«I giovani? Sono impegnati e motivati. Parlano tre o quattro lingue e, ai vari livelli delle loro funzioni, sono consci dell’importanza decisiva del proprio lavoro. Con loro mi trovo benissimo». Chi parla così è un magistrato italiano, quasi sconosciuto. Si chiama Rosario Salvatore Aitala, origini catanesi, 58 anni, attuale primo vicepresidente della Corte Penale Internazionale, con sede all’Aja. È colui che ha spiccato un mandato di cattura contro Vladimir Putin e altri 5 esponenti del governo russo, ricevendo in cambio una condanna a 15 anni di reclusione per «aver perseguito persone innocenti» e «per tentata violenza contro persone che godono di protezione internazionale». Queste le motivazioni della magistratura russa, Paese in cui la separazione dei poteri è attuata evidentemente in modo molto originale. Il giudice che ha deciso la condanna è lo stesso che, disponendo il trasferimento di Alexej Navalnij in un carcere siberiano, ne ha sostanzialmente decretato la morte. Anche altri giudici sono stati colpiti da sanzioni di vario genere. Gli Usa di Trump hanno disattivato le carte di credito a quelli che hanno posto sotto accusa Benjamin Netanyahu.

In occasione del Festival Internazionale di giornalismo di Perugia, il 18 aprile scorso, Aitala è stato intervistato da Nello Scavo, inviato di «Avvenire». È utile ricordare che la Corte, istituita  col Trattato di Roma (2002) è indipendente dall’Onu e occupa circa 1300 dipendenti. Vi hanno aderito a oggi 125 Stati, non hanno ratificato Stati Uniti, Russia, Cina, India, Israele, Egitto, Iran, Arabia Saudita, Sudan e Turchia. Anche negli Stati che hanno aderito accadono comunque cose strane. A puro titolo di esempio, in Italia, il nostro ministro degli Esteri, evidentemente a corto d’impegni, visto l’attivismo della Presidente del consiglio, se n’è uscito prima con l’affermazione che «il diritto internazionale vale fino ad un certo punto», poi con la garanzia anticipata al capo del governo israeliano, che, se venisse in Italia, nessuno gli torcerebbe un capello.

Il colloquio tra il giudice e il giornalista ha un andamento circolare, si apre e si chiude con la parola «speranza». «Perché ha scelto di fare questo lavoro, riservato, serio e sobrio?» Risposta: «Per dare una speranza di futuro a milioni di persone, bombardate, massacrate, stuprate. Per dare loro giustizia, visto che spesso quelli che dovrebbe tutelare i loro diritti sono gli stessi che li perseguitano. Fin dai primi tempi mi sono reso conto che occorreva un approccio non inquisitorio. E dovendo raccogliere la testimonianza di un sopravvissuto ad una strage, chiesi semplicemente: raccontami la tua storia, la tua vita… Mi resi conto che quell’uomo, salvato dalla Croce Rossa per puro caso, rappresentava tutta l’umanità. Dare voce a costoro è il principale compito della Corte».

Secondo Aitala, abbiamo alcune nevrosi da vincere. La prima è che abbiamo dimenticato la storia. Essa è un grande specchio e noi non riusciamo a vederci riflessi. Ciò che viviamo è ancora la conseguenza di alcuni grandi fatti del ’900: la fine dell’impero ottomano, il nazismo, il fascismo. Una seconda nevrosi è la rimozione, la rassegnazione e l’indifferenza. Ci stiamo riabituando alla guerra, anche in Europa. Rischiamo di lasciare ai nostri figli un mondo peggiore di quello che è stato lasciato a noi.

La giustizia ha una funzione del tutto particolare: deve consegnare alla storia una verità diversa da quella vista da chi è portatore di interessi, anche legittimi. Fa rivivere ciò che non è più e chi è chiamato a giudicare è totalmente estraneo, è una pagina bianca.

Sul problema del bene e del male Aitala cita il recente film Norimberga, centrato sulla figura di Goering. Uno psichiatra americano si chiede se nei cervelli dei criminali nazisti ci fosse qualcosa che giustificasse tanta malvagità. Le conclusioni sono diverse dalla “banalità del male” di Hannah Arendt. Si tratta uomini “normali” ma che hanno una missione da compiere, appartengono a una separata “aristocrazia”. Come, commenta il giudice Aitala, chi appartiene alla mafia. Il figlio del mafioso, già da piccolo viene “educato” al disprezzo delle istituzioni e deve frequentare soltanto suoi simili. Comunque il terrorismo internazionale − conclude − non è solo malvagità, è un atto politico, di potere, è una degenerazione della politica.

«Ma allora – incalza Nello Scavo – è ancora utile la giustizia internazionale?» «Sì, perché può prevenire l’odio. La disperazione porta all’odio, fa versare sangue innocente che genera altro odio e alimenta lo spirito di vendetta. Inoltre la procedura penale è espressione della più alta civiltà giuridica». E qui Aitala ricorda il suo professore all’Università che esordiva così: «Il codice del processo non serve a condannare i colpevoli, e, nello sconcerto generale, aggiungeva: ma è congegnato in modo da permettere agli innocenti di difendersi dalle accuse ingiuste».

Al peggioramento dei rapporti tra i popoli hanno contribuito il disprezzo e l’odio anche tra le popolazioni civili schierate su opposti fronti. Fenomeno sviluppatosi in specie dopo la prima guerra mondiale. I nemici, tutti, sono pulci, ratti, scarafaggi. Il genocidio degli Tutsi ruandesi a opera delle milizie estremiste Hutu (800.000 assassinati in soli 100 giorni) fu preceduto da una campagna radiofonica (in lingua francese) che iniziava e finiva con «Malheur à eux» e in mezzo insulti e scherni. Questa mentalità si rafforza ora nelle bolle mediatiche, in cui tutti credono di essere connessi con il mondo e invece sono collegati con chi rafforza i propri pregiudizi e la propria violenza verbale, anche in questo caso generatrice di odio.

«Ha mai avuto paura?» «Certamente, la paura è nella condizione umana, ma la motivazione è più forte e senti di far parte di una squadra che è compatta e che infonde coraggio. Noi non dobbiamo fermarci, non vogliamo fermarci e non ci fermeremo. L’unica tristezza è non potere fare di più, ma ci guida la speranza di dare un po’ di speranza».

Questa grande lezione di umanità, senza aggettivi, finisce qui. Il merito della  “buona informazione” va a Radio Radicale che ha trasmesso l’intervista il 4 maggio alle ore 21 nella rubrica «Speciale giustizia».