La sua riflessione sulla morte e l’aldilà
La morte di Paolo Ricca, il 14 agosto, ha destato molto rimpianto e attenzione in tutto il mondo ecumenico, perché il teologo e storico valdese è stato promotore di unità cristiana nella varietà, e di maturazione attuale della fede cristiana. Quando era pastore a Torino (1966-1976), negli anni del post-concilio, abbiamo collaborato in alcune attività culturali ed ecumeniche, in una fraterna amicizia, durata fino alla fine della sua vita. Io sono di appena tre mesi più vecchio di lui. A Torino, dal 2012, si pratica l’ospitalità eucaristica (sebbene troppo saltuariamente e in piccoli numeri): cioè una delle chiese cristiane (anche qualche parrocchia) invita membri delle altre a partecipare alla Eucarestia, o Santa Cena, vissuta secondo la propria tradizione e interpretazione, che gli altri accolgono. L’importanza profetica di questa esperienza, non ancora riconosciuta, è la riunione dei cristiani delle chiese ancora divise, nel momento principale di fede nella presenza reale e attiva del Signore, riunendoci nel suo nome, ascoltando la sua parola: «Fate questo in memoria di me».
La prima volta che si realizzò questo incontro fu nella comunità cattolica di via Germanasca, presente Paolo Ricca. Ricordo bene l’insistenza di Paolo su questo argomento: la Cena non è cattolica o protestante, è di Gesù, che invita quanti hanno fede in lui a riunirsi fraternamente, al di là delle diverse interpretazioni e usi. Paolo Ricca e Giovanni Cereti, teologo cattolico, hanno sostenuto insieme questo passo di profonda essenziale unità cristiana per la vita evangelica, passo non ancora accettato specialmente dalla chiesa cattolica.
Per ricordare Paolo, ora rileggiamo e riascoltiamo la sua riflessione sul morire e sul dopo-morte contenuta in Dell’aldilà e dall’aldilà. Che cosa succede quando si muore? (Claudiana 2018). Metà dei notiziari che ascoltiamo oggi parlano di morte (guerre, delitti, incidenti), ma della morte non si parla. Anche «la predicazione cristiana odierna parla quasi esclusivamente dell’aldiqua», dice Ricca. È vero che la morte è un enigma insolubile, ma una persona umana cosciente di essere viva e mortale ha il dovere, non solo il compito, di «affrontare la questione della sua morte». Il problema del dopo è anche il problema dell’adesso. Noi amiamo la vita anche quando è difficile, la rifiutiamo solo quando è insostenibile, ma che vita amiamo se non pensiamo alla sua finitezza, e al dopo la morte? Difendiamo davvero oggi il bene della vita, mentre la distruggiamo con guerre potenzialmente finali, e rovine ambientali irreversibili? Forse perché dopo Copernico non c’è più né centro né oltre, né terra né cielo, ma solo questa finitezza, e neppure il tempo sembra scorrere da un inizio a un compimento. La morte sempre ci visita nelle vite vicine alla nostra: se non la interroghiamo, lasciamo a lei decidere tutto di noi? In realtà, l’umanità si è sempre interrogata; noi siamo un interrogativo, non un piccolo fenomeno che appare e scompare senza coscienza.
L’Autore percorre le concezioni della morte: fine definitiva, interruzione temporanea, morte solo corporale. Un capitolo è dedicato a immortalità dell’anima e teologia cristiana: non sono la stessa cosa. Un altro all’ipotesi “reincarnazione”, sempre con molta documentazione storica. C’è anche l’esperienza personale dell’Autore, come quella quasi-morte di suo padre (pp. 95-96).
La risposta cristiana alla domanda su cosa succede con la morte «è tutta contenuta nel messaggio della risurrezione di Gesù», accolto con molta fatica dai discepoli stessi, che non avrebbero neppure potuto immaginarla. In Gesù risorto c’è la continuità della sua persona e la trasformazione del suo corpo: è sempre lui, ma non più come prima. Non è il prolungamento della vita terrena, ma l’inizio di un’altra vita. Non è un passo indietro (come Lazzaro che morirà di nuovo) ma un passo avanti, di vita oltre la morte, uno stato nuovo, riconosciuto con la fede.
Dunque, che cosa succede quando si muore? «La morte separa da tutto e da tutti, tranne che da Cristo», risponde Paolo Ricca. Ciò è pensato in tre modi: o unione immediata a Cristo, o uno stadio intermedio fino alla risurrezione finale, oppure il Signore veglia il sonno del credente fino al risveglio nella pienezza di vita.
L’Autore conclude con un atto di fede in Gesù: ci ha detto che la morte non è la fine, ma un passaggio verso la «vita eterna», mistero già presente ora, e Dio vuole che sia vita per tutti. Il mistero resta grande, anche per i credenti, ma non è oscuro: è rivelato. La fiducia in Cristo risponde alla morte.






