Non pubblichiamo di solito articoli a puntate. Ecco una eccezione. Si tratta di una sorta di drammaturgia nata a scuola per festeggiare il 25 aprile. Gli studenti hanno letto ciascuno una delle poesie, e provato a dirne qualcosa ai compagni, possibilmente senza distruggerle.
C’è un libro di Giovanni Tesio −25 poesie per il 25 aprile (Interlinea 2025) − che ha l’ambizione, tutt’altro che scontata, di attraversare l’esperienza della Resistenza con la poesia: non come illustrazione storica, non come celebrazione, ma come modo di stare dentro la complessità morale di quegli anni con gli strumenti più adatti, che sono quelli dell’ambiguità, della contraddizione, dell’immagine che resiste alla spiegazione. Partendo da quella proposta, abbiamo selezionato otto testi − da Montale a Primo Levi − che costruiscono qualcosa che assomiglia meno a un percorso antologico e più a una drammaturgia: un ordine pensato per onde, per scarti, per capovolgimenti di registro.
Prima ancora della poesia, una soglia. Nel 1955 il giurista e padre costituente Piero Calamandrei disse agli studenti milanesi:
«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.»
L’idea è precisa e potente: ogni articolo della Costituzione porta in sé un vissuto, un prezzo pagato da persone in carne e ossa. Le poesie che seguono sono, in questo senso, le pagine non scritte di quel testo: raccontano da dove vengono quelle parole.
Eugenio Montale − da La primavera hitleriana (1956)
Il 9 maggio 1938 Adolf Hitler visitò Firenze, accolto da Mussolini con una cerimonia di gala: corteo lungo l’Arno, svastiche sugli edifici, negozi chiusi per «festa». Montale era a Firenze e guardava. Le leggi razziali sarebbero arrivate pochi mesi dopo; la donna amata − Irma Brandeis, un’italianista americana ebrea − fuggì negli Stati Uniti quell’estate.
Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
tra un aialà di scherani, un golfo mistico acceso
e pavesato di croci a uncino l’ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armate anch’esse
di cannoni e giocattoli di guerra,
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s’è tramutata in un sozzo trescone d’ali schiantate,
di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.
Tutto per nulla, dunque?
Il titolo di questi versi (una piccola parte del componimento) è già un ossimoro: la primavera porta vita, il nome di Hitler porta morte. Il capovolgimento dell’ordine naturale attraversa l’intero testo − i negozi «armati di cannoni e giocattoli di guerra», il macellaio che addobba i capretti uccisi come per una festa, le falene schiantate a terra da quella luce malata. Hitler è il «messo infernale»; le svastiche sono «croci a uncino»; il «golfo mistico» è un termine wagneriano scelto non a caso, perché Wagner era la musica del nazismo.
Il verso più importante − «e più nessuno è incolpevole» − introduce uno dei motivi che percorrono l’intera selezione: la complicità diffusa, il fatto che chi ha chiuso il negozio per «rispettare la festa», chi ha guardato in silenzio, chi ha applaudito per convenienza, non è innocente. La domanda finale − «Tutto per nulla, dunque?» − porta il peso di questa consapevolezza. E l’ossimoro «miti carnefici» − docili e assassini insieme − nomina la forma più comune e più difficile da riconoscere della partecipazione al male: quella di chi non ha intenzione dichiarata di fare del male, ma contribuisce a un sistema che lo produce.
Luciano Erba − Senza titolo
Sei versi, quasi un appunto. Dopo l’ampiezza oscura di Montale, Erba introduce uno scarto brusco verso il concreto e il dimesso.
Leggevo negli occhi dei famuli
il mio destino la mia certa condanna
andavo in montagna
scarponi e paltò
volevo fuggire
l’Italia e Salò.
I «famuli» − termine arcaico per «servi» − sono i funzionari del regime, coloro a cui era delegata l’amministrazione quotidiana del fascismo. Il poeta «leggeva negli occhi» di costoro il suo destino già scritto. L’asindeto brutale del secondo verso − privo di punteggiatura, come privo di respiro era quel momento − cede poi a un cambio di registro repentino: «andavo in montagna / scarponi e paltò». Il dettaglio dell’abbigliamento, pratico e quasi buffo, dice tutto sull’improvvisazione, sulla decisione presa in pochi giorni senza eroismo. «Andare in montagna» nel linguaggio della Resistenza significava unirsi alle bande partigiane; qui è anche fuga letterale dalla pianura fascista, dalla RSI di Salò.
È il rovescio di Montale: non la grande storia guardata dall’esterno, ma il singolo che prende una piccola decisione privata, quasi istintiva, che gli cambia la vita.
Cesare Pavese −Tu non sai le colline (1945)
Con Pavese entra nel reading qualcosa di più scomodo: la vergogna. Durante i venti mesi della Rsi, Pavese non si unì alle bande partigiane, e questa non-scelta lo perseguitò per tutta la vita.
Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cerchio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.
Il «noi» è un noi di vergogna collettiva − «tutti quanti fuggimmo, tutti quanti gettammo / l’arma e il nome». Il nome è l’identità, la responsabilità di esistere riconoscibili; gettarlo insieme all’arma significa sparire dalla storia, sottrarsi. L’unica eccezione è un uomo solo, che «si fermò a pugno chiuso», «vide il cielo vuoto» −nessuna garanzia, nessuna promessa − e morì «sotto il muro, tacendo». Il silenzio è la sua forma di integrità.
«Ora è un cerchio di sangue / e il suo nome»: l’uomo morto si è ridotto a un segno e a un nome, e proprio così ha recuperato quell’identità che gli altri avevano abbandonato fuggendo. Il finale − «Una donna / ci aspetta alle colline» − lascia aperta la domanda: è la stessa donna che li ha visti fuggire? Una speranza di riscatto? Un giudizio silenzioso? Pavese non decide; e le grandi poesie, quasi mai, decidono al posto del lettore.
Giorgio Caproni − Lamento V (dagli Anni tedeschi)
Caproni si trovava in Val Trebbia, nell’Appennino ligure-piacentino, dopo l’8 settembre 1943. Per diciannove mesi assisté a esecuzioni, rastrellamenti, veglie funebri. Il Lamento V nacque in «una sconquassata casa di montagna» accanto alle salme di alcuni partigiani, mentre alcune donne cucivano in silenzio le bandierine dei distaccamenti.
Quali lacrime calde nelle stanze?
Sui pavimenti di pietra una piaga
solenne è la memoria. E quale vaga
tromba − quale dolcezza erra di tante
stragi segrete, e nel petto propaga
l’armonioso sfacelo?… No, speranze
più certe son troncate sulle stanche
bocche dei morti. E non cada, non cada
con la polvere e gli aghi nelle bocche
dei morti una parola. La ferita
inferta, non risalderà la notte
sulle stanze squassate: è dura vita
che non vive nell’urlo in cui altra notte
geme − in cui vive intatta un’altra vita.
La struttura è quella di un sonetto (senza stacchi tra le strofe, e con le rime sostituite dalle consonanze), ma il groviglio sintattico la rende quasi opaca al primo ascolto; ed è così per scelta. Il dolore, qui, non si lascia spiegare facilmente: va sentito prima di essere capito, ammesso che lo si capisca mai del tutto.
Il cuore del testo è nell’ossimoro più denso: «l’armonioso sfacelo». Lo sfacelo − la distruzione, il lutto − è anche armonioso, perché il dolore si propaga nelle donne che cuciono come un suono, una vibrazione silenziosa che le attraversa. Bellezza e distruzione si sovrappongono senza annullarsi. L’imperativo «E non cada, non cada / con la polvere e gli aghi nelle bocche / dei morti una parola» è un divieto della parola vana, consolatoria: la parola falsa sarebbe polvere, appunto, come gli aghi che cadono dal cucito delle donne.
Il finale è aperto: «è dura vita / che non vive nell’urlo in cui altra notte / geme − in cui vive intatta un’altra vita». In quella stessa notte di morte si affaccia qualcosa di non ancora corrotto. La speranza è quasi impronunciabile; ma c’è.
Foto di Matteo Vistocco su Unsplash






