«Ho scritto questo libro per rendere giustizia all’albergatore, quello che noi siamo nelle nostre giornate ordinarie: al lavoro, nelle amministrazioni, nelle imprese, nelle associazioni… in tutti quei luoghi in cui dispieghiamo la nostra energia e i nostri talenti al servizio del prossimo» (p. 85-6). L’autrice del saggio, Marie Grand, autrice del saggio Geografia dell’amore. Un’altra storia del buon samaritano (Queriniana 2026, pp. 106) propone una rilettura filosofica della parabola del buon samaritano, a partire dall’interpretazione figurativa che ne ha dato Rembrandt. A differenza di altre e più note rappresentazioni, come quelle di Van Gogh o di Delacroix, che ritraggono la scena nel suo momento cruciale di presa in carico e di massima prossimità, quando cioè il samaritano solleva il ferito sulla sua cavalcatura, Rembrandt mostra il momento finale del racconto, affollando la scena di numerosi personaggi. Alla centralità dei due protagonisti, il pittore di Leida opta per una prospettiva corale, mostrando come qualunque gesto d’amore richieda una società che sappia gestire e organizzare la carità, perché appunto non sia relegata a un gesto isolato. In una matriosca di interpretazioni, ovvero rileggendo la rilettura di Rembrandt, l’autrice propone di puntare lo sguardo sull’albergatore, a cui il samaritano (presentato di spalle) si sta rivolgendo. Ma se la coppia albergatore-samaritano è posta nella parte superiore del quadro, al di sotto si notano il ferito che sta scendendo da cavallo, aiutato da un palafreniere, e una serie di altri personaggi, chiamati ad assolvere ruoli necessari a quel primo atto d’amore.

La riflessione è pertanto sviluppata su due livelli, quello più classico del samaritano e quello dell’albergatore, su cui meglio emerge l’originalità della proposta. L’obiettivo del saggio si chiarisce quindi gradualmente: la carità universale e l’ordo amoris necessitano la presa d’atto non solo dell’esistenza di una priorità dei «prossimi», ma anche del fatto che neppure le relazioni familiari e amicali sono prive di conflitto, come mostrano le storie di famiglie con cui si apre la Bibbia, il primo fratricidio e gli stessi rapporti familiari di Gesù. Fuori da ogni idealizzazione, i legami naturali sono così chiamati ad aprirsi all’esterno e all’estraneo.

Grazie ai numerosi contributi filosofici richiamati – da Aristotele a Hegel, da Houellebecq a Ricœur, da Arendt a Claude Lévi-Strauss, da Lévinas a Derrida -, la geografia proposta da Grand indica lo spostamento personale implicato nel farsi prossimi, pure osservando come il samaritano di Rembrandt sia connotato da un capo di abbigliamento di provenienza orientale, segno che la sua prossimità ha dovuto attraversare confini anche sociali. E se già Gesù si è rifiutato di rispondere alla domanda su chi sia il nostro prossimo, capovolgendola sul suo interlocutore, è perché la nostra comune umanità richiede sempre il riconoscimento dell’altro, un’attenzione capace di superare la percezione selettiva resa tanto più diseguale quando è in gioco la sventura.

«Troppo raramente prestiamo attenzione alla fine della parabola. Come Van Gogh e Delacroix, ci lasciamo affascinare dal gesto eroico del buon Samaritano, perché amiamo rappresentarci l’amore come un’improvvisazione fuori dal sistema. Ma la parabola non segue questa deriva romantica. Il buon Samaritano non fa l’impossibile: fa ciò che sa fare con ciò di cui dispone. Affida il resto a colui che ha fatto dell’ospitalità il proprio mestiere» (p. 46). Rembrandt ci invita a guardare proprio a questa conclusione, quando la comunità prende il testimone dell’iniziativa personale. Un dato che nel testo sarebbe presente nella citazione dei «due denari», ovvero della concretezza dei conti che devono tornare e quindi della questione dei mezzi materiali con cui la fraternità va affrontata, perché sia per tutti e per ciascuno in egual misura – non basta occuparsi della pecora smarrita, per richiamare un altro esempio di Grand, ma ci vuole chi resti a vegliare sulle altre novantanove, affinché si possa davvero parlare di fraternità.

Le diverse presenze sulla tela di Rembrandt stanno lì a dirci che «È l’intera società, con le sue attività più ordinarie, che corre in soccorso allo sventurato» (p. 52): Grand sceglie di assumere questo dato per allargare lo sguardo e invitare a riflettere non tanto sulla disponibilità di molti buoni samaritani, quanto sulla necessità di strade sicure e di una più equa distribuzione della ricchezza, visto che la storia si apre con una scena di brigantaggio – altro dettaglio su cui generalmente si soprassiede, sostiene, anche citando M. L. King. Nella sua rappresentazione, Rembrandt rivela quanto resta fuori campo rispetto alla parabola, ovvero l’organizzazione sociale capace di dare conto sia della presenza dei briganti che dell’albergatore. Perché l’amore del buon samaritano ha bisogno di gambe e braccia più numerose e capaci delle proprie, e soprattutto di un’attenzione che sappia discernere tra i tanti bisogni perché l’aiuto non vada tutto al primo incontrato sulla strada. L’amore diventa infatti giustizia quando segue la regola dell’equivalenza, quando cioè è meno spettacolare, va più lontano e si allarga oltre il cerchio della prossimità.

Grand ci consegna così una domanda bruciante con cui dare seguito al cambio di prospettiva proposto: «Prima di domandarci come diventare buoni Samaritani, non bisogna sapere quali albergatori vogliamo essere, quale società desideriamo sostenere ogni giorno con la nostra energia e il nostro talento?» (p. 63). Un cambio di prospettiva che ci chiede di scegliere se essere eroi solitari di una carità individuale e facoltativa o promotori di una prossimità che sia anche sociale e politica, che preveda inoltre la presenza di istituzioni capaci di rendere più stabili e solide le nostre propensioni, e correggerle quando diventassero luoghi di potere e di abuso, già che tutto si gioca sulla «carne nuda e fragile della vittima» (p. 78), vero centro anche nella scena affollata di Rembrandt.