«La mia storia, il mio essere figlia di una donna di origini ebraiche e di un profugo palestinese, mi impone di non guardare altrove, di non voltare le spalle ignorando le vicende che si consumano in quel lembo di terra per il quale una parte di umanità è disposta a soffrire e morire, lottare e rinunciare alla pace. […] La mia battaglia, come quella di molti che come me sono figli di esodi, non è separare ma unire, non è spartirsi la terra ma abitarla, con la coscienza che a nessuno appartenga più che ad altri. La terra ci ospita, concessione che non dovrebbe conferire a nessuno il diritto di abusare della sua generosità né di nutrire l’illusione della titolarità esclusiva di un possesso».

Il Prologo con cui si apre il libro di Widad Tamimi (Dal fiume al mare. Storia della mia famiglia divisa tra due popoli, Feltrinelli, 2026) getta immediatamente il lettore tra le due sponde del suo retroterra familiare e di un conflitto che si avvia a divenire secolare, avvitandosi intorno a obiettivo – from the river to the sea – che è alla base del programma originario del Likud (del 1977) e della carta fondativa di Hamas dell’88. Il padre di Widad è un palestinese fuggito dall’occupazione israeliana del 1967 e tornato per la prima volta in Palestina con la figlia quarant’anni dopo (da turista, ma evitando di rivedere la nativa Hebron). La madre, prematuramente scomparsa in circostanze tragiche, era figlia di un medico ebreo triestino fuggito nel 1940 negli Stati Uniti con alcuni familiari (gli altri perirono nella Shoah) e da sempre critico verso il sionismo. Widad Tamimi – di cui merita di essere ricordato anche il romanzo Il caffè delle donne – ha lavorato nei campi profughi e nell’assistenza ai minori in fuga dalle guerre: e per fornire loro borse di studio ha fondato l’associazione IOEIN, che deriva il proprio nome da una parola greca, un ottativo tratto da un frammento di Saffo, che significa che io possa andare oltre.

Andare oltre: pare proprio questo, in effetti, il senso del libro e dell’impegno che Widad ha profuso nell’elaborare la propria esperienza di apolide, sospesa tra due memorie e due appartenenze che di continuo si alternano nelle sue pagine con il loro carico di sofferenze, ma anche con la volontà di capire e la forza, per l’appunto, di andare oltre. Lungo questo percorso, si incontrano richiami alla duplice tradizione religiosa – dove il racconto biblico e le scritture islamiche convergono nella figura di Ismaele – e ai drammi storici più o meno recenti, che hanno prodotto dapprima nel mondo ebraico e poi in quello palestinese una “sindrome post traumatica” aggravata e sclerotizzata da una crescente separazione, che cancella ogni empatia.

Nel costante contatto con entrambi gli ambienti, l’autrice verifica la profondità di questa lacerazione psichica: «Chi cresce senza cure per ferite inflitte in modo così radicale non impara la pace. Si diventa ciò che il dolore non guarito costringe a essere». Ma al lavoro accanto alle vittime, Tamimi ha scelto di affiancare – con gli studi in diritto internazionale – quello di collaborazione con gli organismi giuridici sovranazionali, a partire dalla Corte internazionale di Giustizia (CIG) e dalla Corte Penale internazionale (CPI). È di questi giorni la notizia delle sanzioni annunciate da Trump e Rubio contro i vertici della CPI, cui si accompagnano le pressioni affinché i 125 paesi contraenti ritirino il loro sostegno.

Questa scelta la induce a evitare gli “slogan urlati” e le “frasi a effetto”, operando invece per «salvaguardare il diritto alla conoscenza in occasione dei conflitti armati». E particolarmente interessante è in quest’ambito la ricostruzione dell’iter che ha condotto nel 2024 la CIG a emettere «le ordinanze cautelari nel procedimento intentato dal Sudafrica contro Israele, riconoscendo l’esistenza di un rischio reale e imminente di atti di genocidio nella striscia di Gaza»: misure cautelari che – osserva – dovrebbero essere vincolanti anche per tutti gli Stati contraenti, che invece le ignorano.

In alcune occasioni, questa fiducia nella paziente fatica dell’accertamento dei fatti e della verità (in sostanza, in una giustizia non faziosa o giustizialista) finisce per allontanare Widad Tamimi dall’uno o dall’altro versante della propria composita famiglia: ma forse proprio questa ostinata fiducia, che è anche speranza e determinazione, suona straordinariamente preziosa in questi tempi in cui il potere sembra ambire senza pudore – con antica tracotanza – alla rimozione di qualsiasi limite o norma.

«La giustizia non è moralismo. Non condanna senza prove. Non pronuncia sentenze se non attraverso la voce di un giudice onesto. Competente e indipendente. Presume l’innocenza fino a prova contraria. Non si affida al passaparola né all’emotività collettiva; non si accontenta delle inchieste giornalistiche, pur riconoscendone il valore, ma procede accanto ad esse con strumenti propri e con quell’autonomia che i poteri giudiziari devono garantire. La giustizia pone ogni essere umano sullo stesso piano: non giudica ciò che una persona è ma ciò che ha fatto. E nelle sue forme più mature contempla anche la possibilità del recupero di chi ha commesso i reati più gravi. Perché la giustizia non è vendetta».