Modeste considerazioni dopo tante esperienze dell’ambiente religioso. Quando la chiesa era una potenza sociale (tutti battezzati, una sola religione, clero come autorità sociale, quasi tutti timorosi osservanti…), il vangelo si dava per scontato, e si predicava non l’annuncio, ma l’obbedienza. Quella struttura socio-religiosa influisce ancora coi suoi residui effetti nei catto-conservatori, e nelle abitudini dei buoni cristiani. Cioè, la chiesa predicava la morale, ben definita, nei più minuziosi particolari (ho visto un manuale dei confessori, tra 800 e 900: terrificante! Una ispezione corporale di maniaci sul peccato dei peccati!). Il vangelo era dato per noto, era il catechismo, e si trattava solo di applicarlo: era solo il decalogo di Mosè. Eri sempre in pericolo e paura di peccare. Il pericolo era morire senza l’olio santo. Dio lo meritavi con l’osservanza della legge, acquistavi il premio con la obbedienza minuziosa alla legge. Dio era solo il più potente e infallibile dei tuoi padroni terreni, ma era severo come loro.

La chiesa abusava della paura del Dio potente, che essa rappresentava in terra: apriva e chiudeva il paradiso ai fedeli trattati come servi. La chiesa vendeva il perdono (le indulgenze!) a prezzo di sottomissione. Dio era un pericolo, più che un bene. Su muri ecclesiastici si leggeva «Dio ti vede». Non era una morale del bene, ma dell’utile: meritare il paradiso ed evitare l’inferno. Se avevi fatto un peccato grave, “mortale”, eri morto per Dio, lui non ti amava più, e se morivi così ti cacciava all’inferno infinito. Dio faceva paura. Maglio perderlo, dimenticarlo. Nel Credo di Nicea, accuratamente e giustamente teologico, non c’era la parola «amore», mentre l’unica definizione di Dio che troviamo nella Bibbia cristiana è Padre, Abbà (così lo chiama Gesù) e amore (Prima lettera di Giovanni 4,8).

Con il rinnovamento evangelico del 900 (colpa dei “modernisti” condannati!), non si è certo attenuata la morale, ma si è fatto come Gesù, che ha superato e riassunto i comandamenti, la legge, nell’unico e pieno comandamento dell’amore, che è più intimo e più esigente delle varie purezze. L’applicazione della legge dell’amore avviene nella responsabile coscienza di ogni cristiano, animata dallo Spirito santo, come di ogni persona buona. Oggi la chiesa arriva ad annunciare il vangelo, la buona notizia che Dio è amore, che vivere è amare, che Dio perdona e ridà vita; arriva finalmente ad annunciare che è per gratitudine, non per minaccia, e per lo Spirito santo che ci anima, che siamo chiamati a fare il bene gratuitamente. È stata una grande grazia di Dio la perdita di potere sociale, di maggioranza morale, di potere politico, che la secolarizzazione ha inflitto alla chiesa. Dio è gratis, è dono di sé, non è la conquista dei devoti, pagata cara coi sacrifici: vedi Matteo 9, 1-17 e 12,7; Mc 12, 33; Osea 6,6: «Voglio misericordia, non sacrifici».

È di grande decisiva importanza, ed è il dono di Dio ai nostri tempi (troppo condannati dai brontoloni) che la chiesa (quella cattolica anche grazie alla rivolta degli evangelici) capisca e dica il vangelo più che la legge. «Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù, poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte» (Paolo ai Romani 8,2). Ciò che fa paura è dimenticare che siamo amati, e dunque non sapere amarci tra noi: l’unico peccato è dominare, farci guerra, nel privato come nel politico.