Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa recensione di Mario Chiavario in memoria di Elvio Fassone, morto a 88 anni il 21 giugno di quest’anno.

A ricordo di un uomo come Elvio Fassone è spontaneo soffermarsi soprattutto su ciò che gli ha dato la più tangibile e diffusa notorietà, ossia sul volumetto intitolato Fine pena: ora (Sellerio) a trasparente eco del «fine pena mai» che tuttora può caratterizzare la condizione dell’ergastolano. Tuttavia, al di là della indiscutibile vena narrativa dell’Autore, ciò che al riguardo più conta non è la qualità letteraria dell’opera, ma il fatto che vi si riversa la realtà autentica di uno scambio epistolare che tutti saremmo portati a ritenere tra i più improbabili o comunque i più difficili da gestire per non cadere nella retorica: quello avente come protagonisti Fassone stesso e una persona (Salvatore) che proprio lui, come presidente di Corte d’assise, aveva contribuito a condannare all’ergastolo all’esito di un processo contro una delle metastasi mafiose esportate al nord.

A rendere possibile e fecondo quello scambio è stato anzitutto, al suono della coscienza del magistrato, l’ascolto di un bisogno già in parte manifestatosi durante lo svolgimento del processo, anche come risposta a parole e gesti dell’interlocutore: quello del far sì che il corretto esercizio del ruolo del giudice penale non spegnesse il rispetto per la dignità della persona in quanto tale, ancorché sottoposta a giudizio, né il sostegno a una sua concreta riabilitazione, alimentata dal recupero di pur problematiche speranze. Venuta meno, all’esito del processo, ogni possibile remora a presidio dell’imparzialità di condotta giudiziaria del giudice, fu lo stesso Fassone a cercare un contatto, diventato poi un filo indistrutto dipanatosi per moltissimi anni esclusivamente per via epistolare. E fu un percorso in cui crebbe, e divenne stabile, la reciproca fiducia dell’uno nell’altro, nonostante le molteplici delusioni subite dalle speranze di entrambi, la più cocente delle quali ricondusse Salvatore alla condizione degli “irrecuperabili” inducendolo a un tentativo mdi suicidio.

Non a torto quel libro, in tutto il suo contenuto, è stato visto come una delle più convincenti espressioni della ribellione della coscienza umana e civile all’inflessibilità del cosiddetto ergastolo ostativo che non lascia scampo a un futuro di vita fuori dal carcere. Ma lo fa senza ridursi a essere un pamphlet o un esercizio di stucchevole “buonismo”. Lascia parlare i fatti e la voce delle coscienze dei due interlocutori, alla cui luce il lettore è indotto a trarre conclusioni anche severe anzitutto per sé medesimo, se non altro a causa degli spazi d’indifferenza che albergano in ciascuno di noi a proposito di certi problemi che altri risolvono sbrigativamente con la logica del «buttar via le chiavi delle celle». Severità, umanità e attenzione all’altro da noi, chiunque sia. Non era facile farle coesistere, specialmente in quel contesto. Eppure è stato così. E non ne rimane stupito chi ha conosciuto Elvio Fassone fin dagli anni della giovinezza, e poi in tutte le stagioni di una vita non priva di responsabilità anche istituzionali: quale magistrato, quale componente del Consiglio Superiore della Magistratura, quale parlamentare. Sempre uomo mite senza essere debole; sempre uomo del dialogo senza rinunce a opinioni anche molto nette. Sempre capace di ascoltare tutti, comprese le persone di più umili condizioni anche intellettuali, sapendo peraltro esprimersi con chiunque, in privato e in pubblico, in modo cristallino e capace di tradurre in linguaggio comprensibile anche al più restio dei “non addetti ai lavori” persino il gergo dei giuristi, spesso infarcito di pseudotecnicismi quasi impronunciabili. E, per quanto non insensibile ad ordinarie esigenze di disciplina per chi scelga o accetti di avere legami di partito, mai disposto a sacrificare l’indipendenza di giudizi e di comportamenti dettati da essenziali princìpi e valori di coscienza.

Mario Chiavario

(Già pubblicato in forma leggermente diversa e altro titolo su «Avvenire« 25 giugno 2026)