L’invenzione di noi due: è vero, si tratta di inventarsi e reinventarsi sempre. «Chi sei?» è la domanda del film (e anche della vita), e la risposta quando finisce? Lui è architetto, ma lavora come cuoco: porta i piatti a casa e lei li lascia andare a male. Mangiare insieme è un sacramento. Lei è scrittrice e sono tredici anni che sta scrivendo il suo romanzo. Nel frattempo lavora all’ufficio necrologi: viene un simpatico brutto vecchietto (vende modellini di treni), per il necrologio della moglie, che urlava sempre: non è morta ma se n’è andata, e lui buono buono si prende la colpa, ma non si ferma. I due protagonisti: «È tanto che non facciamo una cosa insieme». Fanno una gita, ma non basta. Si scrivono mail: l’amore reale diventa amore epistolare. Del resto, è nato così, curiosamente, sul banco di scuola. E meno male. Il digitale può non essere nemico del personale. Una sentenza realistica: «La letteratura illude, la vita delude». Ma la vita fa anche tesoro della letteratura. «L’amore è un fuoco che diventa cenere, e la cenere può essere fuoco». Quando la cenere scotta e fa gridare: accuse e dolori. Ambientato a Verona bellissima, che evoca ricordi, dispiace che sia parlato in molle accento romanesco (oggi il cinema si fa tutto a Roma…). Il film è bello, corre avanti e indietro nel tempo, come avviene dentro di noi, dove tutto è presente. È un po’ doloroso, ma coraggioso, istruttivo senza moraleggiare, come la vita.

Ne La treccia ci sono tre storie intrecciate, come sono intrecciate anche le donne protagoniste delle tre storie, e intrecciate per i capelli, come appunto una treccia. E intrecciate anche tre parti del mondo: Canada, Monopoli in Italia meridionale, e India. Le tre storie sono ben narrate in sequenze intrecciate, fino al momento in cui si toccano, con viva emozione e sorpresa di chi le ha seguite. Un tempo dicevano gli uomini che le donne, quando litigano, si prendono per i capelli, si strappano i capelli. Qui i capelli le congiungono: una è dirigente in affari, col matrimonio finito, e un cancro al seno; una è una donna del popolo, che rivendica la sua indipendenza sentimentale, anche a rischio della piccola impresa familiare in fallimento; la terza è una donna indiana dalit, fuori casta, degli “intoccabili”, comunque povera, che si getta con la sua bambina in una impresa molto coraggiosa di riscatto vitale, più coraggiosa del marito.

Cosa c’entrino i capelli lo scopre lo spettatore, un po’ alla volta. Questo decoro del capo femminile, ora necessario per l’apparenza in società, ora oggetto religioso, ora attrazione d’amore e anche di riscatto sociale, fa meditare chi si lascia condurre in questa favola del presente, capace di guardare dietro le cose più appariscenti, un mistero di unità reciproca fra tre parti del mondo umano, e tre diversissime esperienze di vita femminile. Coraggio, gente, qualcosa ci unisce, sopra il capo, e speriamo anche dentro.

Enrico Peyretti

L’invenzione di noi due di Corrado Ceron, 2024

La treccia di Laetitia Colombani, 2024