Commento al vangelo della 26ª dom.: Matteo 21,28-32
La parabola dei due figli, presente solo in Matteo 21,28ss, normalmente viene interpretata nel senso della discrepanza fra il dire e il fare («in cui ci sta di mezzo il mare», come nei proverbi popolari), che non è esclusa ma marginale. Invece nella parabola c’è molto di più e di diverso da un semplice momento di pigrizia, come sembra trasparire dalla traduzione edulcorata «Non ne ho voglia», che non è la stessa cosa di dissentire con un secco e contrastante «No, non voglio» (come nell’originale greco).
Se i (sommi) sacerdoti, anziani del popolo e farisei avessero dato la risposta corretta ma scontata (il figlio bravo è quello che di fatto va a lavorare nella vigna), non si spiega perché Gesù si scateni nei loro confronti col detto più aggressivo e violento di tutto il vangelo: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti, vi precederanno (o prenderanno il vostro posto) nel regno di Dio» (stop, senza sindacare su una eventuale loro conversione). Cosa c’è di peggio del dire a persone che si consideravano pie e irreprensibili che le “puttane” e gli strozzini sono meglio di loro? (cfr. l’appendice). Si capisce il perché lo abbiano giustiziato.
Una grande confusione. Nella maggioranza dei manoscritti, come nelle vecchie traduzioni, viene prima il figlio che dice «Sì, Signore» (ma poi non va), seguito dal figlio che dice «No» (ma poi ci va); di conseguenza nella risposta il figlio bravo è l’ultimo, o il secondo. Invece in parecchi altri manoscritti (come la Vulgata di Girolamo) la sequenza è invertita: col primo figlio che dice No e il secondo Sì: perciò il figlio giusto è il primo; il lezionario, con l’ultima versione CEI, segue la Vulgata.
Ma quest’inversione confusa (in cui sono stati commessi degli errori; cfr «Signor sì, o signor no?» del 6 ottobre 2023) molto probabilmente ci segnala che nella prima versione originaria i sacerdoti e gli scribi abbiano risposto che ha fatto la volontà del padre (cioè del loro Dio legalistico-sacrale: dirgli di No è lesa maestà e vilipendio della Rivelazione) colui che ha pronunciato un sì convinto (solo lui dice Signore diversamente dal fratello) a tutto il loro impianto religioso; se poi c’è qualche trasgressione (esemplificata nel non andare qualche volta a lavorare), si rimedia chiedendo perdono con le preghiere, i digiuni e le penitenze. Ossia il vero israelita è (e deve essere) un perfetto esponente dell’intera (loro) ortodossia che dice sempre «Signor sì» alla gerarchia, altrimenti si è eretici e peccatori. Per questo Gesù si scatena nei loro confronti, continuando (domenica prossima) con la parabola dei vignaioli omicidi.
La massima ortodossia. Bisogna tener presente la pietà giudaica, secondo cui dire «no, non voglio» ecc. è un disonorare Dio, mancargli di rispetto, non riconoscere l’autorità divina che ordina, quindi un sacrilegio irreparabile (non espiabile); mentre non eseguire uno dei suoi comandi (le singole mancanze) è perdonabile, emendabile con la dovuta soddisfazione.
Ovviamente una cosa così strana e anomala, ossia che il figlio bravo sia quello che ha detto «Sì» ma poi non va, ha sconcertato i successivi redattori che infatti non l’hanno capita e l’hanno “girata”, nel testo attuale, sul superamento di una “banale” accidia. Presumo che la maggioranza delle omelie di questa domenica verterà sulla coerenza tra il dire e il fare, sull’ipocrisia esteriore e simili; perché, modestia a parte, quasi nessuno oggi conosce quanto stiamo sostenendo… (Forse solo qualcuno in Germania se ha letto nel tedesco (in grafia gotica del 1941) di E. Hirsch la sua Frühgeschichte II, p. 317s).
La logica dei sacerdoti e dottori della legge è stata applicata anche nella storia della chiesa fino ad oggi: non ti puoi permettere di dissentire, di criticare, di voler cambiare proponendo nuove interpretazioni; devi accettare in teoria, con perfetta ortodossia (pena l’eresia e l’esclusione), tutti i dogmi, i cosiddetti principi non negoziabili ecc. Se poi c’è qualche trasgressione nella pratica, si rimedia senza problemi con la confessione. Invece secondo Gesù si può dissentire, dissociarsi, e proporre una nuova visione come facciamo noi, tanto più che nella vigna ci abbiamo lavorato e continuiamo a farlo, nonostante l’essere guardati con sospetto. Siamo “ribelli” per amore della verità, ma legittimati a farlo: il vangelo odierno ci “benedice”.
Dall’ammissione al divieto. Al contrario dell’AT in cui era ammessa (cfr. l’appendice), secondo invece la visione tradizionale ecclesiastica la prostituzione era moralmente vietata e condannata. Tanto che il redattore scandalizzato ha dovuto precisare che sopravanzano i sacerdoti-farisei non le prostitute e i pubblicani in sé, bensì quelli «pentiti»; cioè li fa convertire, non a Gesù ma al Battista. Non cambia la sostanza: essendo forse un po’ troppo presto per farli convertire a Gesù, vi rimedia col Battista al passato, con le conversioni già avvenute. Il passo originario invece terminava al v. 31 senza specificare se si siano convertiti o meno, una mancanza imbarazzante per il cristianesimo primitivo. Alle giovani chiese risultava indigesta una pura grazia senza meriti o conversione; per cui hanno sottolineato che i pubblicani e le prostitute, in analogia col racconto precedente, hanno creduto a Giovanni con un doppio sì, con le parole della fede e coi fatti, mentre i farisei lo hanno rifiutato con un doppio no (niente fede e men che meno conversione) nei confronti del Battista. Il racconto rispecchia il periodo molto polemico trascorso da Gesù a Gerusalemme.
Appendice tecnica: la prostituzione nell’AT
Nell’Antico e nell’Intertestamento la prostituzione ordinaria non era considerata un’immoralità peccaminosa; altra cosa è invece quella sacra, condannata per l’idolatria e non per il commercio sessuale, o quella intesa in senso traslato, sempre a motivo degli idoli, relativa al rapporto infranto tra Jahve e il suo popolo prostituitosi agli dei stranieri.
La vicenda di Giuda e Tamar (Genesi 38,1-30) dimostra in maniera inequivocabile che nell’AT per l’uomo aver rapporti con prostitute era una cosa consentita, non peccaminosa. La “colpa” di Giuda non è l’essere andato a prostitute, bensì l’incesto con la nuora, anche se travestita col volto coperto; la morale dell’AT è fisicamente oggettivistica, prescindendo dalla consapevolezza: si è impuri per aver toccato qualcosa anche senza accorgersene.
Ma qui ci interessa la valutazione della prostitute, se il loro mestiere era considerato peccaminoso o no; propendiamo per il “no”, anche se nel tardo giudaismo sino all’epoca di Gesù le correnti più intransigenti disprezzavano una tale professione, per cui Gesù la può utilizzare, assieme agli odiatissimi pubblicani, per ferire mortalmente gli altezzosi capi dei sacerdoti, anziani e farisei-scribi.
Nell’AT in genere se ne parla in maniera neutrale, distaccata, senza giudizi negativi, anche perché essa era dettata dalla miseria − una cosa ben diversa dalle escort odierne. Sansone in Giudici 16,1 va a Gaza da una prostituta a… pernottare tranquillamente (solo dopo in piena notte deve fuggire perché inseguito dai Filistei), senza espressioni di biasimo per entrambi.
Basta vedere la figura e l’azione di Raab la prostituta nel facilitare l’esplorazione delle spie israelite del territorio di Gerico (Giosuè 2,1-21 e 6,17-25); per il suo aiuto dato a Israele e per la sua «professione di fede» nel Dio dell’Esodo (Giosuè 2,10s; elogiata in Ebrei 11,31 e Giacomo 2,25) è stata considerata dai Padri addirittura un’immagine della Chiesa! Anche Dante la pone in Paradiso IX, 115-126. Che Raab fosse una prostituta è irrilevante nel racconto, senza disprezzo; e non si dice che abbia smesso il suo mestiere: neppure nell’intervallo tra l’esplorazione delle avanguardie di Giosuè (cap. 2) e la presa di Gerico con la preservazione della casa e della vita di Raab (cap. 6). Nell’AT non c’è il minimo accenno di rimprovero e di peccaminosità: Raab è una… mezza santa.





