«Abbiamo creduto in Europa che la nozione dei diritti umani fosse naturale. No, è una costruzione storica. È l’illuminismo che ha creato l’individuo borghese, col problema della libertà. Ma quella è la nostra storia. Non possiamo imporla». Le parole del filosofo e sinologo francese Francois Jullien mi sono tornate in mente leggendo nei giorni scorsi l’ottima recensione di Angelo Papuzza del libro di Ferrajoli Progettare il futuro, per un costituzionalismo globale. È curioso come la tradizione culturale, euroatlantica, di cui in genere si dice tutto il male possibile, spesso a ragione, venga poi riscoperta, almeno in parte, e proposta al mondo intero, come la migliore prospettiva auspicabile. Rischiando così, a mio modesto avviso, una nuova colonizzazione culturale, ovviamente «a fin di bene». Accade sovente infatti che i giuristi, categoria della quale , in un angolino nascosto, faccio parte anch’io, perseguano l’illusoria convinzione che basti delineare carte costituzionali perfette per migliorare radicalmente le società. Si tende a trascurare, in genere, l’evoluzione di queste attraverso precedenti complesse vicende storiche, politiche e culturali. In sintesi, la base su cui si innesta la nuova carta costituzionale. Ne è un esempio la costituzione sovietica del 1936, perfetta quanto al riconoscimento dei diritti e lodata anche da molti comunisti italiani, alcuni dei quali poi tragicamente epurati. Bene, questa splendida costituzione non impedì le purghe staliniane, le fucilazioni nei sotterranei della Lubianka (non di «nemici del popolo», ma di comunisti che avevano partecipato alla rivoluzione) e, a dir il vero qualche anno prima, l’Holodomor, cioè la morte per fame di milioni di ucraini, rievocata, tra gli altri, con pagine terribili da Vasilij Grossman.

È vero che la “globalizzazione selvaggia” ha messo in crisi le democrazie che vedono ridursi nel mondo i loro spazi e la loro capacità di affrontare le grandi emergenze mondiali, ma è anche vero che ha favorito la formazione di un ceto medio produttivo di vaste dimensioni in Paesi come la Cina, l’India, il Brasile, Stati continente che aspirano, credo con ragione, a un protagonismo sul piano internazionale. Il recente incontro tra i leader di molti di questi Stati a Tianjin, in Cina, lo dimostra ampiamente. Si è parlato di integrazione delle economie, basata sullo sganciamento dal dollaro, e anche di cooperazione energetica e militare. La politica “muscolare” di Trump, coi suoi dazi, favorisce questo processo di compattamento in chiave antioccidentale.

Sfortunatamente la gran parte di queste potenze emergenti, se non tutte, hanno governi autoritari e prima ancora tradizioni culturali che non prevedono la tutela prioritaria dei diritti della persona. Un esempio, tra molti, mentre i nostri ordinamenti costituzionali in genere adottano il principio di presunzione d’innocenza nel processo penale, il sistema cinese prevede il principio opposto. L’intera società, poi, è vista come un sistema armonico basato su una rigida gerarchia che ne garantisce il funzionamento. Chi esercita il potere lo fa in base a una indiscutibile «superiorità morale». Questa visione, che riecheggia il pensiero confuciano, è stata rivalutata in Cina a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, mentre prima era stata duramente combattuta per il suo profondo conservatorismo.

Nella mia grande ignoranza, poi,  credevo che la mite tradizione induista, quella delle centomila divinità, garantisse tolleranza per l’intera società indiana. Ho dovuto ricredermi di fronte alla deriva fondamentalista di Narendra Modi e alle persecuzioni cruente dei musulmani Rohingya in Myanmar. Per gran parte del mondo musulmano, che va dal Marocco all’Indonesia, persiste la cultura della sharia, cioè di un’organizzazione della società civile in diretta dipendenza dal credo religioso.

Per tacere della complessità delle culture africane, di un continente in forte espansione demografica, con Stati che sotto la fragile imitazione di istituzioni europee, eredi del colonialismo, hanno basi culturali tribali (e uso questo termine non in senso spregiativo, ma fattuale), in cui ben poco spazio hanno i diritti individuali. È un retaggio profondo della vita nomade, i cui  pericoli erano fronteggiati collettivamente, sotto la guida del capo villaggio, autorità civile e contemporaneamente religiosa.

In questo contesto proporre una pluralità di diritti individuali, garantiti da un sistema costituzionale di tipo occidentale (la Corte Costituzionale mondiale, come giudice delle leggi) mi sembra che non vada oltre un’apprezzabile e affascinante esercitazione accademica. Altri punti deboli sono a mio parere sia le modalità di adesione a questa confederazione mondiale, «libera scelta di popoli» che presuppone un ordinamento democratico preesistente nei vari paesi aderenti. Sia la copertura dei costi, giacché alcuni diritti costano poco, altri moltissimo. Vedo proposte assai fumose in merito.

Vorrei concludere rievocando un fatto avvenuto molti anni fa durante un convegno di militanti sindacali alla Camera del lavoro di Torino. Il tema era «la garanzia dei diritti», invitato di pregio Vittorio Foa, sindacalista e politico di lunghissimo corso. Prese la parola per ultimo e, con il garbo e la correttezza caratteristiche, disse pressappoco così: «Ho udito molto parlare di diritti, ma non altrettanto di doveri, eppure dovrebbe essere chiaro a tutti che una società non si regge senza una precisa e responsabile equivalenza degli uni e degli altri». Un silenzio rispettoso ma sgomento scese nella sala. Ecco: quando si fanno esercitazioni costituzionali sui diritti sarebbe forse il caso di aggiungere qualche dovere. E se si propongono mete così impegnative sarebbe bene delineare quanto meno i primi passi per raggiungerle. Invece su questo tema è sempre buio pesto. Vittorio Foa era stato a lungo nelle carceri fasciste e quando venne eletto senatore, era noto per questa fulminante battuta nei confronti di Giorgio Pisanò, fascista repubblichino. «Caro Giorgio, se aveste vinto voi io sarei in carcere, ma siccome abbiamo vinto noi tu, come me, sei senatore della Repubblica».