La prima puntata della sintesi del libro di Sequeri si trova qui.

Pierangelo Sequeri nel capitolo V (L’eterna generazione del Figlio: una nuova storia dell’Essere) di Addio a Dio? Sul Dio vivente, nota che nel concilio di Nicea (anno 325) si vede il contatto fra la concezione cristiana di Dio e l’Assoluto della tradizione filosofica. Nicea e i successivi concili (fino a Nicea II, 787) integrano il “dogma” cristologico cristiano, in opposizione a eccessi dualistici o monofisiti nel pensiero del rapporto tra Dio Padre e il Figlio.

“Dogma” è parola che ha cattiva fama nella cultura: sa di dottrina “imposta” senza discussione né argomentazione; costrizione a un assenso autoritario. Una tale forzata opposizione tra intelligenza e obbedienza non corrisponde all’idea cristiana della fede, ma è parsa coerente col fatto che la fede è rivelata e soprannaturale. Dogma, dal greco dokeo, significa sembrare, opinare, ma anche deliberazione politica vincolante, e assioma filosofico. Se si allarga l’idea negativa di dogma a ogni esperienza di certezza, allora tutto è relativo, e il relativismo assoluto è esso stesso un dogma.

Dottrina e mistero

Nei concili del IV-V secolo si definisce la dottrina teologica, che interpreta la rivelazione evangelica con un lessico filosofico e coerenza logica. A Nicea quel lessico diventa consenso nell’espressione del mistero cristiano, che è anche una “rottura” con la cultura di riferimento, sia filosofica, sia biblica monoteistica.

Ario, prete e teologo di Alessandria, interpreta Gesù come incarnazione del Figlio di Dio, ma non generato eternamente dal Padre, del quale pregiudicherebbe la perfezione, tenacemente conquistata, contro idolatrie e politeismi. Il Figlio è, per Ario, la creatura più amata dal Padre, ma ha natura umana e non divina. È generato, creato, non eterno come il Padre. Questa spiegazione semplice trovava consenso nel popolo.

Il concilio di Nicea respinse unanime l’arianesimo perché la pura creazione del Figlio non riconosceva la sua incomparabile intimità con il Padre. Dice il concilio: «Generato non creato, della stessa sostanza del Padre». Il Figlio è consustanziale.

Creare e generare

Dio è la relazione Padre-Figlio, eterno il Figlio come il Padre, generato dall’eternità. Dice Nicea: «Generato, non creato». Il termine «creato» vale solo per la finitezza creata, mentre «generato» si può e si deve dire dell’assoluto divino, pur se attira perplessità sulla eternità del Figlio. Generare è diverso dal semplice produrre, è un modo di far-essere nel voler-bene. L’ontologia dell’assoluto è ontologia affettiva, dove il far-essere precede l’essere, e il voler-bene è la forza intrinseca superiore al sistema cause-effetti. Ha conseguenze enormi pensare un Dio che non se ne sta autoreferenziale nella sua perfezione, specchio di se stesso, singolarità autosufficiente, senza relazione, perfetto perché amore di sé. Il concilio ebbe l’audacia di saldare la fede biblica in Dio con l’ontologia assoluta della generazione del Figlio.

Il concilio di Efeso (nel 431) dichiara Maria «madre di Dio». Con ciò si ricompone la ragione di Dio e la fede in Dio. La logica dell’incarnazione fa corrispondere il mistero storico della condiscendenza di Dio col mistero ontologico dell’intimità divina. Oggi, il sentimento della “morte di Dio” esaurisce una ontologia tutta anaffettiva, che ha inquinato la cultura. Ma Nicea iscrive i legami cristologici nella logica affettiva della generazione e ristabilisce il primato ontologico dell’affezione.

Il concilio di Costantinopoli I (nel 381) acquisisce la divinità dello Spirito Santo, che «procede» dal Padre e dal Figlio, e «dà la vita». Così ribadisce la logica dell’affezione: lo Spirito “procede e dona”: l’amore non ritorna su se stesso. L’amore del Padre e del Figlio ispira l’estroversione dello Spirito, che rende perfetta la loro felicità attraverso la donazione.

Non ridurre il contatto al linguaggio

Nel capitolo VI (L’inedita rivelazione dell’intimità “non solitaria” di Dio), Sequeri osserva che la nostra teologia ha dedicato larga riflessione alla Trinità, ma non è ancora teologia trinitaria. Il cristianesimo si è adattato alla pedagogia del “sentire” che, nella cultura odierna, è godimento autoreferenziale. La nostra cultura consegna i sentimenti alla psicologia scientifica, ne conserva una versione umorale, che li esclude dalla capacità rivelativa dell’amore; è una cultura che centra l’amore sul benessere dell’autorealizzazione. L’io è rimasto solo, attaccato alla perfezione di sé.

Da Nicea ci viene questo “lascito”, che è persino rimosso: l’intimità di Dio è definita dalla generazione Padre-Figlio, che si riversa nello Spirito, ed è «il principio di ogni principio». Il significato eterno dell’essere è generazione: amare la vita, donare la vita, suscitare vita. Nella rivelazione apostolica Dio è definito amore (1Gv 4,8). Ma l’inconscio credente ha poggiato di più sull’ontologia della generazione che sulla psicologia dell’affezione. Però, la generazione eterna attestata da Nicea significa più che essere, ed è «prima che essere», prima dell’assoluto di Dio.

Ci siamo adattati a una modulazione dottrinale della rivelazione a cui diamo l’assenso mentale della fede. Non si parla più di “teofania”, chiusa nel tempo antico. Mistica o apparizione sono solo qualcosa di simile, e ne parliamo cauti e diffidenti, giustamente. Senza teofania, la fede conserva la forma, il linguaggio, ma non la forza, l’incantamento. Possiamo ridurre il contatto con Dio al linguaggio?

Nella Bibbia, teofania è il cespuglio che brucia senza bruciare, è una voce che ripete il tuo nome e non è voce di nessuno dei tuoi, è vino buono che non c’era, e c’era solo acqua, è una vista perduta che ritorna, una perdita di sangue che improvvisamente cessa, è un pane che attesta una presenza altrimenti evaporata nel semplice ricordo. Dio è la forte affezione che si dedica oltre, è l’irradiazione amorevole di una intimità destinata alla creatura mondana. Il “minimalismo” del sacramento è tramite e presenza di Dio, mette in con-tatto con una trascendenza non rappresentabile, tramite di un’affezione così vicina da toccare e da farsi toccare.

Teofania è con-tatto

Essere toccati da Dio è la teofania che il sacramento esercita, a cui la vita risponde. Ogni volta che questa potenza dell’affezione appare nella storia, appare la grazia del Figlio (e del Padre e dello Spirito). L’esperienza inattesa ci coinvolge nella dimostrazione affettiva di Dio. Esperienza anche inquietante, perché impossibile da trattenere come un possesso. L’amore del prossimo, di cui Dio è capace, e felice, è il passaggio su di noi del “Regno di Dio”, che non può essere creato da noi.

Quando perdiamo il contatto con questo mondo di Dio, illusi di avere imprigionato la sua forza in un ordine cristiano della vita, ci sentiamo avviliti come il monaco Otlone. È quello che ci sta accadendo ora, all’inizio del terzo millennio. Siamo tramortiti da ciò che esce dai nostri forzieri di santità.

Noi umani continuiamo a perdere e a ricevere la forza del tocco di Dio nella storia, la generazione eterna in Gesù, la prossimità affettiva di Dio nello Spirito. La forma perfetta di questa grazia è l’amore del prossimo, che è il luogo assoluto della teofania, dei segni della presenza divina in spirito e verità. Dio è realmente conosciuto e davvero amato quando è identificato con l’atto di amore del prossimo, che è anzitutto (come per il Samaritano) il più distante. Il nostro problema attuale è restituire incanto, serietà e allegria a questa “teofania” annunciata e testimoniata da Gesù.

Drammaticamente, la vulnerabilità umana cerca di proteggersi, ripiegandosi su se stessa, tenendosi lontana da quella intimità della generazione divina in Dio. In un cristianesimo sistemato nelle sue routine, che evita l’inquietante esperienza della teofania, la beatitudine di Dio esce dal desiderio e affoga nella legge.