Commento al vangelo della 28ª dom.: Matteo 22,1-14

Conosco molto bene la parabola del grande banchetto di Matteo, o della grande cena in Lc 14,16-24, molto più sobria, che ci tramanda quella originaria di Gesù con solo qualche ritocco. È pure un bel ricordo della mia giovinezza: alla fine del corso romano di J. Dupont sulle parabole, mi fu assegnata proprio questa come compito scritto d’esame.

Ampliamenti trascurabili. Matteo amplifica enormemente con una grande festa-banchetto del re per le nozze di suo figlio, con tutto pronto: i buoi e gli animali ingrassati già uccisi. Ma soprattutto allegorizza sotto l’influsso di quella precedente dei vignaioli omicidi. Invia due volte i servi ai primi invitati, ed esagera col fatto che i servi siano insultati e uccisi (come dai vignaioli omicidi). L’allegoria per i profeti rifiutati dagli ebrei arriva fino al punto strampalato di inviare le sue truppe a distruggere le loro città, con una chiara allusione alla guerra giudaica e alla distruzione di Gerusalemme, vista come punizione per la casa d’Israele che ha respinto Gesù. La conclusione è perentoria: nessuno dei primi invitati assaggerà la mia cena (Lc 14,24). Questo è il succo finale, e non «Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti», un aforisma volante piazzato qui in Mt 22,14 in un’ubicazione infelice perché il detto è estraneo alla parabola, che a sua volta non va allegorizzata pensando che la gente raccolta per strada alluda alle giovani chiese pagane, peraltro in modo molto forzato e pericoloso: noi occidentali saremmo solo una seconda o terza scelta perché i primi semiti hanno declinato l’invito?

Orbene, dobbiamo prescindere da tutto questo se vogliamo capire la parabola originaria sulla bocca di Gesù, che non è un’allegoria: ce lo consente la più sobria versione lucana, che si concede solo il ritocco delle scuse, troppo elaborate e poco credibili, dei primi invitati: mentre Matteo dice genericamente che se ne andarono chi al proprio campo chi ai propri affari, Luca precisa con tanto di giustificazioni in 14,18-20, che si tratta di un campo appena comprato, di buoi e… di matrimonio (scusa fasulla, perché nulla avrebbe impedito di partecipare alla cena con la moglie). Sono preoccupazioni tipicamente lucane: il rischio della ricchezza per un credente, e pure pericolosamente il matrimonio quale “parziale” impedimento per una piena adesione di fede al Cristo.

L’ira di Dio. Stringendo all’osso nella parabola originaria tutto è contorno per dare un’idea sola: ossia l’ira del padrone-re nei confronti dei primi invitati, espressa in Luca col doppio invio del servo non a sollecitare i primi invitati come in Matteo, bensì a raccattare tutti quelli ai crocicchi delle strade per riempire la sala, sino al famoso compelle intrare («costringili ad entrare» in Lc 14,23) , che purtroppo è stato anch’esso interpretato allegoricamente come un “forzare alla fede”; così tragicamente nel colonialismo ispanico-portoghese del Sud-America.

Ma non c’entra; serve solo a sottolineare e ingigantire lo sdegno del padrone, con l’orghistheis (participio aoristo di orghizomai), «arrabbiatosi» in Luca 14,21, del tutto identico all’aoristo passivo orghisthê di Matteo 22,7: quindi il riflessivo «si indignò» nella versione italiana. È il padrone incavolato nero nei confronti dei primi invitati per il loro diniego. D’altro canto l’ira di Dio è pluriattestata nella Bibbia. Il suo invio adirato equivale a una incisiva espressione dei dialetti gallo-italici, come il milanese, mantovano, emiliano, che nella mia parlata della bassa reggiana suona: «Raccogli tutto/i, Cata su tôt, rusch e bosch» (spazzatura e fogliame boschivo).

Fra i raccolti per strada ci sono i buoni e cattivi di Mt 22,10 e «i poveri, storpi, ciechi, zoppi» in Luca 14,21; non è una questione morale: i secondi raccattati ai crocicchi e lungo le siepi non sono necessariamente migliori dei primi invitati. È assurdo che nelle loro brutte e sporche condizioni di gente di strada debbano avere addosso la veste nuziale, come nell’epilogo di Mt 22,11-13. Anche il lettore meno esperto si rende conto dell’anomalia: dopo aver raccolto poveri, storpi, ciechi e zoppi (in Luca), è assurdo “beccare” uno senza l’abbigliamento dovuto. La spiegazione sta nel fatto che nel frammezzo c’era la parabola delle 10 vergini, le damigelle della sposa e/o dello sposo (cfr. l’appendice tecnica). La conclusione sull’abito era in coda alle 10 vergini (che vedremo fra un mese l’8 novembre), in un contesto perfettamente nuziale con il dovuto abbigliamento da cerimonia solenne.

Tutto converge in un’idea unica, con la tipica proporzione parabolica A sta a B come C sta a D. Come il padrone-re (A) è molto arrabbiato nei confronti dei primi invitati (B), così Dio è molto seccato (C) nei confronti degli uomini (D) che rifiutano i suoi inviti. Questa certamente non è una parabola della misericordia (come quelle di Luca 15), ma di avvertimento severo.

Gli impellenti inviti odierni. Ma di quali inviti si tratta? Non primariamente una richiesta di fede esplicita (ovviamente non esclusa), bensì un appello deciso all’etica, all’amore universale (come vedremo nel secondo grande comandamento fra 15 giorni), alle opere di misericordia che col famoso cap. 25 sul giudizio universale (lo commenteremo nell’ultima domenica dell’anno liturgico) concluderanno questa ampia sezione di dialoghi (e scontri: sulla resurrezione dei morti, sul tributo a Cesare domenica prossima) didattici a Gerusalemme.

Le ispirazioni divine non riguardano (direttamente) gli atti religiosi in senso stretto: sintomatico che in Marco l’interlocutore in accordo con Gesù, sottolineando che il grande comandamento vale più di tutti gli olocausti e sacrifici (Mc 12,33), stranamente da giudaico dottore della legge, attacchi frontalmente il culto templare; varrà poi anche per quello ecclesiale.

Le sollecitazioni di Dio, oltre a quelle evangeliche, si estendono pure ai valori, diciamo, riconosciuti come tali dalla maggioranza delle culture, non necessariamente da tutte, nella differenza tra i principi, gli ideali e le regole morali dell’Europa occidentale e quelli extra-europei. Ovviamente gli impulsi divini possono essere mediati dalla meditazione spirituale, in primis della Parola di Dio, ma pure dalle situazioni concrete, dai tragici eventi riportati dai quotidiani e dai media, dall’incontro con le persone in difficoltà; come Gesù che, facendo esperienza della realtà e guardando alla gente bisognosa, capiva cos’era volontà di Dio traducendo in concetti sempre più chiari il desiderio più profondo del Padre e gli scopi della sua profetica missione.

Appendice tecnica

La sezione inizia in Matteo 22,1 con «Gesù riprese a parlar loro in parabole» al plurale, ma poi nel testo attuale ne segue una sola (il banchetto). Originariamente seguiva qui quella delle 10 vergini, in un’atmosfera decisamente nuziale in cui si richiede l’abito adeguato. Le due parabole erano collegate dal medesimo contesto della festa di nozze. Ma un redattore successivo, non senza ragione, dato che il significato delle 10 vergini era escatologico, l’ha spostata nella sezione escatologica un paio di capitolo più avanti, subito dopo quella del maggiordomo che ha il medesimo senso (Matteo 25,1ss). Ma non si è preoccupato di riempire il buco con un passaggio redazionale o altro. Aggiungevano, spostavano senza andare tanto per il sottile, nonostante i contrasti che si aprivano e le anomalie imbarazzanti.

A volte però i ritocchi erano salutari: immediatamente prima della parabola lucana la scena si svolge  a casa di un capo fariseo nell’ambito appunto di un pranzo-cena, che si conclude col detto sulla resurrezione dei giusti (Lc 14,1-14). Ma il collegamento tra il “sedere a mensa” e la resurrezione finale è chiaro solo ad un ebreo palestinese, non a un pagano; perciò il saggio Luca in 14,15 lo spiega al mondo greco-romano facendo intervenire un commensale: «Beato chi “mangerà il pane” (alla lettera) nel regno di Dio», o meglio «chi prenderà cibo», come nella versione CEI che tiene conto correttamente del fatto che semiticamente mangiare il pane significa mangiare tout court, non solo il pane ma il resto delle vivande.