Ci riferiamo alle continue citazioni bibliche dei cortigiani di Trump e di lui medesimo, compresa quella del 21 aprile da 2Cronache 7,12-14.22: anche chi non conosceva quei passi ma ora li ha letti perché riportati dai quotidiani, si rende conto del grosso problema interpretativo dell’AT. Si tratta cioè di demitizzare esistenzialmente perforando il guscio mitologico (onde abbandonarlo), per tradurne il nucleo eventualmente valido in un nuovo linguaggio (come auspicato dal Papa soprattutto per i giovani negli articoli di domenica 3 maggio 2026 sia su «Avvenire» e sia sul «Sole 24 ore»).
Angeli, demoni, e dei stranieri
Che l’AT parli dei demoni o di Satana, non significa che esistano; che Dio appaia di notte a Salomone, come nel nostro brano, non va letto in senso cronachistico-realista; e quand’anche fosse un angelo a parlargli, non vuole dire che gli angeli esistano.
Si noti che Trump si associa al grande re Salomone, il secondo figlio di Davide e Betsabea, rimasta vedova del marito Uria, fatto mettere da Davide in prima fila perché morisse in battaglia, onde prendersi la moglie. Mentre il neonato primo figlio, conseguenza dell’adulterio iniziale, viene fatto morire da Dio in quanto frutto del peccato (una delle cose più abominevoli della Bibbia), invece il prediletto da Dio è Salomone, con cui nella deriva fondamentalista il presidente Usa si identifica.
Nel nostro passo l’accusa eventuale è di aver abbandonato Yahweh per adorare gli dei stranieri. Il testo presuppone (miticamente) che possano esistere, ma senza porsi il problema; il politeismo è solo ventilato nel cosiddetto “enoteismo”: noi abbiamo il nostro unico Dio, gli altri popoli… avranno i loro dei. Comunque solo il Deutero-Isaia (nel V secolo a. C., mezzo millennio dopo Davide-Salomone) afferma chiaramente il monoteismo.
Dio non interviene nel mondo
Sempre nel nostro brano il Signore minaccia la siccità (chiudere il cielo per la pioggia), la distruzione, soprattutto dei raccolti, operata dalle cavallette, la peste e altre sciagure. È chiaro che nel mondo moderno invece Dio non interviene nel mondo a livello molecolare-fisico-energetico, né nell’inviare sciagure punitive, né nei miracoli benefici.
Con questo presupposto occorre rivedere tutta la Bibbia, compreso il NT e gli stessi vangeli coi loro numerosi miracoli o prodigi: sicuramente quelli sulla natura (tempesta sedata, camminare sulle acque, trasformazione chimica dell’acqua in vino a Cana, moltiplicazione dei pani per migliaia di persone..) non sono storici, ma creazioni letterarie da interpretare simbolicamente.
Cosa che invece non ha fatto il recentemente mancato Vittorio Messori, che non era né un teologo, né un esegeta, ma un divulgatore. Il ’900 esegetico non è stato un incidente di percorso, bensì un laboratorio drammatico ma fecondo; ci ha insegnato che la fede, per restare tale, deve attraversare la complessità, e non aggirarla come ha fatto Messori liquidando tale esegesi come una critica che dissolve la fede, e difendendo ingenuamente la storicità assoluta del vangeli.
Quale credo?
Ma ciò riguarda pure l’interpretazione dei primi concili, dei “Credo” (chiamati “Simboli”) in essi contenuti, guardando anche ai dettagli sia presenti che assenti. Ad es. il “Credo-Simbolo” di Nicea, celebrato nel 2025 per i suoi 1700 anni (del 325 d. C.), è molto breve, e si ferma a «Credo nello Spirito Santo» (stop; non c’è tutto il resto). A Nicea si dice semplicemente che Cristo si è incarnato senza alcuna menzione dello Spirito Santo per quanto concerne la nascita, né della concezione verginale e men che meno di sua madre Maria.
Quello lungo della Messa è invece il Niceno-Costantinopolitano, ossia con le aggiunte completanti del concilio di Costantinopoli (381 d. C.): sullo Spirito Santo, la chiesa, il battesimo e l’escatologia finale. In esso non c’è comunque la resurrezione della carne, ma si dice (usando non più il verbo «credere» bensì «aspettare») «aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Prosdokeô significa infatti attendere sperando, perché rivolto fiduciosamente al futuro.
La discesa agli inferi e la resurrezione della carne
Nel credo lungo della Messa (niceno-costantinopolitano) non c’è neppure la discesa agli inferi. L’arcivescovo Vincenzo Paglia ha scritto 9 articoli su «Avvenire» [dal 4 febbraio al 1 aprile 2026], 9 puntate consecutive sulla cosiddetta vita eterna. Ad es. nell’articolo di mercoledì 18 febbraio campeggia il titolone: «Scendere negli inferi per svuotarli. La resurrezione passa (anche) da qui». Subito ho pensato: sarà il solito titolo (solo) redazionale per far colpo. Invece c’è irresponsabilmente anche nel testo: «È la discesa nello sheol per svuotarlo, non per sigillarlo una volta per tutte»: infatti nell’iconografia tradizionale soprattutto orientale, citata dallo stesso Paglia, Gesù porta fuori dagli inferi Adamo ed Eva. È una confusione caotica fra sheol, l’Ade greco-romana, gli inferi dell’antichità come luogo di tutti i morti, sino alla Geenna e all’inferno “nostro”, da cui non si esce e con solo i dannati nel fuoco eterno (la pena più terroristica che l’uomo potesse concepire).
La discesa agli inferi e pure la resurrezione della carne si trovano solo nel Credo corto o simbolo apostolico romano (quello che si imparava da bambini) e, se vogliamo, nel credo di Aquileia (in Friuli), il capoluogo della provincia della Venetia et Histria, che è stato il centro di irradiazione del cristianesimo nell’alto Adriatico sino alla Dalmazia (S. Girolamo era dalmata) e Pannonia, l’attuale Ungheria fino a Vienna, con la cattedrale dedicata a Santo Stefano: era tipica di tutta la regione la devozione al protomartire (compresa l’antica Aquincum, l’odierna Budapest).
Nel credo di Aquileia troviamo addirittura la resurrezione di questa carne (huius carnis); anche Paglia ha sottolineato che si vivrà coi nostri attuali corpi carnosi, seppur trasformati («ci toccheremo, abbracceremo, parleremo» nel primo articolo del 4 febbraio). Ma tutto ciò è troppo realistico, azzardato e avventuroso nel tentativo, sin dall’esordio-incipit, di «sbirciare dentro il Paradiso». Come dice bene Pierangelo Sequeri, è impossibile la descrizione fenomenologica dell’altra vita: può essere solo indicata la via che conduce (virtuosamente) ad essa.
Pantokratôr non significa l’Onnipotente
Siamo abituati nel Credo a dire in italiano «onnipotente», in latino omnipotens, ma nel greco dei simboli dei primi concili troviamo sempre pantokratôr, cioè più precisamente omni-tenens, e non omni-potens, ossia colui che tutto tiene, con-tiene, sos-tiene, com-prende, avvolge, racchiude, ordina, comanda (anche al cuore), che tutto regge e abbraccia. «Potente» si dice in greco più propriamente dunatos, come nel Magnificat (Luca 1,49): «Grandi cose mi [a me, per me, e non “in me”] ha fatto colui che è potente», da tutti tendenziosamente tradotto con «onnipotente».
Pantokratôr non ricorre in nessun scrittore greco prima dell’era cristiana; si ritrova tuttavia nei LXX che con esso traducono ad es. l’espressione ebraica «il Dio degli eserciti»; di fronte a un epiteto così barbaro, hanno dovuto… inventarsi un neologismo accettabile, peraltro ignorato dal NT ad eccezione della sola Apocalisse (in cui pantokratôr ricorre una decina di volte). Si noti che nelle absidi bizantine o nella cupola centrale pantokratôr è il grandioso Cristo-Signore (non Dio Padre) che abbraccia il mondo intero benedicendolo con la mano destra e tenendo il vangelo sulla sinistra.
Pantokratôr non esclude un’estensione della forza, però più nel senso di rafforzare, rinvigorire, governare, dirigere, se vogliamo pure “signoreggiare” ma nella dinamica del Regno di pace e giustizia. In termini moderni possiamo renderlo col tedesco Umgreifende (onni-abbracciante), un concetto-chiave della fede filosofica di Karl Jaspers, ossia l’ultimo orizzonte, lo spazio trascendentale in cui ogni essere appare.
Di fatto è stato vieppiù attribuito al Padre il concetto metafisico dell’assolutezza divina, col relativo strapotere: in Lui non può esservi alcuna mancanza o impedimento; a Lui tutto è possibile; anche ciò che per noi è fisicamente, ontologicamente e logicamente impossibile.
Non si dà alcun ostacolo alla sua strapotenza imperiale, nessun difetto o sofferenza; infatti già nel credo di Aquileia (alla fine del IV secolo) troviamo “impassibile”: Credo in Deo Patre omnipotente, invisibili et impassibili: non più nel consueto accusativo (Credo in unum Deum Patrem), bensì tutto in ablativo senza l’uno e il fattore-creatore del mondo (comincia a delinearsi il volgare italico).
Propongo quindi nelle liturgie di recitare in modo affettivo «Dio Padre che tutto (e/o tutti) abbraccia», oppure «Dio Padre dall’abbraccio universale», come nell’inno europeo alla gioia, scintilla divina, della Nona sinfonia in Re minore, col possente coro che canta, qui invece in un sanguigno Re maggiore, la fratellanza umana: «Abbracciatevi a milioni, questo bacio a tutto il mondo» (Seid umschlungen Millionen, diesen Kuss der ganzen Welt, le parole sono di F. Schiller). Un brano citato (esistono le citazioni anche in musica; il Seid umschlungen Millionen è pure il titolo di un walzer di Strauss) da J. Brahms nella sua prima sinfonia, chiamata la… decima di Beethoven (a un musicologo che si vantava di avervi scoperto tale omaggio a Ludwig, il rude amburghese rispose: «Anche un asino se ne sarebbe accorto»).






