A scuola abbiamo celebrato gli 80 anni della Liberazione andando alla ricerca di partigiani e antifascisti nelle targhe delle vie limitrofe al nostro istituto. Viale Monti è la via che taglia a metà il Parco Di Vittorio, a Torino. Corso Giambone è il corso parallelo al sottopasso del Lingotto. A interpretare partigiani e antifascisti i ragazzi più grandi: dai ragazzi per i ragazzi (i destinatari erano per lo più i ragazzi del biennio), è la nostra idea. Presentiamo due dei monologhi che sono stati presentati.

Augusto Monti

«Ho sempre pensato che agli studenti bisogna dare alcune scintille, sperando che non spariscano. E poi a volte diventano fuoco, a volte si spengono, altre illuminano tutto attorno a loro dandogli nuova vita. Ognuno è diverso: è questa la grande fortuna e l’infinita ricchezza del mio mestiere. C’è chi si ribella, chi soffre, c’è anche chi muore. L’insegnante deve capire che cosa hanno in testa. È quello che io provavo a fare in classe, è quello che ho lasciato fare alla letteratura. Quante vite. Quanti poemi.

Sicché provavo a non incatenare le lettere: la poesia, quella scritta e quella che sarebbe stata scritta, andava lasciata libera, contrariamente a come la si stava soffocando.

Mi chiamo Augusto Monti. Ricordo gli anni al liceo classico Massimo D’Azeglio di Torino. Ricordo Cesare Pavese, Norberto Bobbio, Massimo Mila, Leone Ginzburg. Tutte menti affamate, menti nuove: ho visto una lucciola di libertà nel buio, a braccetto con la paura di spegnersi. E così ho detto a quella lucciola di sforzarsi per fare luce su qualcuno di quei vecchi libri: Dante, Tacito, Cicerone, Alfieri, Sallustio, Lucano. Andavano letti con quella luce, di quella lucciola.

(Pausa)

Speravo di riuscire a spingerli a interrogarsi, a non accettare mai nulla passivamente.

La letteratura in classe doveva essere letteratura, non una bella schiava del regime. Solo se stessa: voce di ciò che rende uomo l’uomo, le inquietudini e le passioni, quelle vere, quelle libere.

Bisogna pur dire che un’ombra lunga ha sempre soffocato il mio tentativo, silenziandolo. A scuola non si poteva parlare. Ovunque, in realtà, non era lecito esprimersi. Ogni parola doveva passare dal bilancino. I rischi li sapevamo bene tutti. Sapevo che sarei stato allontanato. Accadde.

(Pausa)

Era il 1931 quando mi chiesero di giurare fedeltà al fascismo. Non volevo. Trovai una scappatoia: andare in pensione. Persi la cattedra, la possibilità di insegnare in una scuola pubblica.

Vedete, insegnare non è solo un mestiere. Si può insegnare ovunque. È sufficiente la parola, un sussurro, un messaggio. Continuai a scrivere, a leggere, a confrontarmi con i miei allievi di un tempo. Alcuni di loro si sarebbero poi trovati a lottare contro quel regime che insieme, illuminati dalla piccola lucciola della scuola, rifiutammo con fermezza, ma senza dirlo, ché Dante faceva per noi. Leone Ginzburg è morto sotto le torture nel 1944. Molti non tornarono. In quel momento compresi pienamente che la scintilla si era fatta fuoco.

(Pausa)

Dopo la guerra l’Italia era cambiata. Il mondo che avevamo conosciuto era andato in pezzi, adesso era necessario ricostruire. Avevo di nuovo la mia cattedra. Su quelle stesse poesie piansi i miei studenti, piansi per loro, ma piansi nel futuro che loro avevano desiderato».

Eusebio Giambone

«Sono nato in quel gran rumore di Torino che si popola di fabbriche, e ci ho vissuto: lo ricordo perché è ancora la colonna sonora delle mie lotte. Rumore insieme di macchine e di uomini, che invadeva l’aria grigia e poi nera, sempre più spessa, sempre più fascista e soffocante.

Sono Eusebio Giambone, nato il 1° maggio del 1903 a Torino, tra il rumore delle fabbriche e la fatica degli operai.

Frequentai la scuola tecnica e trovai lavoro come tornitore. Il lavoro non era solo un lavoro, era lotta. Lotta contro il fumo e il grigiore: quello vero, responsabile della tosse che si confondeva con il baccano dei motori, ma anche quello silente, delle coscienze annerite. Non era lecito starsene fermi.

Nei primi anni Venti mi unii alla Gioventù Socialista; conobbi Antonio Gramsci: leggevamo “L’Ordine Nuovo”. Il 1920 lo passai in fabbrica: occupammo tutte le officine. Immaginate, in un’Italia completamente da ricostruire dopo la Grande Guerra, duemila scioperi in un solo anno (6 al giorno) e due milioni e mezzo di scioperanti. Volevamo un mondo migliore.

Poi arrivarono i fascisti: le loro squadre hanno gambizzato tutti gli scioperi, a uno a uno, scioperi che urlavano sempre meno. E non siamo rimasti a guardare: eravamo pochi, ma ci credevamo ancora. Non fu sufficiente.

Ricordo il ‘22, il terrore a Torino, i fascisti dilagavano. Sono scappato in Francia. Tredici anni, tredici lunghi anni passati con gli altri italiani emigrati per paura dei fascisti. Ho visto la guerra civile in Spagna, ho pianto mio fratello Vitale, caduto a Huesca contro i franchisti.

Potete pensare a cosa vuol dire rinunciare a tutto ciò che avete, ciò che avete costruito, per una paura? Una paura, un rumore nero che è presagio del silenzio. Pian piano la parola fu esiliata.

Nel ‘40 i francesi mi arrestarono. Prima il carcere, poi il campo, infine la vergogna: i francesi di Vichy mi hanno consegnato ai fascisti italiani. E poi al confino, in provincia di Avellino.

Nel luglio del ‘43 cadde Mussolini. Poco dopo sarebbero sbarcati gli Alleati, e si sapeva, al tempo, che sarebbero arrivati, che prima o poi sarebbero arrivati, dal Sud. Dovevo semplicemente aspettare, lì dov’ero.

Presi il primo treno per Torino. Volevo tornare dai miei. Dopo l’8 settembre, era la guerra era civile, Torino era nel panico. Ma, nelle fabbriche, noi eravamo organizzati. La Resistenza si preparò, ci dividemmo in squadre. Combattemmo.

(Pausa)

Mi catturarono il 31 marzo del ‘44. Insulti, alle mie orecchie arrivavano insulti. Seguivano gli interrogatori, le botte. Non ho parlato.

(Pausa)

Scrissi una lettera a mia moglie Luisetta e una a mia figlia Gisella, prima di essere fucilato: «Cara adorata Luisetta, sono calmo, estremamente calmo. Io che non sono credente, io che non credo alla vita dell’aldilà, non ho paura della morte. Mi dispiace morire, sì, ma non per me: mi dispiace non poter più godere del vostro affetto, mi addoloro del vostro dolore. Avrei voluto stringervi almeno un istante. Non fu possibile. Ma tu sarai forte, lo so, come sono certo che vedrete il mondo migliore per il quale ho dato tutta la mia modesta vita e sono contento di averla data. Vi amo quanto può amare uno sposo e un padre. Vi stringo in un abbraccio ininterrotto per tutte le ore che mi restano a vivere».

(Pausa)

«Cara Gisella, quando leggerai queste righe il tuo papà non sarà più. Non piangere, tesoro mio, consola la mamma da vera donnina come sei. La vita vale di essere vissuta quando si ha un Ideale. Studia, cresci, divertiti come lo vuole la tua età. Se è bene che pensi a tuo padre, pensaci senza lasciarti sopraffare dal dolore. Ti abbraccio, e il mio pensiero sarà fino alla fine per te e la mamma».

(Pausa)

Il 5 aprile 1944 ci hanno portati al Martinetto, otto di noi. Ci hanno messo in fila davanti al plotone d’esecuzione. Non ho tremato».

(I monologhi sono stati riscritti da Beniamino Galati sulla base di una bozza elaborata da Antonello Ronca)