Vicino ai cento anni, il 4 gennaio è morto Rodolfo Venditti, maestro di fine cultura per molti di noi, anche se gli ultimi anni di malattia ci hanno privati degli incontri impegnati e amichevoli con lui. A chi lo curava con affetto pareva che il suo corpo fosse ancora qui, tranquillo, e la sua anima già in cielo.

Nato a Ivrea nel 1925, è stato dirigente centrale della Gioventù di Azione Cattolica. Fu magistrato dal 1950 al 1993, alla Pretura di Torino, poi al Tribunale e in seguito alla Corte di appello di Torino, sezione minorenni. Racconta in una specie di autobiografia sulla sua professione a servizio della società umana che dal padre giudice imparò a non chiamare ladro un uomo che ha rubato, perché ciò significa etichettarlo per sempre, mentre è uno che ha rubato, ma ha tutte le possibilità di non sbagliare più in futuro (in Giustizia come servizio all’uomo. Riflessioni di un magistrato, 1995 e 2017). Ricorda di essere stato colpito da una frase su un antico codice veneziano: «Tra il caso e la legge sta l’omo».

Nella giurisdizione riguardante i minorenni, lavorava con viva sensibilità nella cura, insieme alla serietà, degli orientamenti futuri dei giovani incorsi nella legge. In Legge e libertà. I giovani, la legalità, la giustizia (1998) riflette con finezza intorno ad una inchiesta su questi temi tra i giovani di tutta Italia.

Venditti coltivò gli studi giuridici, in particolare sul diritto penale militare e la relativa procedura, disciplina che insegnò nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Torino (Il diritto penale militare nel sistema penale italiano, A. Giuffrè, 1997). Ma il tema principale dei suoi studi giuridici e morali fu l’obiezione di coscienza alle armi e alla guerra, suo tipico contributo alla cultura di pace. Il suo lavoro scientifico L’obiezione di coscienza al servizio militare (Giuffrè, con successive edizioni arricchite, dal 1981 al 1999) esamina in profondità la genesi e il testo della legge che la introdusse in Italia nel 1972 e le norme successive.  L’Autore percorre a grandi linee la storia dell’obiezione di coscienza nei secoli, il suo rapporto con la Costituzione italiana, il suo posto nel diritto internazionale. «La coscienza è la struttura portante della persona: fa sì che io sia un uomo e non un animale d’altro tipo; e, nell’ambito dell’umanità, fa sì che io sia io e non un altro». La disobbedienza lealmente dichiarata a una legge che l’intima coscienza sente ingiusta è un contributo al miglioramento, e non un danno al significato della legge nella convivenza umana. Nella intervista concessa a Pietro Polito, Le ragioni dell’obiezione di coscienza (1986), Venditti sviluppa riflessioni storiche, morali, giuridiche, civili su tale tema di umanità e di superamento della guerra.

Lo interessò e lo impegnò seriamente il tema della coscienza davanti alla guerra, alle armi. In un opuscolo del 1986, Pace e difesa, raccoglie casi storici di difesa nonviolenta. La difesa è un diritto e anche un dovere, ma l’impegno è che non raddoppi i mali della violenza: quelle significative esperienze storiche sono sulla via della liberazione dalla guerra, che è sempre perdita di umanità. Scrisse, negli anni ’90, durante le dolorose guerre jugoslave, sull’educazione alla pace, sull’opposizione alla guerra. In una lezione alla Scuola di Pace di Boves, nel 1993, citava Seneca: «Puniamo l’omicidio quando è commesso dal singolo, ma esaltiamo come gloriosa impresa il massacro in guerra». E così altri sapienti, fino a Kant: «Gli eserciti permanenti devono col tempo scomparire interamente».

Venditti ha amato la grande bella musica e ha insegnato ad amarla. Con fine sensibilità e gusto, ha spesso accompagnato l’ascolto di musica classica anche in ambienti popolari. Non solo, ma ha scritto, dal 1990 al 2009 ben dieci volumetti di una Piccola storia della grande musica (Sonda), preziosa guida colta alla bellezza sonora. Si direbbe che giustizia, pace, bellezza, sono state per Rodolfo una intima ispirazione.