Sull’episodio della ministra per le pari opportunità e la famiglia, Eugenia Maria Roccella, contestata il 9 maggio alla IV edizione degli Stati Generali della Natalità a Roma pubblichiamo due brevi pezzi: uno sul metodo, di Paola Merlo in altro articolo, e l’altro sul merito di Enrico Peyretti.
Propongo una sintetica mia riflessione, semplice e aperta, sui diritti oggi controversi, della donna, riguardo al concepire e generare. «Il corpo è mio» è principio giusto per tutti, donne e uomini, certo con le particolari esigenze e diritti e situazioni personali: il chirurgo manipola e magari mutila il mio corpo perché io possa vivere meglio. Nello stesso momento, ognuno di noi è debitore e creditore del proprio corpo, della propria vita, alla intera società umana e naturale. Nessuno si fa da solo, né può vivere da solo. Tutti viviamo grazie a tutti gli altri. Tutti abbiamo doveri verso gli altri. Nessuno è oggetto di altri, e nessuno è soggetto senza gli altri.
La donna, riguardo a concepire e generare, ha diritto alla sua libera decisione personale su se stessa. Ma, dal momento (dica la scienza quale momento) che il concepito è persona distinta dalla madre, essa non ha più diritto su di lui, ma solo dovere di cura amorosa, come nessuno di noi ha diritto su alcun altro, ma solo dovere di cura sociale. Il concepito, dal momento in cui è persona perché potrebbe vivere, seppure con difficoltà, staccato dalla madre, non è più una parte del corpo materno, ma ha i diritti inviolabili di ogni persona umana: è soggetto personale “altro”, inviolabile come tutti. La madre non ha diritto di abbandonarlo. Essa può trovarsi nella vera tragica impossibilità di tenerlo in sé: su questa impossibilità nessuno può giudicare più e meglio di lei, sostituendosi a lei. L’aborto non è un diritto della donna, ma il giudizio su quella tragica necessità è diritto inviolabile della donna: la quale però ha vero diritto e bisogno, nella situazione grave, ad essere assistita, consigliata, sostenuta, rispettata dalla società, da persone di sua fiducia. Si tratta, da quel momento, di un doloroso conflitto tra due diritti personali legati tra loro, che va risolto col rispetto di ognuna delle persone implicate, con il sostegno della società, senza pregiudizio accusatorio, con tutte le migliori possibilità di difesa di ogni vita. Ognuno di noi è nato, e ora vive, grazie alla cura, anche nelle difficoltà, della madre e di chi l’ha aiutata. Il diritto a vivere ci costituisce come persone, contro gli egoismi, le ingiustizie sociali, le discriminazioni, le guerre, che sono aborti crudeli di massa degni solo di totale condanna. Riflettiamo sempre insieme.






