Il 28 febbraio 2026 gli Usa hanno attaccato l’Iran. Nella settimana successiva molti osservatori hanno espresso perplessità su quella scelta. Ma nessuno dubitava della superiorità militare americana. Molti davano inoltre per imminente una sollevazione popolare: l’intervento statunitense avrebbe favorito la vasta opposizione al regime teocratico e la mobilitazione delle milizie curde.

È bastato un mese perché svanissero quelle illusioni e ci si rendesse conto della realtà: la guerra aveva ridotto al silenzio le opposizioni e rafforzato il regime, consegnandogli il controllo dello stretto di Hormuz, ovvero di un nodo cruciale del commercio internazionale. Non solo: l’uscita dal conflitto si presentava estremamente difficile. Gli Usa erano caduti − per loro scelta e ‘grazie’ alla loro indiscussa potenza − in una trappola.

Ma non è forse vero che qualcosa di simile – a ciò che è avvenuto e avviene in Iran – si è verificato nei principali conflitti del secondo Novecento? Basti pensare alle due grandi potenze del mondo bipolare, segnate rispettivamente dall’umiliazione storica con cui si chiuse la guerra di Washington in Vietnam e dalla disastrosa ritirata di Mosca dall’Afghanistan che aveva invaso (ritirata che contribuì non poco al crollo dell’Urss). In sintesi, a dispetto degli enormi investimenti delle superpotenze nella Difesa e dei loro giganteschi arsenali, le avventure militari si sono trasformate per entrambe in un tragico errore e in uno scacco: non solo un’infinità di eccidi, massacri e distruzioni – l’effetto ordinario delle guerre – ma un risultato del tutto controproducente rispetto alle aspettative.

Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria

Un fenomeno analogo si riscontra – addirittura con maggiore evidenza − nei conflitti del ventunesimo secolo, dopo che anche la breve guerra del ’99 della Nato contro la Serbia – conclusasi con due mesi di bombardamenti e la resa di Milosevic − aveva lasciato un frutto avvelenato (per la prima volta dopo Yalta i confini interni dell’Europa venivano modificati unilateralmente a seguito di un conflitto armato, creando un pericoloso precedente). Quale, dei successivi interventi militari, ha poi prodotto anche solo in minima parte gli effetti sperati? La fuga rovinosa dei marines da Kabul, che ricordava quella da Saigon, ha restituito dopo vent’anni quel disgraziato paese a una generazione di talebani ancora più fondamentalista di quella precedente. In Iraq, dopo il trionfale ingresso degli americani a Baghdad e l’esecuzione di Saddam, il paese si è disgregato: mentre gli sciiti si avvicinavano all’Iran degli ayatollah, si aprivano autostrade per il terrorismo sunnita dell’Isis, che avrebbe portato le stragi in Europa. In Libia, la guerra voluta da Sarkozy ha aperto la strada all’influenza della Russia e soprattutto della Turchia: dopo l’assassinio del dittatore, il paese è caduto in mano a milizie che hanno alimentato la diffusione del jihadismo o favorito la penetrazione di Wagner, destabilizzando l’Africa francofona e precipitandola in una crisi irreversibile. In Siria, l’auspicato cambio di regime ha prodotto un risultato ai limiti del grottesco: dopo quindici anni di guerra civile, con cinque milioni di esuli e cinque di sfollati interni, il governo degli Assad è nelle mani di un ex militante di Al Qaeda, l’organizzazione di Bin Laden responsabile dell’11 settembre. Quel che accomuna Iraq, Libia e Siria è che in tutti e tre questi stati la condizione delle donne è oggi di gran lunga peggiorata rispetto al periodo delle dittature; e lo stesso può dirsi per tutte le minoranze religiose. Altro che esportazione della democrazia!

Il bello è che chi ha memoria ricorda bene il ritornello che circolava specialmente alla vigilia della guerra in Iraq: voi pacifisti siete antiamericani e antioccidentali! A posteriori, si potrebbe ben dire che gli antioccidentali sono stati i fautori di quelle guerre.

Dov’è la vittoria?

Ma il discorso non vale solo per l’Occidente: vale anche per la Russia di Putin, che ha tentato anch’essa di imporre – con movente nazionalista e imperialista – un cambio di regime in Ucraina, che ribaltasse quello realizzatosi a Kiev nel 2014. Anch’essa ha visto infrangersi le proprie ambizioni non riuscendovi nel febbraio-marzo del 2022, e impantanandosi in una guerra inconcludente e sanguinosa, giunta ormai al suo quinto anno, da cui è difficile uscire in quanto qualsiasi risultato (persino l’acquisizione del Donbass, che i filorussi in parte già occupavano agli inizi) appare poca cosa rispetto agli enormi costi umani, economici e politici che si sono sostenuti.

Tutto lascia prevedere che non ci sarà vittoria né per gli uni né per gli altri. Come da decenni non c’è vittoria – e non si trova una conclusione – nelle ‘guerre dimenticate’ in Africa, specialmente nel Sudan e nel Congo. E come la violenza di Hamas e la politica genocidaria di Netanyahu non fanno che precipitare i loro popoli in un vicolo cieco senza futuro.

In definitiva, molti osservatori concordano nel constatare che le guerre contemporanee tendono sempre più spesso a cronicizzarsi e incancrenirsi in una spirale logorante o addirittura suicida, anche per il depotenziamento della diplomazia internazionale e la crisi (voluta e provocata, o accettata senza fiatare) delle Nazioni Unite. E − fatti salvi i profitti dei mercanti di armi − nemmeno può dirsi che esse giovino all’economia dei belligeranti: basti ricordare che nei decenni successivi al 1945 si parlò in Europa del miracolo tedesco e in Asia del miracolo giapponese. Sarà un caso, ma erano i paesi costretti dagli accordi postbellici a non investire in armamenti e Difesa.