Dal 22 luglio sospendiamo la pubblicazione di nuovi articoli. Offriremo tuttavia tre volte alla settimana ai lettori una selezione di articoli già pubblicati sul mensile cartaceo nell’ultimo anno o poco più di pubblicazione (giugno 2023). Nei tre lunedì che precedono l’inizio della scuola, dal 19 agosto, riprenderemo il Registro di scuola che era stato interrotto a ottobre e il 30 agosto riprenderemo il commento al vangelo della domenica. Da lunedì 9 settembre tuttavia riprenderemo la regolare pubblicazione degli articoli. Buone vacanze!

Ratt-tà, ratt-tà-tà, ratt-tà, ratt-tà-tà, grida di paura, urla di dolore, una voce forte e astiosa che dice «Per la Siria e per l’Irak! il primo che si muove gli sparo», secondi di silenzio, ratt-tà, ratt-tà-tà, i colpi partono spaziati, di nuovo urla, secondi che sembrano ore, ratt-tà, ratt-tà-tà, colpi mirati nel mucchio. Durante venti, agghiaccianti minuti la sala del maxiprocesso per gli attentati del 13 novembre 2015, presso la Corte d’Assise di Parigi, ha ascoltato la registrazione dell’attacco al Bataclan. Doveva essere una registrazione pirata del concerto degli Eagles of Death Metal; è diventata una testimonianza sonora di cosa hanno vissuto i sopravvissuti, e le vittime: 90!

Sul banco degli imputati uno solo dei terroristi di quella sera: Salah Abdeslam, l’unico che non ha potuto o voluto farsi esplodere (le tesi dell’accusa e della difesa – guasto alla cintura esplosiva o decisione di non fare altre vittime – non sono state chiarite). Accanto a lui diciannove coimputati, tutti implicati nella organizzazione logistica degli attentati del 13 novembre, che in totale hanno fatto 130 morti e circa 400 feriti. Muto per i sei anni dell’inchiesta e i primi sei mesi del processo, Salah Abdeslam ha rotto il silenzio proprio alla vigilia dell’audizione del nastro, per precisare che lui stesso aveva deciso di non farsi saltare in aria. Affermazione più volte ribadita nel corso dell’unico interrogatorio in cui ha accettato di rispondere alle domande e che, con generale sorpresa, ha concluso chiedendo scusa alle famiglie delle vittime per la carneficina e «le scene di orrore» mostrate nel processo (Salah Abdeslam non era nel commando del Bataclan, ma in quello che ha mitragliato i clienti dei ristoranti).

Rivolgendosi alle Parti Civili, ai feriti e alle famiglie delle vittime, l’imputato ha dichiarato: «Voi siete ora in posizione di forza e io di debolezza, voi potete perdonare, passare oltre e forse darmi la possibilità di trovare la mia famiglia, le persone che amo. Mi scuso se ho offeso delle persone qui presenti. Sento la vostra rabbia e il vostro odio». Per poi concludere: «L’Isis continua la sua lotta. In verità non è poi un male essere in carcere, perché oggi non ho nulla da rimproverarmi nei confronti dei miei fratelli musulmani, ho fatto quello che potevo, certo non sono andato fino in fondo, ma ho voluto aiutarli e ne pago le conseguenze».

L’atteggiamento del principale accusato non ha facilitato il compito dei suoi due avvocati difensori, e alla fine la pena richiesta dal Pubblico Ministero non ha sorpreso nessuno: il carcere a vita senza possibilità di revisione della pena. In altre parole: l’ergastolo senza possibilità di grazia presidenziale. La pena più severa prevista dal Codice penale francese. Una pena a cui sono state condannate solo altre quattro persone, da quando – nel 1981 ‒ è stata abolita la ghigliottina.

È in questo contesto, di logica conclusione di un racconto d’orrore durato tutti i 149 giorni d’udienza e di auto-esclusione del principale accusato dall’esercizio di giustizia chiesto alla Corte d’Assise dalle 2500 parti civili, che è piombata come una meteora l’arringa dell’avvocatessa Olivia Ronen, del collegio di difesa di Salah Abdeslam.

La sentenza ci renderà migliori?

La giovane penalista (appena 32 anni), arrivata alla sbarra, ha iniziato la sua arringa con un tono di voce che sembrava tradire un certo scoraggiamento, ma quello che ha detto resterà nella storia, e non solo della giurisprudenza francese: «Questo processo – ha iniziato ‒ non deve essere la continuazione della guerra al terrorismo con altri mezzi. A voi giurati, l’accusa chiede di neutralizzare definitivamente un nemico con una condanna a morte sociale. Fondamentalmente, vi viene chiesto di punire Salah Abdeslam per la sofferenza inflitta alle vittime. Si chiama legge del taglione, in una versione moderna e rivisitata. Si dice che lo scopo della punizione debba anche essere quello di rendere migliore colui che castiga. Quindi, quando prenderete la vostra decisione, vi chiedo di fare lo sforzo di porvi questa domanda: la sentenza che pronunceremo ci renderà migliori?».

«L’ergastolo immodificabile – ha concluso -oltre che una pena è una misura di sicurezza, che va al di là del crimine compiuto, per giudicare la pericolosità dell’individuo. Salah Abdeslam sarebbe dunque irrecuperabile a vita? Ci consoliamo dicendo che le nostre prigioni sono migliori di quelle dell’Isis. Siamo caduti così in basso? Il nostro ruolo, qui, in quest’aula, è di superare l’istinto che vorrebbe veder soffrire il colpevole almeno quanto egli stesso ha fatto soffrire. I princìpi, gli ideali possiamo dimenticarli quando le cose vanno bene, ma è quando ne faremmo volentieri a meno che invece diventano indispensabili […] È vero, gli attentati del 13 novembre sono stati orribilmente crudeli. Ma la giustizia, la nostra giustizia, non deve esserlo!»

Questa memorabile arringa non ha impedito che la Corte confermasse le condanne chieste (contro le quali gli imputati non hanno presentato appello), ma ha avuto una vasta eco dentro e fuori l’aula del Tribunale. In un’epoca che vede purtroppo – e non solo in Francia – l’odio e l’intolleranza guadagnare consensi, lo straniero e il diverso diventare i capri espiatori delle frustrazioni personali, la voglia di farsi giustizia da sé ‒ o di armarsi “per legittima difesa” ‒ un luogo comune politico, l’avvocatessa Olivia Ronen ha ricordato a tutti che la Giustizia “giusta” è uno dei valori fondanti dell’Occidente, una delle conquiste più faticose – e costantemente minacciata – della nostra civiltà.

Dall’Habeas Corpus, all’uguaglianza di fronte alla legge, dall’abolizione della pena di morte all’obiettivo rieducativo della pena («Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato», art. 27 Costituzione Italiana) il cammino è stato lungo e ne resta da fare. Nella nostra civiltà la giustizia non è vendetta, e Olivia Ronen fa bene a ricordarcelo. Anche per questo l‘Europa è una meta ambìta per tante vittime di ingiustizie.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 493 del foglio (ottobre 2022)