Potrebbe non finire come molti temono. Il declino dell’Occidente non coincide necessariamente con un collasso dell’ordine mondiale; anzi, potrebbe aprire a una configurazione più articolata e meno gerarchica di quella che abbiamo conosciuto. È questa la tesi, che ha qualcosa di controintuitivo nel clima attuale, di Amitav Acharya nel libro Storia e futuro dell’ordine mondiale (Fazi 2026), che ha come sottotitolo Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente. Egli sostiene infatti che da un lato è molto superficiale pensare che la civiltà mondiale odierna sia un prodotto solo occidentale; e dall’altro è molto probabile che il declino dell’egemonia occidentale non causerà la fine della civiltà globale.

Per dimostrare questi assunti Acharya analizza la storia delle civiltà umane che si sono succedute dopo la rivoluzione agricola. Questa parte occupa i due terzi del libro. Nell’ultima parte cerca di tratteggiare quale altro ordine potrà instaurarsi per effetto del declino dell’Occidente.

Acharya inizia analizzando dettagliatamente le civiltà e gli imperi che sono nati, si sono sviluppati e sono tramontati a partire dal IV millennio a. C. Il suo intento è quello di dimostrare con un’analisi complessiva e approfondita che la pretesa occidentale di possedere una civiltà superiore e che l’ordine mondiale che ha costruito sia stato e sia ancora il meglio possibile è palesemente non realistica ed eccessiva. Per questo non si concentra solo sulle civiltà mediterranee, ma allarga lo sguardo a quelle dell’Asia, delle Americhe prima dell’arrivo di Colombo e a quelle africane. Non mette in risalto solo i contrasti e gli scontri tra le varie civiltà, ma ne mostra le complessive complementarità, le parentele profonde, le contaminazioni, le ibridazioni e le collaborazioni culturali ed economiche. Afferma anche che i concetti di democrazia e libertà non sono stati inventati esclusivamente in Occidente, ma sono una costruzione plurima che anche altre civiltà hanno contribuito, lungo varie fasi storiche, ad affermare e approfondire.

Si sofferma poi ad analizzare a fondo la lunga egemonia mondiale occidentale dell’età moderna: prima europea, sostituita dopo la Seconda guerra mondiale da quella statunitense. È particolarmente critico sul valore complessivo di questa egemonia: ne mostra la forza di innovazione e di progresso, ma anche i lati oscuri. «Nata dal connubio tra impero, schiavitù e razzismo la dottrina dello standard di civiltà è divenuto il quadro organizzativo cardine dell’ordine mondiale europeo: in sostanza, il nucleo dell’idea d’Occidente perdurata fino ai giorni nostri». Perciò per Acharya colonialismo, schiavitù e razzismo sono il lato indecente dell’egemonia occidentale, che la nuova civiltà globale nascente dovrà correggere.

Verso un “multiplex globale”

Nell’ultima parte, Acharya cerca di spiegare quale potrebbe essere questa nuova civiltà nascente, e la espone seguendo tre direttrici. La costruzione del nuovo ordine mondiale non sarà esclusivo appannaggio di una singola nazione o civiltà, ma si tratterà perlopiù di un’impresa collettiva. Inoltre l’ordine mondiale del futuro sarà un ordine fondato su più civiltà e non sarà dominato da una singola nazione, né da un gruppo di paesi. Infine quest’ordine post-occidentale non sarà affatto il disastro che molti, in Occidente, temono e si ostinano a ritenere inevitabile.

Queste affermazioni l’autore le fa basandosi sull’analisi storica della prima parte. Paragona il nuovo ordine mondiale che intravede, a un “multiplex globale”, anziché multipolare come molti lo definiscono; cioè nessuno Stato o gruppo di Stati per quanto potente, sarà in grado di fare da guida in tutti i campi. Questo non lascerà il mondo senza leader né cooperazione. I leader saranno molti e la cooperazione non sarà solo fornita dagli Stati, ma molto variegata, con l’intervento anche di associazioni multinazionali private o umanitarie di vario tipo. Acharya pensa a un mondo GPlus (non solo G7 o G20). Cioè, in un multiplex globale, nazioni diverse, eserciteranno la leadership in ambiti tematici e aree geografiche differenti. Per esempio: gli Usa resteranno il principale attore strategico a livello mondiale, la Cina nel settore del commercio e dello sviluppo, l’Europa nel contrasto al cambiamento climatico, l’India come maggior produttore mondiale di vaccini ecc. Insomma, occorre superare l’idea della contrapposizione tra l’Occidente e il resto del mondo e quella dello scontro di civiltà. In definitiva, secondo Acarya, potremmo avere un mondo più equilibrato, variegato, migliore di quello che è stato a egemonia occidentale.

Il libro è molto interessante e ricco di spunti ed approfondimenti. Però, osservando quel che accade intorno a noi, è difficile essere d’accordo con la visione molto ottimista di Acharya. Ma forse lui potrebbe rispondere che nel passaggio tra un mondo che finisce e uno nuovo che sta nascendo è facile che la confusione sia grande e lo sbandamento foriero di molti pericoli e che quello che vediamo è il colpo di coda di un mondo abbarbicato a vecchi privilegi, che non vuole rassegnarsi all’avvento di un nuovo equilibrio multilaterale del pianeta. Nonostante tutto penso che in effetti non abbiamo alternative: senza una visione positiva, fiducia nelle capacità umane e speranze concrete, un futuro vivibile non si potrà costruire.