Se, come è estremamente probabile, il 7 agosto prossimo il conflitto russo/ucraino non sarà concluso, esso per durata supererà la partecipazione italiana alla prima guerra mondiale. Dal 24 maggio 1915 al 4 novembre 1918. È sempre così. Quando iniziano, le guerre debbono durare poco: il Kaiser Guglielmo II nell’agosto 1914 prometteva il ritorno a casa per la vendemmia o al massimo per Natale. Nel giugno1940 Benito Mussolini voleva gettare sul tavolo della pace, che pareva molto prossima, qualche migliaio di morti per partecipare alla spartizione del bottino. Sappiamo come le cose siano andate diversamente. Le guerre durano, in genere, moltissimo, divorando vite e beni, impelagate nei falsi miti della resa e della vittoria. Trasformano le economie, distruggono il futuro. Dunque il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra? No, l’Italia, il cui governo decise sostanzialmente contro il Parlamento, aggredì l’Impero austroungarico, dopo avere rinnegato un patto di alleanza precedentemente concluso. Giovanni Giolitti sostenne che, restando neutrale, l’Italia avrebbe ottenuto «parecchio», cioè il Trentino fino a Salurn e con ogni probabilità uno statuto di città libera per Trieste, forse più conveniente per il suo sviluppo futuro. Il vero problema è che alla retorica risorgimentale dell’irredentismo e della quarta guerra d’indipendenza si affiancava un certo imperialismo espansionistico al confine orientale.

Mi sono sempre chiesto perché un uomo di confine come Alcide De Gasperi (bilingue e già deputato al parlamento di Vienna) preferisse come inno nazionale, la Canzone del Piave che tale fu dall’8 settembre 1943 al 2 giugno 1946. Le note sono accattivanti, la melodia migliore dell’inno di Mameli, le parole però altrettanto tronfie e retoriche. Il messaggio, articolato in un lunghissimo testo di 48 versi, punta su frasi come «far contro il nemico una barriera» o la più famosa: «non passa lo straniero». E mi sono chiesto: ma chi era questo nemico, questo straniero? A Vienna e nelle altre città dell’Impero molti veneti e lombardi praticavano una emigrazione stagionale che integrava un’agricoltura povera. Erano molto apprezzati come falegnami, carpentieri, muratori. Non parliamo dei gelatai e di altri artigiani dolciari provenienti dal Mezzogiorno. Ancora oggi i più pregiati wafers (rectius Waffeln) viennesi si chiamano Neapolitaner. Per finire con la commovente figura di Tönle che durante l’inverno, cavandosela in tre o quattro lingue, riusciva a piazzare stampe della Madonna perfino nelle case dei protestanti praghesi. Il personaggio di Mario Rigoni Stern che alla fine della guerra non riconosce più quelle terre, improvvisamente segnate da molti confini, e sostanzialmente ne muore (Storia di Tönle e l’Anno della vittoria). Accadde invece che, alla fine delle ostilità, per motivi geostrategici, i vincitori imposero alla neonata Repubblica austriaca la cessione all’Italia del Südtirol. Una zona di etnia e lingua tedesca dalla fine dell’impero romano, oggetto di attuazione delle teorie ottocentesche sui confini come spartiacque naturali (quindi da Salurn fino alla «Vetta d’Italia»…). Astrazioni spesso smentite dalla storia. Sul confine svizzero delle Alpi come su quello francese. Il Delfinato, annesso al Regno di Francia nel 1349, fino ai Trattati di Utrecht e Rastadt (1713 e 1714) confina con il Ducato di Savoia a Chiomonte, in piena Val di Susa. E senza dimenticare l’esperienza tardo-medievale degli Escartons, durata fino alla rivoluzione francese: piccole repubbliche dotate di grande autonomia rispetto al sovrano, che si affacciavano al di qua e al di là del Colle del Monginevro (dal Queyras, a Briançon, ad Oulx). Seguì una sciagurata politica di forzata italianizzazione, a partire dai nomi delle località talvolta tradotte (Fontanefredde per Kaltenbrunner), talaltra banalmente traslitterate con assonanze per cui Piccolheim (o Pikolein) diventa Piccolino. Segue il divieto di parlare tedesco a scuola, mentre gli italiani immigrati, lungi dal parlare la lingua locale, conoscono poco anche l’italiano, avendo parlato dialetto fino al giorno prima (Sebastiano Vassalli, Il confine. I cento anni del Sudtirolo in Italia). Un quadro desolante di cui ci dà un resoconto fedele Lilli (Dietlinde) Gruber in due romanzi famigliari come Eredità e Tempesta, in un arco di tempo che va dal 1918 al 1945. Il tedesco veniva studiato in scuole di fortuna, nelle cantine, mentre in quelle statali i docenti storpiavano a bella posta i cognomi, pronunciando all’italiana i dittonghi eu ed ei. Piccole, sciocche angherie. Al confine orientale si italianizzarono anche i cognomi per cui Francovich divenne Francovicchio.

Grande fu lo sconcerto della borghesia viennese quando venne data notizia dell’aggressione italiana. Ma come? Secoli di rapporti culturali con Venezia, da Antonio Vivaldi ad Antonio Salieri, maestro di cappella presso gli Asburgo, a Lorenzo Da Ponte librettista di Mozart, solo per restare in campo musicale, per tacere di tutti gli altri legami artistici, letterari e scientifici; e il culto per la lingua italiana che persiste tuttora a Vienna. Sì, è vero gli austriaci erano stati i principali avversari dell’unità nazionale, ma quelli erano altri tempi… molta acqua era passata sotto i ponti dal 1866 e dalle italiche disfatte di Custoza e Lissa, che comunque con strane triangolazioni internazionali avevano permesso di acquisire il Veneto al Regno.

Lo sconcerto cedette però all’odio quando cominciarono a rientrare in Austria le bare dei primi giovani morti al fronte. La marea montò e condusse alla “spedizione punitiva” esattamente un anno dopo, nel maggio 1916, quando tutto il fronte subì pesantissimi bombardamenti di artiglieria con conseguenze drammatiche per le truppe e i civili italiani. La distruzione dell’Altopiano di Asiago costrinse, tra l’altro, le popolazioni a un frettoloso e disordinato sfollamento nella pianura vicentina (vedi tra gli altri Emilio Lussu, Un anno sull’altipiano e M. Rigoni Stern, Storia di Tonle).

Quindi, tornando alla Canzone del Piave, erano questi i nemici a cui far barriera, gli stranieri a cui sbarrare il passo, gli irriducibili avversari da uccidere? Popoli che avevano in comune persino il credo religioso. Fu «un’inutile strage» su entrambi i fronti.

Sarà mai possibile scrivere una storia europea condivisa? Molti anni fa lessi di un gruppo di lavoro di insigni storici, che, su incarico della Commissione Europea, avrebbe dovuto giungere alla redazione di testi di storia utilizzabili in tutti gli stati aderenti. Non so che fine abbia fatto. Di certo in questo clima tossico di ritorno del nazionalismo non c’è compito più difficile di quello di superare le grettezze e le ipocrisie che hanno sempre caratterizzato le versioni storiche dei vari Paesi. Eppure sarebbe un’opera quanto mai necessaria.