Nella Biblioteca di Vinovo il 9 maggio 2025 e al Polo del Novecento il 16 maggio si è svolto un «Aperitivo filosofico» dal titolo «Non è finita la Liberazione» curato da «Rifrazioni», un gruppo di giovani che propongono pratiche filosofiche in luoghi non accademici. Il tema era il valore della Liberazione e dell’antifascismo a 89 anni dalla fine della seconda guerra mondiale
Sulla Resistenza e sulla Liberazione siamo abituati a leggere diari, testimonianze, lettere, saggi, racconti, romanzi. Abbiamo scelto dal libro di Giovanni Tesio 25 poesie per il 25 aprile (Interlinea 2025) sette poesie per rappresentare la ricorrenza del 25 aprile attraverso i versi di alcuni dei nostri poeti maggiori, scritti sia nell’immediatezza degli eventi, sia nello sviluppo che ne è seguito. Li abbiamo alternati con alcuni articoli della Costituzione, che ne raccoglie l’eredità più matura.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.
Piero Calamandrei (1889-1956), Discorso agli studenti milanesi (1955)
Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Il primo testo, sulla soglia, costituisce una sorta di prologo: poco più di una strofa da Primavera hitleriana di Eugenio Montale. Ricorda la visita svoltasi di Hitler − il messo infernale − a Firenze nel maggio del 1938. Nelle vetrine sono esposti giocattoli di guerra, che esprimono lo spirito militarista dell’epoca; i macellai hanno chiuso i negozi dove fan bella mostra i capretti infiorati di bacche aromatiche: questi miti carnefici preannunciano il sangue che presto scorrerà. La festa si è tramutata nell’immonda danza delle falene che si sono schiantate a terra, mentre l’acqua dell’Arno continua a scorrere imperturbabile. L’invadenza del male mette a rischio il senso stesso dell’amore per Clizia, unica ancora di salvezza.
Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso
e pavesato di croci a uncino l’ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armate anch’esse
di cannoni e giocattoli di guerra,
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,
di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.
Tutto per nulla, dunque?
Eugenio Montale, La primavera hitleriana
Leggevo negli occhi dei famuli
il mio destino la mia certa condanna
andavo in montagna
scarponi e paltò
volevo fuggire
l’Italia e Salò.
Luciano Erba
Pavese in Tu non sai le colline si rivolge a una figura femminile che non sa nulla degli eventi sanguinosi che si sono consumati sulle colline: la donna è estranea alla Storia. Il poeta e gli altri (tutti quanti) mostrano un rimorso per la mancata partecipazione alla Resistenza: la viltà del non-combattimento equivale a una condanna a non esistere veramente. Nella fuga generale solo un uomo si è fermato a combattere e morire, accettando il suo destino. La morte del soldato riscatta il suo destino: l’uomo morto può coincidere con il suo nome, con quell’identità che gli altri suoi compagni avevano gettato via fuggendo. E forse scuote i compagni dalla loro viltà, perché una donna aspetta i combattenti sulle stesse colline da cui li aveva visti scappare.
Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morí
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cerchio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.
Cesare Pavese
Art. 11 L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Giorgio Caproni racconta come è nato questo Lamento V (Gli anni tedeschi): «L’occasione mi fu offerta da una veglia presso le salme di alcuni partigiani, mentre mi trovavo in una sconquassata casa di montagna accanto a quei morti sul nudo ammattonato e ad alcune donne che, con ostinazione maggiore dello sgomento, continuavano mute a cucire le bandierine dei distaccamenti». La memoria è una piaga / solenne perché quella piaga ha un valore quasi sacro. Nel petto delle donne l’armonioso sfacelo si propaga errando. Non v’è certezza di speranze in quelle stanche / bocche dei morti. Da qui un invito al silenzio, che lasci parlare quella polvere e quegli aghi (che alludono alla Val Trebbia come a tante altre valli montane) nelle bocche dei morti. La ferita è stata inferta e non potrà risarcire lo schianto della sofferenza che in quelle stanze viene vissuta, anche se quella dura vita che sta intorno ai cadaveri non vive nell’urlo in cui altra notte / geme (forse un’allusione alla notte in cui i partigiani sono stati ammazzati). Perché in quella notte vive intatta un’altra vita: da quel sacrificio potrà emergere una vita intatta, non straziata. Finalmente degna di essere vissuta.
Quali lacrime calde nelle stanze?
Sui pavimenti di pietra una piaga
solenne è la memoria. E quale vaga
tromba – quale dolcezza erra di tante
stragi segrete, e nel petto propaga
l’armonioso sfacelo?… No, speranze
più certe son troncate sulle stanche
bocche dei morti. E non cada, non cada
con la polvere e gli aghi nelle bocche
dei morti una parola. La ferita
inferta, non risalderà la notte
sulle stanze squassate: è dura vita
che non vive nell’urlo in cui altra notte
geme – in cui vive intatta un’altra vita.
Giorgio Caproni
L’hanno picchiato a sangue, non a morte
il figlio mezzo scimunito
della fiorista del paese
che girava fischiando «Giovinezza»
due, al massimo tre giorni
prima del 25 aprile.
Era fascista? Certo – come quelli
che l’hanno preso a pugni
erano uno di Masnago, gli altri
di Induno: per esserci nati.
Mai più saremmo stati, lì da noi,
così atrocemente innocenti.
Giovanni Raboni
Disposizioni transitorie e finali – XII. È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
Canto degli ultimi partigiani, di Franco Fortini, è una poesia corale, popolare, anonima. Nelle prime tre strofe sono protagonisti i partigiani giustiziati. I loro corpi sono pezzi di corpi senza identità: teste, bava, unghie e denti. Quello che possono fare è mordere l’aria se penzolano dai cappi o mordere la sabbia se giacciono a terra fucilati. Ma nell’ultima strofa i partigiani superstiti rispondono idealmente ai compagni morti: dall’esempio dei morti i vivi trarranno la forza per proseguire il cammino verso la libertà e la giustizia.
Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati.
Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.
Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.
Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.
Franco Fortini, Canto degli ultimi partigiani
Partigia di Primo Levi, datata 23 luglio 1981, è forse l’ultima delle poesie che leggiamo ad essere stata scritta. Comincia con la lista dei nomi di battaglia. Fino all’arresto del 13 dicembre 1943, Levi aveva infatti fatto parte della banda del Col de Joux, in val d’Aosta, e con quel modo di dire, partigia, riprende la formula usata in Piemonte per indicare i combattenti più spregiudicati. La poesia è un invito a non ritirarsi e a tornare sulle montagne perché «la nostra guerra non è mai finita».
Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
Quelli che restano hanno i capelli bianchi
E raccontano ai figli dei figli
Come, al tempo remoto delle certezze,
Hanno rotto l’assedio dei tedeschi
Là dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
Altri rosicchiano la pensione dell’INPS
O si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’è congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
Lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
Con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
Ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci.
Diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
Perché nell’albo non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno,
Spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
La mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non è mai finita.
Primo Levi, Partigia
Un ringraziamento particolare a Giovanni Tesio, autore di 25 poesie per il 25 aprile (Interlinea 2025) .





