati sotto la fontana dopo aver sceso l’omonimo boulevard dalla Sorbonne, e la polizia, attestata all’imbocco del pont St. Michel, per bloccare l’accesso alla Prefecture. Mi prese una tale fifa nel vedere i fucili puntati sulla folla che, pur simpatizzando con gli studenti, ripiegai prudentemente verso St. Severin. Eppure i fucili non li scoprivo allora, anzi fino a pochi anni prima li guardavo con una certa consuetudine a tracolla degli alpini della Scuola Militare Alpina di Aosta di fronte alla quale abitavo. L’effetto dissuasivo da bravate giovanili era piuttosto forte. Oggi i poliziotti francesi della BRAV (le brigate antiviolenza urbana) sono bardati come i robocop dei film, però le armi sono caricate a palline di caucciù e i lacrimogeni sono 10 volte meno potenti di quelli usati nel ’68. Da un lato si potrebbe presumere che gli adolescenti di oggi sanno di rischiare meno? Da un altro come spiegare le scene di angoscia isterica quando poi l’armamentario vien impiegato? Ho visto una giovanissima collega di volontariato crollare a terra tremante alla sola vista di una brigata di poliziotti che sostava a 150 metri da un corteo.
Un video che ha circolato su tutti i media e social francesi, mostra l’incidente in cui un liceale è colpito al volto da un lacrimogeno sparato a distanza ravvicinata. Nel filmato si vede un quattordicenne staccarsi dal gruppo per aggredire a calci quattro poliziotti, il colpo parte e l’adolescente si accascia con la mandibola fratturata. Due indagini sono in corso: una della Procura per aggressione alle forze dell’ordine e una della Polizia delle Polizie per violazione del regolamento nell’uso di armi in dotazione. Una bravata costata cara? Un abuso della forza poliziesca? Probabilmente entrambe le cose.
Il più alto numero di feriti − studenti, personale scolastico e polizia – e di arresti (6.000, di cui 5.000 minorenni) è concentrato nelle prime due settimane di proteste, quasi tutte spontanee e improvvisate, sebbene diffuse in tempo reale sui social più seguiti dagli adolescenti. Che un adolescente identifichi la polizia come la mano armata del potere contro cui protesta è un atteggiamento comprensibile. Che impulsivamente le si scagli contro è un segno di immaturità. Che la polizia non possa distinguere tra manifestazioni disordinate di minorenni e minacce all’ordine pubblico è segnale di pericolosa sclerosi nel discernimento di situazioni e attori, non giustificabile con l’ormai pluridecennale tensione subita dal Bataclan in poi. Che il governo non sappia organizzare altra risposta oltre alla repressione è testimonianza della perdita di lucidità dell’intera classe politica (dall’estrema sinistra all’estrema destra, senza eccezioni), esclusivamente preoccupata a sfruttare propagandisticamente ogni movimento di piazza nella corsa pre-elettorale alla Presidenza della Repubblica.
Poteva andare diversamente? Si potevano imparare delle lezioni dal passato? Credo di sì. La vigilia della grande manifestazione studenti / sindacati del 6 ottobre ’26, il portavoce dell’Union Étudiante ammetteva candidamente di confidare nel suo pacifico svolgimento perché avrebbero potuto contare sul servizio d’ordine della CGT per evitare le infiltrazioni dei provocatori LFI (l’estrema sinistra di Jean Luc Melenchon) e RN (l’estrema destra di Marine Le Pen). Sempre pescando nei miei ricordi di liceale sessantottino ricordo che temevo di più i katanga di Piero Fassino che i poliziotti della Celere. Nella stessa occasione, anche il rappresentante dell’Union Nationale des Parents d’Élèves annunciava che avrebbero sfilato insieme agli studenti «per tenerli calmi ed evitare bravate». Ai liceali, compagni di mia nipote, che annunciavano la venuta a Parigi per solidarietà, ho dato queste istruzioni: «Restare nel percorso organizzato, non in testa nè in coda, mai correre, in caso di scontri tornare indietro sullo stesso percorso, non prendere strade laterali, mai provocare la polizia. Bravi sono fiero di voi!».
Posso testimoniare (non ho partecipato a quella manifestazione, ma la ciclofficina dove presto opera di meccanico volontario è a 20 metri dal boulevard Voltaire dove la sfilata si è dipanata per oltre due ore) che la polizia si è dispiegata per proteggere il corteo: presente in sovrannumero ha occupato le vie parallele e bloccato quelle perpendicolari, in modo da evitare l’arrivo di eventuali infiltrati, ma gli squadroni della BRAV sono rimasti fuori dalla vista dei manifestanti. Un comportamento già adottato nel 2024, per ordine del Prefetto la manifestazione non fosse stata previamente autorizzata, con i cortei di trattori degli agricoltori, a cui è stato sgomberato l’intero anello periferico di Parigi e il boulevard di raccordo agli Champs Elysées per scaricare il letame della loro protesta.
La stessa procedura è stata adottata per assicurare lo svolgimento dell’altra grande manifestazione studenti / gilet jaunes del 17 ottobre. Ben diverso il bilancio. Avendo concentrato le forze di polizia attorno alle manifestazioni ufficiali, si è lasciato campo libero, in altre parti delle città, alle bande di black blocs per assaltare negozi, istituzioni pubbliche, fino a incendiare il Municipio di Limoges, ridotto in macerie. Gli eventi del 17 ottobre aprono tutto un altro filone di riflessioni, su cui torneremo in un articolo successivo.
Quali lezioni imparare?
Il diritto di manifestare è ancora, in Francia, un diritto riconosciuto e tutelato (almeno fino alle prossime elezioni presidenziali). Ma non è un diritto all’incoscienza. Oltre ai consigli di base che ho espresso sopra, ci sono altri elementi da prendere in conto. Tenere a mente il contesto politico: l’opinione pubblica, la cosiddetta maggioranza silenziosa, è stanca dei costanti allarmi sull’ordine pubblico; il suo capitale di simpatia per le rivendicazioni degli studenti si è rapidamente consumato con il moltiplicarsi degli scontri. Considerare lucidamente il rischio di manipolazioni esterne al movimento e organizzarsi per isolare gli agenti provocatori è più che mai una priorità, specie in questo particolare periodo pre-elettorale. Darsi fin dall’inizio una struttura organizzativa in grado di interagire con le Prefetture, disciplinare il movimento, creare dei cordoni di sicurezza, è fondamentale per assicurarsi credibilità. Il movimento sindacale ha un enorme bagaglio di esperienza a cui attingere (non a caso le manifestazioni del 1° maggio sono sempre pacifiche). Tutto questo manca, purtroppo, nel tutorial dell’Union Étudiante disponibile sul suo sito, molto completo invece su «Come bloccare il tuo liceo o la tua università» (sic!)
La polizia non è certo un covo di rivoluzionari – ça va sans dire! La sola esistenza della Polizia della Polizie dimostra che le derive violente dei suoi elementi possono e devono essere sanzionate. Ugualmente parrebbe superfluo rilevare che l’intensità dell’azione (repressione?) poliziesca dipende dagli ordini del governo. Francois Hollande, allora Presidente, nel 2012 ha solennemente riconosciuto che la sanguinosa repressione poliziesca delle manifestazioni per l’indipendenza dell’Algeria dell’ottobre 1961 (che ha fatto 7 o 48 o 98 morti, il numero esatto non si è ancora saputo) è stata ordinata direttamente dal Prefetto Maurice Papon, sotto la copertura del governo di Michel Debré e del presidente Charles De Gaulle. All’opposto la benevolenza delle forze dell’ordine verso la citata manifestazione degli agricoltori del 2024 è stata imputata a Emmanuel Macron e alla debolezza del governo di François Bayrou.
In conclusione, intelligenza, razionalità e disciplina sono oggi più che mai necessarie per evitare di alimentare (come in Italia) la vocazione repressiva che promette l’imminente slavina dell’estrema destra sulle elezioni presidenziali del prossimo aprile 2027.







articolo ricco di informazioni interessanti sull’uso della violenza da parte della polizia e dei manifestanti nel 68 e oggi
tra le principali differenze avrei inserito la diversa composizione demografica . Nel 68 i giovani tra 15 e 29 anni erano il 23% della popolazione, oggi sono il 17% in Francia e addirittura il 12% in Italia.
Inoltre allora i giovani si aspettavano una vita migliore di quella dei loro genitori, mentre oggi l’ascensore sociale è bloccato e si annunciano crisi di vario tipo. Anche per questi motivi le proteste di oggi sono meno cariche di speranza e più di rabbia e delusione l
Grazie Piero, terro` conto del tuo commento nel terzo articolo sul tema. Un caro saluto a te e Alessandra