Una studentessa di 22 anni, fu uccisa alla vigilia della laurea, dal suo ex, l’11 novembre 2023, a Fossò (Venezia). La morte di Giulia Cecchettin, e le relative circostanze, destarono una grande impressione e un vasto dibattito sulla violenza di genere. Il padre della ragazza, Gino (che a quella data era dolorosamente vedovo da un anno) ha scritto il libro Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia (Bur saggi 2025). L’ho letto tutto in poche ore: è profondamente toccante, ma ora non parlo del libro. Parlo della intervista «Dal dolore all’impegno» fatta a Gino Cecchettin da Rosella De Leonibus, ad Assisi, nel Corso annuale della Cittadella Laudato sì, sul tema «Il tempo delle cose imprevedibili» (sarà reperibile in www.youtube/@procivitatechristiana).
Gino Cecchettin, nato nel 1970, è un piccolo imprenditore. Ha sofferto terribilmente quel dolore improvviso e lacerante. Ha istituito una fondazione (fondazionegiulia.org) con lo scopo di prevenire ogni forma di questa violenza sulle donne: una delle tante guerre in corso. Ora egli dice che ciò che ha ricevuto di bene è più del male che gli è stato fatto. Dice che la felicità è possibile. Chi non c’è più (come sua figlia uccisa) ci vuole felici, dice Gino. L’amore si moltiplica senza diminuire. Raccontare il dolore è attraversarlo. La vita non è infinita, noi finiamo, però viviamo la vita come se fosse infinita. Elaborare il lutto non toglie il dolore, ma fa vivere. La vita è preziosa, dice quel padre mutilato della figlia.
Cecchettin dice di non essere credente. Ma che cosa è la fede? È ritenere che Dio esista chissà dove? È aggregarsi alla chiesa? Oppure è sentire che la vita vale, e che la violenza, gli imperi del male, tutto il male del mondo, da Caino al genocidio di Gaza, non distruggono il valore, la presenza, il significato immenso della vita?
Quest’uomo, questo padre, un semplice Giobbe colpito dal male, non mostra rancore: dolore sì, non rancore. E trasforma il dolore in impegno, la morte in vita. Dentro di lui, senza fede ecclesiastica, avviene una risurrezione, una pasqua mite. Il mistero del bene è più grande e resistente, è più vivo, più semplice, del mistero spaventoso del male. Dicono che il male è invincibile, che la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà. Qui un uomo ha risposto alla grande violenza con una semplice solida nonviolenza, senza darle questo nome.
Mi fa pensare che il valore, ciò che fa respirare e vivere sopra il morire − cioè la verità, la salvezza, la felicità: il Bene −, non si vede e non si tocca, non si dimostra con la ragione, ma si ri-conosce, perché risponde a ciò che siamo e attendiamo nel più intimo del nostro essere; risponde a ciò cui sopra ogni cosa aneliamo, come bocca gola e petto in cerca di aria. Il Bene non si conquista, ma ci risponde, se siamo vigili nell’ascolto, e ci parla più del male, del dolore, del delitto su tua figlia di 22 anni. Se ascoltiamo semplicemente ciò che noi siamo, in continua attesa e cammino per diventare veri, chiari, vivi, semplici, allora il Bene, la vita, e non la morte buia, non la forza che uccide, risponde alla nostra natura (ciò in cui e per cui siamo nati, sempre nascituri); risponde calmo e intimo alla nostra attesa, bisogno, sete, e anche al nostro pianto. Non è fede questa? Cos’altro dobbiamo invocare, e praticare, per vivere? E per salvare il mondo?





