Cominciamo con un breve riepilogo del caso Paty. Lunedì 5 ottobre 2020, Samuel Paty, professore di Storia Geografia e Educazione Civica a Conflans-Sainte-Honorine, a una trentina di km da Parigi, annuncia alla classe che l’indomani, nell’ora di Educazione Civica, per illustrare il tema “libertà di stampa e laicità” utilizzerà una copertina del giornale satirico Charlie Hebdo con delle caricature di Maometto. Avvisa gli studenti di religione musulmana che potrebbero sentirsi offesi, e offre loro di iscriversi su una lista di assenti giustificati. L’indomani la studentessa Zorha Chnina, tredicenne, che non è iscritta nella lista, non si presenta a scuola e riceve un avviso di sospensione per assenza ingiustificata. Chiama i suoi compagni di classe e si fa raccontare le lezioni della mattina. La sera, al padre Brahim, che le chiede la ragione dell’assenza, racconta di aver lasciato la scuola perché il prof ha mostrato le caricature del profeta Maometto nudo. Qualche ora dopo Brahim Chnina diffonde su Facebook un video proferendo invettive contro Samuel Paty, che ha osato mostrare in classe le foto di un uomo nudo presentandolo come il Profeta, e incitando i fratelli e sorelle musulmani ad andare a protestare a scuola e in municipio. Il video diventa rapidamente virale nella comunità musulmana e due giorni dopo, giovedì 8 dicembre, Abdelhakim Sefrioui, un imam islamista radicale molto attivo sui social, si impossessa del caso e si presenta al preside per chiedere l’immediato licenziamento di Samuel Paty. Contemporaneamente fa circolare il video sui social (FB, WhatsApp, You Tube) corredandolo di commenti sul professore definito «un mostro la cui nefasta influenza è ormai andata oltre i confini di Conflans», e dandone nome, cognome, indirizzo. I video circolano ormai intensamente, e raggiungono anche Abdoullakh Anzorov (diciottenne abitante di Evreux – a 90 km da Conflans − rifugiato ceceno, di religione musulmana, in contatto con gruppi jiadisti in Siria), il quale nel primo pomeriggio di venerdì 16 ottobre 2020 si reca alla scuola di Conflans, tira fuori il suo smartphone e si fa un video con il coltello in mano, che posta sui social. Alle ore 16.51 il professor Samuel Paty esce, il ceceno lo segue e, girato l’angolo, gli si scaglia addosso al grido di «Allahou Akbar!», lo colpisce con diciassette pugnalate e termina l’opera sgozzandolo. Alle ore 16.55 posta sui social la foto del cadavere. Qualche minuto dopo le 17 viene abbattuto dalla polizia in uno scontro a fuoco.

Nel dicembre 2024, al termine del processo di prima istanza, gli imputati − la studentessa Zorha Chnina all’origine dei fatti, due studenti che hanno indicato all’assassino Abdoullakh Anzorov il prof. Paty all’uscita della scuola, Naïm Boudaoud et Azim Epsirkhanov, che hanno procurato il coltello a Anzorov e lo hanno trasportato fino alla scuola, Brahim Chnina, padre della studentessa, e Abdelhakim Sefrioui l’imam islamista − sono stati tutti giudicati colpevoli e condannati a pene che variavano da uno a sedici anni di carcere. Quattro di loro – i due complici, il padre e l’imam – hanno fatto appello.

Il Tribunale Speciale delle Assise di Parigi ha emesso la sua sentenza d’appello il 2 marzo 2026. Tre dei quattro imputati hanno beneficiato di una pena più indulgente rispetto al primo processo. Naim Budaoud e Azim Epsirkhanov – i due complici − sono stati condannati per associazione per delinquere, ma senza l’aggravante terroristica. La loro pena è stata diminuita da 16 a 6 e 7 anni di carcere rispettivamente. La Corte ha confermato la condanna per associazione terroristica di Brahim Chnina, ma la pena gli è stata ridotta da 13 a 10 anni, in considerazione del fatto, che, durante il processo, ha espresso con autenticità le sue scuse e i suoi rimpianti. Invece è stata confermata a 15 anni quella di Abdelhakim Sefrioui, l’imam islamista radicale, che si vantava di essere membro del Consiglio degli Imam di Francia.

Una sentenza che farà giurisdizione

Insieme alla sentenza, sono state anche pubblicate le motivazioni della Corte d’Appello d’Assise di Parigi. Secondo la corte, Abdelhakim Sefrioui e Brahim Chnina, accanendosi nel denunciare un’offesa al Profeta, che Samuel Paty avrebbe commesso mostrando una vignetta di Charlie Hebdo nella sua classe, prepararono le condizioni per il reato terroristico, incitando la caccia all’uomo conclusa con l’assassinio. Nel contesto particolarmente sensibile della ripubblicazione a gennaio 2015 delle vignette da parte di Charlie Hebdo in occasione del processo per la strage, i due hanno designato il professore di storia e geografia come nemico dell’islam, e lanciato una fatwa digitale, consapevoli dei rischi per l’insegnante. La violenza dei messaggi attesta il desiderio di suscitare odio contro Paty a tal punto da diventare invito a intraprendere un’azione potenzialmente violenta. I loro video potevano infatti essere interpretati dagli islamisti radicali come una incitazione ad agire con la forza, per porre fine ad ogni costo all’offesa contro il sacro. Attivista esperto, Abdelhakim Sefrioui agiva con piena consapevolezza della pericolosità dei social network. Così i due uomini hanno consapevolmente preparato le condizioni per un reato terroristico in nome della religione, e per il passaggio all’atto di Abdullakh Anzorov. Pur avendo avuto con lui un solo breve scambio telefonico e qualche sms, queste interazioni hanno necessariamente rafforzato il desiderio dell’assassino di compiere l’atto e stabilito de facto l’associazione terroristica tra i tre uomini, poiché l’associazione per delinquere non richiede un contatto diretto tra ciascuno dei membri.

Virginie Leroy, uno degli avvocati della famiglia Paty, ha così commentato la sentenza: «La fatwa digitale è il simbolo di questo caso: mettere alla gogna un insegnante sui social, aizzare la caccia all’uomo per giorni e giorni, è stato riconosciuto come reato di associazione terroristica. È una giurisprudenza innovativa che, spero, segnerà la storia giudiziaria per quanto riguarda ciò che può o non può essere diffuso sui social».

La sentenza introduce un altro aspetto significativo nel principio di corresponsabilità per l’esecuzione di un crimine: l’associazione per delinquere non richiede un contatto diretto tra ciascuno dei membri, né un comando esplicito tra mandante ed esecutore. Questo secondo elemento evoca un precedente famoso nella giurisprudenza italiana: il caso Sofri.

Il confronto con il caso Sofri

Ricordiamo i fatti. Il 17 maggio 1972, il commissario Calabresi fu ucciso a Milano, davanti a casa sua, da due colpi sparati a bruciapelo. Calabresi era stato oggetto di una violenta campagna ostile nelle colonne del giornale Lotta Continua, fin dalla morte tre anni prima dell’anarchico Pinelli.

Nel 1988, Leonardo Marino, ex militante di Lotta Continua, confessò di avere fatto da autista per l’assassinio del commissario Luigi Calabresi nel 1972. Denunciò Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani come mandanti dell’attacco, e Ovidio Bompressi come tiratore. Tutti erano membri di Lotta Continua. Arrestato nello stesso anno, Adriano Sofri fu infine condannato a ventidue anni di carcere il 22 gennaio 1997 − dopo sette processi, sulla sola testimonianza, dubbia e piena di contraddizioni, del “pentito” Leonardo Marino − per il reato di concorso morale in omicidio. Nel 2009, in un’intervista al «Corriere della Sera», pur ribadendo la sua innocenza come mandante del delitto, Adriano Sofri ha riconosciuto di aver contribuito al linciaggio mediatico del commissario Calabresi «con l’uso di termini e l’evocazione di sentimenti detestabili allora e tanto più detestabili e orribili oggi». Sofri ha scontato tutta la pena, poi ridotta a 15 anni, uscendo dal carcere nel 2012.

Nell’epoca del chiasso globale (buzz nel linguaggio dei social) diffuso su mezzi di comunicazione sempre meno controllati, i due casi devono ammonirci: siamo sempre responsabili delle conseguenze di quello che diciamo e diffondiamo… soprattutto nei social.