Un’amica mi manda gli auguri di Pasqua accompagnati dalla seguente citazione di Eberhard Jüngel (1934-2021): «Se si deve parlare di un sacrificio nel contesto della morte di Gesù, allora si parli del sacrificio dell’aldilà divino, dell’inviolabilità divina, dell’assolutezza divina, del sacrificio della opponibilità di Dio alla sua creatura…». La sua opera fondamentale resta Dio, mistero del mondo (abbreviazione DMM nelle citazioni che seguiranno), Queriniana-Brescia 1982, BTC 42 (Gott als Geheimnis der Welt, Tübingen 1977-78), un classico della letteratura teologica mondiale.

Identificazione con le vittime, non coi peccatori

Si parla ancora troppo correntemente del sacrificio di Gesù che placa il Padre offeso dal peccato degli uomini, infuriato fino a vendicarsi con l’esigere il costo più alto: il sacrificio del purissimo e incolpevole, come un prezzo feudale pagato da Gesù per noi a Dio. Crocifisso al posto nostro per soddisfare un Dio ferocemente esigente: è un’idea primitiva e orribile quella che si sazia del sacrificio del santo: fa ripudiare Dio. Ma non è il Dio di Gesù.

Nell’interpretazione di Jüngel non c’è più la lettura sacrificale antica, come peraltro in parecchi altri autori: ciò significa però che sono perlomeno ambigue (se non prive di senso perché viziate dall’ideologia immolatoria) certe espressioni come «si è fatto peccato» assumendo le nostre colpe, o «l’agnello che toglie i peccati del mondo». La novità di Jüngel, una correzione molto importante per capire Dio, è che i termini «sacrificio» e «sacrificare» non significano rinunciare anche solo temporaneamente a certe qualità possedute (ad es. nella passione all’onnipotenza), bensì non averle mai avute!

La croce di Gesù significa l’identificazione di Gesù con le vittime, non coi massacratori, anche se negli Stati Uniti stiamo assistendo ad una retroversione medievale del cristianesimo. Si sottolinea che il Cristo abbia assunto la condizione umana sino in fondo: cosa c’è di più perdutamente umano, di più vivamente umano che la vicinanza e l’identità cristologica con innocenti bambini vittime a migliaia delle bombe? Dio non solo si è fatto uomo, ma vittima dell’uomo, solidale con tutti i trucidati dalla barbarie umana, ma non con quelli che bombardano a tutto spiano, tanto che l’arcivescovo Giuseppe Ricchiuti, presidente di Pax Christi, su Avvenire del 9 aprile a p. 5, prospetta la scomunica per chi promuove la guerra.

La vera essenza divina

La tradizione non ha mai pensato il crocefisso come Dio, o il Dio crocefisso che per Jüngel sono equivalenti (il Padre è crocefisso con lui, non lo ha abbandonato). La tradizione non ci ha mai nemmeno provato a pensare che la crocifissione abbia a che fare con l’essenza di Dio: la passione, con la sua debolezza e vulnerabilità, non aveva nulla da dirci sull’essere di Dio. «La morte di Gesù di regola non aveva alcun significato per il concetto di Dio in se stesso» (DMM 61ss). Il pensiero di Dio fu talmente dominato dall’idea dell’assolutezza infinita, che doveva essere scevro da tutto ciò che avesse anche il lontano sentore della fragilità, caducità e impotenza; «Dio non può rinunciare a nessuna perfezione… a Dio deve mancare la mancanza, considerata un ostacolo alla potenza» (DMM 165, i corsivi sono dell’autore). In ultima analisi Dio e la morte stavano solo in una relazione di antitesi radicale. «La perfezione, che secondo la legge della metafisica apparteneva a Dio, vietava di rappresentare Dio come sofferente o addirittura di pensarlo assieme a un morto» (DMM 60).

Invece la Passione non è un’eccezione-sospensione temporanea perché doveva essere offerta la soddisfazione-riparazione per i peccati, una breve interruzione delle qualità di Dio che sarebbero di tutt’altra natura: assoluto, inviolabile, invulnerabile, perfetto, satollo, onnipotente, impassibile, immutabile: come faceva a essere vitale una simile entità, per la quale non ci poteva essere nulla di nuovo perché aveva tutto da sempre? «A un tale Dio non è permesso di essere umano» (DMM 259). Il concetto di Dio non è ancora per i cristiani sommo, massimo, perfettissimo, potentissimo, imperiale, terribile, senza aver nulla a che fare coi nostri limiti? Il crocefisso invece ci rivela che Dio queste super-qualità non le ha mai avute. Ma abbiamo ancora un’idea pagana, aristotelica di Dio? E se invece egli fosse solo perfezione di amore, dedizione, solidarietà? Se fosse solo Padre amoroso e non Signore?

L’Onnipotenza imperiale significa fraintendere Dio rovesciandolo nel suo contrario. Il crocefisso tout-court ci manifesta l’essenza di Dio, che non è diversa da come si è palesata nel Gesù storico, sia prima ma soprattutto durante la passione. Dio è così, infinito (solo) nell’amore donativo, non in qualche altra strapotenza.

Cercatori di Dio, profeti, filosofi, teologi, santi, hanno anelato a un Dio perfettissimo in tutto, senza individuarlo nell’uomo Gesù, debole, soggetto a ogni nostro limite, anche mortale, tuttavia animato pienamente dallo Spirito del Padre: la vitalità del grande amore del Padre è così forte da vincere la mortalità della natura umana, patita da Gesù ucciso.

Dio vive nel divenire

Dio si espone al fallimento sotto il massimo potere del male; si espone alla sofferenza e alla morte, entrando in contatto con esse nella forma della lotta. Dio sta dentro alla lotta fra essere e non-essere a favore dell’essere, tra vita e morte a favore della vita (DMM 286-89); questa lotta-dialettica (pacifica) è la definizione che Jüngel dà dell’amore dal punto di vista del suo contenuto (egli si rammarica che quando parliamo di amore pensiamo solo alla sua forma pur importante: dedizione, affetto…).

E ci sta dentro in unità con ciò che passa, compresa la caducità, che non va vista solo nei suoi aspetti negativi e rovinosi che pur si danno: come il precipitare nel vortice dell’annientamento Non ci si può rallegrare pienamente della rosa fiorita senza già deplorare il suo sfiorire, percependo solo la maledizione del passare (invecchiando). Bisogna superare la pregiudiziale svalutazione metafisica unilaterale della caducità, nella fecondità di un futuro promettente: il positivo ontologico della caducità è l’avere delle possibilità, che fra l’altro è l’essenza della storia stessa. Il possibile è quanto di più autentico v’è nell’essere caduco, principalmente per la capacità di divenire, intesa come «promessa e non come mancanza o macchia: «Posse dico, quo nihil potentius…» (DMM 285s citando il Cusano: nulla è più potente del “possibile”, che è più originario dell’essere e del non-essere; est enim ante esse et non esse).

Il Leit-motiv di Jüngel, sin dal titolo della prima sua opera su Barth, suona: «L’essere di Dio è nel divenire» (Gottes Sein ist im Werden, 1964, tradotto da Armido Rizzi per Marietti, nella collana Dabar 10, nel 1986). Affermare l’unità di Dio con ciò che passa significa che «l’essenza eterna di Dio viene coniugata nelle determinazioni dialettiche del divenire» (DMM 295, una citazione di S. Kierkegaard).

Non c’è mai stato il sacrificio dell’ aldilà divino in senso stretto perché Dio non è mai stato lassù supra nos lontano dagli umani o peggio in opposizione alla sua creatura; il termine “abbassamento” è ambiguo perché presuppone una discesa dell’Altissimo dalla vertigine di un essere infinitamente al di sopra di noi privo di manchevolezze.

Si cita al riguardo la lettera ai Filippesi 2,6-11: «Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso (lett. «una rapina») la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso». La differenza è sostanziale: Paolo pensa che si sia spogliato di una condizione che aveva precedentemente, mentre per Jüngel tale potentissima divinità pagano-aristotelica non ce l’ha mai avuta! Per Jüngel Dio è eterno perché ha vinto la morte, e non perché ne è esente: è questa la sua vera infinitudine senza svuotamenti. «La mera mancanza di una fine non merita di essere fatta passare per infinitezza, bensì solo l’essere che supera sempre nuovamente i suoi propri limiti si chiama a ragione essere eterno e infinito» (DMM 294, nota 70). Dio vive!