Commento al vangelo della 27ª dom.: Matteo 21,33-43

Occorre distinguere accuratamente tra la versione originaria, in cui non c’era né l’invio né l’uccisione del figlio, e neppure le altre aggiunte ecclesiali successive. Non è rilevante la precisione nella descrizione della vigna con «la circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio, e costruì una torre»: tale allestimento (dispendioso) è un’integrazione per accordarlo con Isaia 5,1-5 (prima lettura); infatti è assente in Luca (cfr. l’appendice tecnica).

I servi malmenati. Irrilevante è pure il triplice invio di un servo alla volta, come in Marco 12,1ss e Luca 20,9ss, oppure numerosi servi in gruppo due volte come in Matteo: anche se le parabole in origine non sono allegorie, qui Matteo allegorizza, come farà domenica prossima con quella del grande banchetto. Infatti i servi sono i profeti dell’AT rifiutati, percossi, e in parte uccisi: ma in Luca non c’è l’assassinio dei servi (probabilmente aggiunto dal Marco III). I contadini sono più che altro gente che mena. Tra il gruppo dei profeti si sottintende anche l’ultimo, quello escatologico, quindi pure Gesù, per cui i fittavoli non sono solo quelli del passato della storia di Israele, bensì anche gli interlocutori attuali di Gesù: mentre in Marco è Gesù stesso che pronuncia il giudizio tremendo, in Matteo sono gli ascoltatori che si tirano la zappa sui piedi pronunciando le parole che condannano di fatto se stessi (mea res agitur), per il rifiuto di Gesù. Il vangelo odierno si ferma al v. 43, ma nel 45 «I sommi sacerdoti e farisei capirono che parlava di loro». Mentre in Mc e Lc si dice semplicemente che il padrone «farà morire i contadini», il tremendo Matteo II rincara la dose con «farà morire quei malvagi miseramente»: kakous kakôs, la tipica assonanza utilizzata anche nella commedia-tragedia greca, in Aristofane, Sofocle ed Euripide.

La parabola originaria saltava dal v. 36 al v.40 senza il figlio e la pietra testata d’angolo, e si concludeva al v. 43 con «vi sarà tolto il regno (agli ebrei) e dato a un popolo (di pagani) che lo farà fruttificare». La Chiesa primitiva ha visto se stessa nei nuovi fittavoli, in quanto comunità che ha ricevuto in dono l’eredità di Dio.

La profezia combattuta. Essa non va intesa solo in senso etico, ma come difesa dei poveri e denuncia delle ingiustizie (certo questo in primis, in linea col discorso della montagna), come il vescovo martire Romero. Ogni generazione esperimenta la reale vischiosità della polis anti-profetica: ad es. l’ebraismo post-esilico, i farisei e sadducei del tempo di Gesù, la svolta costantiniana, l’inquisizione, la serie dei papi “pii” da Pio IX a Pio XII e così via. Come non è mai mancata in ogni generazione la profetica spinta propulsiva: cristianesimo delle origini, la nascita degli ordini monastici, religiosi e carismatici, la Riforma, il modernismo, don Mazzolari, don Milani e Padre Turoldo (questi due relegati e confinati su due sperduti paesi di montagna), Giovanni XXIII, il Concilio Vaticano II e gli anni immediatamente seguenti. Rileggendo le pagine di Adesso, il quindicinale di don Primo, c’è da rimanere esterrefatti dalla veemenza messianica e dall’arditezza rivoluzionaria del parroco di Bozzolo, che invece è stato molto annacquato dall’agiografia standard, la quale ha molto insistito sulla sua obbedienza nei periodi che gli è stato proibito di parlare e di scrivere. Proprio il titolo Adesso allude al fatto che la profezia va presa subito e non 50 anni dopo.

Essa riguarda pure il campo delle conoscenze; sotto questo profilo anche Galileo è un profeta, appunto perseguitato e condannato. Concerne anche i grandi teologi del passato (rinuncio a fare nomi per non dimenticare qualcuno), e pure i grandi esegeti del passato, che hanno rischiato la scomunica ai tempi del modernismo per aver sostenuto ad es. che Mosè non è l’autore del Pentateuco, bensì la evidente teoria documentaria, cioè che è l’assemblaggio di 4 tradizioni, 4 documenti diversi: infatti il Bonaiuti fu scomunicato, il Bonaccorsi emarginato ecc.

Il figlio è un’integrazione successiva. Grazie a loro possiamo pure affermare che ci sono più livelli nei vangeli, che il discepolo prediletto non è Giovanni di Zebedeo ma il Giovanni (forse di stirpe sacerdotale ebraica) di Gerusalemme-Efeso, poi leader delle chiese giovannee in Asia minore, ma non è lui l’autore del quarto vangelo; che Gesù ha detto «è più facile che una grossa corda (una fune, e non un cammello) passi per la cruna di un ago che salvarsi o entrare nel Regno»: sottinteso da soli, senza la grazia di Dio, comunque in generale e non riferito specificatamente ai ricchi. E tante altre cosette che abbiamo sparso nel nostro commento triennale dei vangeli domenicali.

È grazie a questi giganti che qui posso sostenere che il figlio e la sua uccisione sono una aggiunta, una super-integrazione posteriore. Quando si accenna alla crocifissione, non si può finire seccamente con la morte, ma bisogna aggiungere la resurrezione come nei ben tre annunci-predizioni della passione. Ma qui, dopo che il figlio è stato cacciato fuori dalla vigna e ucciso, era quasi impossibile dichiararne la resurrezione in modo classico al terzo giorno, per cui essa è stata implicitamente inserita, in maniera originale e fuori dalle righe, con la pietra testata d’angolo, che non ha solo una funzione ornamentale, bensì congiunge due muri come pietra angolare per assicurare la stabilità dell’edificio; può essere intesa anche come chiave di volta nell’arcata di una porta. È chiara la continuità di vita del crocefisso in quanto risorto che regge la costruzione ecclesiale.

Il brano prosegue (non letto nella liturgia): «Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato, e qualora essa cada su qualcuno lo stritolerà» (v. 44). Non mi dispiacerebbe che la pietra sfracellasse e stritolasse (metaforicamente) i potenti guerrafondai odierni, coi loro falsi profeti di corte come nell’AT, in cui bisognava distinguere i veri profeti perseguitati da quelli falsi osannati, servi e adulatori del sovrano di turno; come oggi il vicepresidente Vance alla corte dell’imperatore Trump, e il patriarca Kirill, servo dello Zar.

Appendice tecnico-storica

L’allestimento della vigna Luca non l’ha letto nel suo unico manoscritto del Marco II, perché ivi assente. È un’aggiunta del Marco III finale, che invece Matteo vede. Viceversa il Marco II ha inserito il figlio (e la pietra), che ritroviamo in tutti e tre i sinottici.

Il card. Ruini disdegnava la profezia, preoccupato solo dell’ortodossia. Egli disse (ne sono testimone diretto) che il Vaticano I non è un theologoumenon (cioè una tesi estemporanea, opinabile e quindi non vincolante); perciò il concilio va accettato in toto: e non si tratta solo dell’infallibilità pontificia, ma ad esempio che l’esistenza di Dio può essere dimostrata su un piano razionale in quanto creatore. Nella costituzione dogmatica Dei Filius si afferma che «Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale della ragione umana a partire dalle cose create». Tutto ciò è vincolante per la fede cattolica. Si richiede quindi un’ortodossia assoluta per tutti i ruoli, uffici, ministeri. A partire dall’elezione del Pontefice, alla nomina dei vescovi, agli insegnanti di teologia ecc.: sino alla fine degli anni ’50 i docenti nelle facoltà teologiche e nei seminari dovevano fare il giuramento anti-modernista.

Non molto tempo dopo la nomina di Michele Pellegrino ad arcivescovo di Torino (1965) e di Luigi Bettazzi a vescovo di Ivrea (1966), circolava una voce nei sacri palazzi vaticani: «Non commetteremo più errori nella nomina dei vescovi!».