Santina l’abbiamo salutata in un pomeriggio di primavera, caldo come fosse già estate. Era il 7 aprile scorso. In circostanze analoghe lei e il marito Cesare erano venuti a salutare mia moglie Luisa. Una presenza inattesa, gradita e molto affettuosa. Santina aveva sussurrato: «Mi raccomando, non smettere di scrivere su il foglio, io ti leggo» e Cesare già altre volte mi aveva assicurato la sua stima: «Sei apprezzato in città per essere tornato a scuola, dopo 17 anni di distacco sindacale. Non accade spesso».
Tanta amicizia e gentilezza andava ricambiata. La sala del commiato era strapiena. C’era tutta la Torino gobettiana, a cui in un certo modo appartiene anche questa piccola rivista online. Ha parlato prima Cesare: Santina resta orfana di padre a 8 mesi e a due anni è colpita dalla polio con conseguenze per l’intera esistenza. Con voce commossa rievoca i quasi 57 anni di vita comune, soffermandosi anche su aspetti giocosi e gioiosi, come quando ogni mattina si apriva la discussione tra chi dei due dovesse scendere ad acquistare i giornali e a fare la spesa. Un cenno alla sua vita professionale: docente di scuola media e poi presso il liceo del Conservatorio, con una straordinaria eredità di amicizie tra gli ex-allievi. La voce ferma del figlio Niccolò affronta gli ultimi tempi: la malattia improvvisa, l’incedere rapido e ineluttabile del male. Non riuscì più a scrivere, poi neppure a leggere, né ad alimentarsi fino agli ultimi giorni, in cui «ci guardava, ma forse non ci vedeva».
Lo spessore intellettuale di Santina è ribadito dal direttore del Centro Gobetti, Pietro Polito. Assidua collaboratrice del Centro, Santina aveva, tra molte altre realizzazioni, contribuito al libro Bianca, la Rossa sulla vita di Bianca Guidetti Serra, protagonista della Resistenza e tra le prime avvocate penaliste italiane, molto amica, tra gli altri, di Primo Levi e Ada Gobetti. Il saluto volge al termine, sullo sfondo di un delicato pezzo per violino solo. Gli addii devono essere sentiti, ma brevi, e così è stato. Una grande insegnante, una grande intellettuale, una grande persona. La sala si svuota lentamente e qualcuno passa a prendere una rosa dal cuscino appoggiato sul feretro. Sui volti di tutti traspare profonda commozione e partecipazione. Mi allontano lentamente e, visto che sono nelle vicinanze, passo a salutare mia moglie e mio figlio che, ormai da molti anni, abitano in questo silenzioso quartiere periferico della città.






