Abbiamo presentato al Sereno Regis (con Marta Margotti e l’Autore) il libro di Alberto Chiara, Luigi Bettazzi. Un vescovo alla sinistra di Dio (San Paolo, 2024). Ne ricavo anzitutto tre punti sintetici: 1. Pacifismo evangelico, o vangelo della pace. 2. Evangelizzazione della chiesa, col Concilio: da Impero religioso a Popolo di Dio. 3. Laicizzazione del “clero”: da corpo separato e sacro, a ministero fraterno sulla via del vangelo.

Io l’ho conosciuto nel 1956 o 57, cioè per quasi 70 anni. Era vice-assistente nazionale della Fuci. Era giovane, ironico, sereno, spirituale; le sue barzellette non anti-, ma a-clericali cominciavano a comparire, facevano simpatia. In Fuci eravamo affezionati ai nostri preti, ma il motto “Fede Scienza Patria” (dal conciliatorismo del primo Novecento) lo leggevamo “Facciamo Senza Preti”. Una delle nostre canzoni, siciliana, diceva: “Li parrini tutti quanti, tutti son politicanti”; e un’altra (forse dall’anarchia): “il Vaticano brucerà con dentro i preti”. Il clima era amichevole e goliardico, una fraternità non clericale. Eppure, nella Fuci ho imparato teologia quasi come all’Università Gregoriana, quella teologia che sfociò nel Concilio.

Dal 2007, quanti eravamo stati al Centro nazionale intorno al 1960, ci ritroviamo ogni anno come gruppo “Fuci 60”. Bettazzi ha sempre partecipato, da Torino, Bologna, Roma, Firenze, fino a Messina. A Sestri Levante, nel settembre 2021, ci confessò il desiderio di essere nominato cardinale: aveva 98 anni. Non ebbe quel riconoscimento! Papa Francesco ha conosciuto poco don Luigi. Diceva Giolitti: “Un sigaro e una croce di cavaliere non si nega a nessuno!”. Bettazzi celebrava l’eucarestia con noi, anche nelle case, una volta in casa di una di noi, nel ghetto ebraico di Roma.

Ci davamo del tu. Nella Comunità di Albiano era semplicemente Luigi. Dopo la preghiera prima dei pasti insieme, non mancava la preghiera laica: “Gioia più grande al mondo non c’è, che sotto la tavola mettere i piè”.

Notizie precise e testimonianze dirette

Il bel libro di Alberto Chiara, fitto di precise notizie e testimonianze dirette, merita alcune indicazioni:

– p. 43: diceva don Luigi: “Dopo il Concilio non si è fatto molto per superare il clericalismo, la prevalenza del clero”. Pensava una chiesa senza “clero” separato, ma con ministri fraterni; con l’importanza di ciò che è santo più che “sacro”.

– da p. 61: diceva di essere stato “sbolognato” a Ivrea. Ci fu un’era di “vescovi fucini”: Costa, Bettazzi, Zama, Vivaldo, Ablondi, Ferrari, Riva, e in qualche modo anche Pellegrino (lo proponemmo noi della Fuci di Torino a don Costa e quindi a Paolo VI). Ma verso la fine del pontificato, pare che Paolo VI dicesse: “Non manderemo più bolognesi in Piemonte”.

Con Wojtyla ci fu qualche tensione per la lettera a Berlinguer. Quando venne a Ivrea non capiva tutte le barzellette di Bettazzi, ma ne capì bene una su Breznev, che lo fece ridere moltissimo. C’è una foto di Wojtyla che lo guarda severo, in 4a di copertina del libro “In dialogo con i lontani. Memorie e riflessioni di un vescovo un po’ laico” (del 2008).

Alla fine del suo mandato a Ivrea, era ad un convegno con Pier Cesare Bori, e si mostrava preoccupato per la nomina del successore (che mandassero uno a fare il contrario). Tira un respiro quando sa che è Miglio, già collaboratore.

– pp. 54-57: qui troviamo tutto il testo del Patto delle Catacombe, stretto tra una quarantina di vescovi in Concilio (Bettazzi unico italiano), per reali forme di povertà evangelica della chiesa.

– p. 113: “Non vedeva nemici”: bellissima sintesi! (così Claudio Sardo sull’Osservatore Romano, 18 luglio 2023). Bettazzi scrive e dialoga con i “lontani”.  Propongo di leggere un mio brano citato a p. 115.

– pp. 123-130: testo della lettera a Berlinguer; pp. 130-143 risposta di Berlinguer: due grandi documenti qui reperibili interi!

– pp. 149: il card. Luciani (poi papa Giovanni Paolo I) critica Bettazzi per la lettera a Berlinguer, poi dice a Bettazzi che quella critica “gli è stata comandata dall’alto”.

– pp. 151-160: “Tre vescovi in cambio di Moro”. Bettazzi, con Ablondi e Riva, intendeva offrirsi in ostaggio alle BR per liberare Moro. Fa l’errore di parlarne in Vaticano. Impressionante la risposta di Caifa (pp. 152 e 153). Proibizione di offrirsi ostaggi (p. 155). L’esclamazione di Siri alla morte di Moro (p. 157). Risulta da tutto ciò, che l’Occidente condannò Moro e il Vaticano acconsentì (p. 155). Paolo VI chiedendo la liberazione “senza condizioni” conferma il fronte della fermezza, impedisce le trattative (p. 158-9). È stato fermato da una forza maggiore di lui! Moro scrive in una lettera: “Il papa ha fatto pochino”. Montini morirà di lì a poco: il 6 agosto.

– pp. 171-172: l’offesa a Giovanni XXIII: nominato protettore dell’esercito!

– p. 174.5: il 7 maggio 2023, due mesi prima di morire, in piazza a Ivrea, nel presidio settimanale per la pace, Bettazzi dice: “Per superare la guerra occorre: 1) mentalità nonviolenta; 2) vera diplomazia attiva (rimasta invece inerte dopo mesi di guerra in Ucraina); 3) interposizione pacifica e disarmata tra le parti (come a Sarajevo 1992, a cui Bettazzi aveva partecipato). Egli ha scritto questo in A tu per tu con Dio, EDB, 2024, p. 34. Esiste il video: (https://www.google.com/search?client=firefox-b&q=staffetta+7+maggio+mons+bettazzi+ivrea#fpstate=ive&vld=cid:ad7801c1,vid:rN5PhImX1DQ). Acistampa fornisce il testo trascritto.

Qualche testimonianza recente

Nel pieno della pandemia, aprile 2020, le chiese erano chiuse. Qualcuno pensò di fare “eucaristie domestiche”. Erano vere eucaristie? Io scrissi una lettera ai giornali per dire: una soluzione c’è, nell’emergenza eccezionale. Ricordando che, prima dell’invenzione del clero, «tutti i credenti … nelle case spezzavano il pane» ecc. (v. Atti degli apostoli 2, 42-47; 1 Corinti 11, 20-34), chiedevo che si riconoscesse ad una comunità familiare la possibilità, volendo, di compiere il «fate questo in memoria di me», come Gesù ha chiesto che facciamo, nella viva memoria di lui. Che sia definito come sacramento o no, non è decisivo: è certamente memoria reale di Gesù risorto, presente con il suo Spirito, come ci ha promesso. Non sarebbe stato un rifiuto dei ministeri riconosciuti, ma una prassi di emergenza, tutt’altro che priva di significato buono e santo. Chiedevo: si avrà il coraggio di andare alla sostanza della fede e della presenza di Cristo, più che alle forme rituali e alle dottrine?

La lettera fu pubblicata solo da «Repubblica», edizione di Torino, il 29 aprile 2020. Mandai la lettera anche a Bettazzi. Nello stesso giorno, don Luigi mi scrisse questa mail: «Carissimo, bene per la lettera. Dovremmo dirlo anche in Amazzonia. Dico sempre che queste eucaristie, impossibilitate ad avere il ministro normale, sono eucaristie di desiderio, equivalenti come il battesimo di desiderio per chi non può avere il battesimo d’acqua. Grazie e auguri, +Luigi Bettazzi».

In un incontro ad Albiano, prima della pandemia, fra alcuni gruppi ecumenici torinesi e milanesi, facemmo una lettura e riflessione biblica sulla manna nel deserto dell’Esodo, seguita da un pasto fraterno di lode e ringraziamento. Bettazzi partecipava seduto in circolo, tra tutti noi. Alla fine qualcuno gli chiese: «Questa è una vera eucarestia?». Rispose: «Giuridicamente forse no. Ma sostanzialmente sì». (Cfr Bettazzi, A tu per tu con Dio, EDB, ottobre 2023, p. 78).

Un articolo di Bettazzi, “Riflessioni sull’aborto”, dal titolo posterius (= dopo, più tardi) comparve su Rocca (n. 16/17, 15 agosto-1 settembre 2022, pp. 12-13), in cui l’autore scriveva: «Le statistiche razionali ci comunicano che fino al 40% degli ovuli fecondati potrebbe andare disperso: la natura uccide il 40% degli esseri umani?  L’intelligenza allora può rimandare l’inizio del singolo essere umano quanto meno all’insediamento nell’utero materno (assolvendo, fra l’altro, dall’eventuale omicidio gli anticoncezionali che precedono o impediscono quell’insediamento), pensando che la singola persona inizi quando l’ovulo fecondato viene accolto da un essere umano. Ma l’ovulo fecondato inserito nel seno materno è identico a quello disperso dalla natura, con la sola differenza che può continuare a vivere e a svilupparsi». Questa osservazione veniva indicata come utile a capire quando comincia una vita umana, in relazione al problema morale dell’aborto.

Una notte, qualche anno fa, don Luigi, di notte, solo in casa, cadde. Mi raccontò: «Ho strisciato in terra come un verme per due ore, per arrivare al telefono». Vennero poi ad aiutarlo. Gli chiesi se si era fatto male, qualche rottura, ciò che è facile ai vecchi. «Soltanto qualche livido sulle natiche!».

Sulla morte improvvisa di papa Luciani, Giovanni Paolo I, Bettazzi riferiva il timore che fosse stato trascurato nei suoi problemi sanitari, ciò che spiegava l’imbarazzo e confusione, e comunicazioni sbagliate sugli spostamenti di orari, quando al mattino fu trovato morto.

Don Luigi condivideva sorridendo contento l’osservazione che Gesù, nel suo vangelo, chiede di amare persino i nemici, ma promette la vita eterna a chi dà un bicchiere d’acqua fresca al povero che ha sete. Chiede il massimo e premia il minimo. Trovava molto bella questa misura evangelica, che sviluppa in noi la grandezza dell’amore, e ne raccoglie il più piccolo segno. Racconta Edith Bruck che, nel lager, una guardia le diede da lavare una ciotola che conteneva ancora due centimetri di marmellata. Fu disprezzo e trascuratezza oppure un gesto di carità, in quell’inferno?

Ho fatto visita a don Luigi il 3 luglio, dodici giorni prima della morte, quando la sua condizione, fino ad allora buona, si fece seria e critica. Sono molto grato a chi lo assisteva con cura e amore per avermi invitato a vederlo e ascoltarlo. Era fisicamente prostrato ma lucido, comunicativo e sorridente. Mi ha ripetuto tre volte, nonostante la fatica, perché la ricordassi bene, questa osservazione: l’ultima cena di Gesù era la cena ebraica, perciò vi partecipavano non solo i dodici apostoli, ma le loro famiglie, le donne e i bambini. C’erano anche le donne, non solo gli apostoli! Voleva che ricordassi bene questa sua sottolineatura. Gli ho portato il saluto e l’affetto degli amici comuni, specialmente del piccolo gruppo che continuerà a riunirsi nella memoria di lui.

È facile riconoscere don Luigi “figlio di Dio” perché è stato “operatore di pace”, e per questo il Maestro lo dice beato. Poteva fare di più? Ogni profeta cammina, anticipa, ma non fugge avanti da solo: pre-corre e attende, perché ciò che comprende è anche per chi tarda. Adriana Zarri rimproverava a don Luigi di non fare di più, e lui rispondeva: «Tengo famiglia». Cioè: ho fratelli, sorelle e figli, e anche nonni un po’ fermi, e dobbiamo camminare insieme, tutti.