Tutto era povero, nudo, trasfigurabile,
I nostri mobili erano semplici come pietre,
Ci piaceva che la crepa nel muro
Fosse quella spiga da cui sciamavano mondi.
Nubi, stasera,
Le stesse di sempre, come la sete,
La stessa stoffa rossa, slacciata.
Immagina, passante,
I nostri ricominciamenti, le nostre frette, le nostre speranze.
(Y. Bonnefoy, Una pietra in Le assi curve)
Con Bonnefoy ci troviamo sulla soglia del sacro con una parola altra. Si tratta di un linguaggio non immediatamente riconoscibile e che non desidera essere rintracciato in percorsi già definiti. Per questo richiede un atto di attenzione, di ricerca, di scoperta, guidati dalla traccia delle parole. Trasfigurabile dice la presenza, in potenza, di qualcosa d’altro, perché nella realtà dello sguardo, nella concretezza delle cose c’è solo povertà e nudità: la semplicità della pietra. Il poco e il nulla. Una crepa nel muro diventa però spiga, immagine di fertilità sotto l’egida dell’immaginazione (sciamavano mondi). I possibili, di cui si gode (ci piaceva), sono plurali (mondi).
Come la crepa, la nudità e la povertà, anche le nubi, apparentemente sempre uguali a se stesse (Le stesse di sempre), meritano attenzione. La stoffa rossa, motivo ricorrente in Bonnefoy, qui è slacciata, non immobile, bensì vitale. E nubi, sete e stoffa rossa sono accomunate da una ripetizione che tenderebbe a sottrarle al nostro sguardo distratto (le nostre frette). Eppure tutto questo, il viaggio (nubi), il desiderio (sete) e la bellezza delle cose concrete (stoffa rossa), si offre allo sguardo di chi passa. Al suo sguardo e dunque alla sua immaginazione. Ma chi è il passante? Forse chiunque, quel chiunque chiamato a immaginare.
Come trasfigurabile nella prima strofa, speranze nella seconda è un piccolo varco per l’avvicinamento al sacro. Ma i termini sfuggono al linguaggio religioso tradizionale, perché ricominciamenti non è conversione, né forse vuole esserlo, frette non è vigilanza, speranze non è aldilà. Il plurale segna ancora una volta questa differenza.
Un piccolo interno diventa un mondo gravido. Non è necessariamente qualcosa di grande o importante: anche una stanza che porta le ferite del tempo può essere piena di significato. Le cose lasciate alla loro manifestazione irradiano senso in un gioco sottile e fitto di rimandi. Più sono povere, più esprimono l’essenziale, quello che sono e che la poesia solo può dire.





