Giovani Antonio Bazzi nasce a Vercelli nel 1477. Il soprannome Sodoma, sulla cui ambiguità si può largamente ricamare, è giustificato da Giorgio Vasari per la sua frequentazione di «giovinetti imberbi». L’artista pare non se ne desse pena, anzi replicasse brillantemente alle “pasquinate” , in latino o italiano, di cui era frequente bersaglio. Altra passione era quella degli animali, di cui aveva, sempre secondo Vasari, piena la casa: «Sembrava una vera arca di Noè».
Ma torniamo all’infanzia. All’età di 13 anni Bazzi, figlio di un calzolaio di Biandrate viene affidato alla bottega di Giovanni Martino Spanzotti, grande artista del rinascimento piemontese, perché coltivi le sue abilità artistiche, già evidenti in tenera età. Nella prima sala della mostra presso la Fondazione Accorsi è esposto il contratto, in latino notarile, che prevedeva un apprendistato di più di sette anni. Ma la bravura di Bazzi lo porta a Roma già con un certo anticipo. Nei primo decennio del Cinquecento è influenzato anche dalla scuola milanese (da non molti anni Leonardo aveva dipinto il Cenacolo) e da quella mantovana, nella quale primeggiava Andrea Mantegna, che lo ispira in specie nei «compianti sul Cristo morto». Successivamente si sposta a Roma dove affresca, accanto a Raffaello, la Stanza della Segnatura, su incarico di Papa Giulio II. Si stabilirà poi a Siena, al servizio della potente famiglia Chigi. Vi morirà nel 1549.
Insomma un grande del rinascimento che dalla periferica Vercelli conquista Roma e Siena. Può essere utile, a questo punto, fare una breve ricognizione geografica e demografica dei luoghi frequentati da Bazzi. Vercelli, ceduta ai Savoia non molti anni prima dal Duca di Milano Filippo Maria Visconti, aveva 20.000 abitanti. Milano circa 80.000, Casale, sede dei duchi Paleologi, la Siena dei Chigi e la Mantova dei Gonzaga tra i 15 e i 20.000, Roma, sui cui colli pascolavano gli armenti, non più di 70.000. E Torino? Non ancora capitale, era un buco di 5000/6000 abitanti chiusa nelle mura romane, in una superficie di meno di un km2. Viveva di agricoltura e di usura, nonché, si dice, di una specie di «imponibile turistico». Chi giungeva in città (si fa per dire), dopo una certa ora, era obbligato a cenare e a pernottarvi, le porte erano rigorosamente chiuse e di notte non si viaggiava (insomma bed and dinner, per la gioia dei locandieri). Torino del resto era su una delle vie francigene, provenienti d’oltralpe. La vocazione turistica ha quindi radici antiche. Una mostra da non perdere quella dell’Accorsi, fino al 6 settembre, con dépliant e catalogo curati, come sempre, ad alto livello.
Un po’ poco, però…
Però è anche pressoché tutto ciò che offre Torino durante l’estate. Un po’ poco. Sì, è vero c’è un quadro di Johannes Vermeer all’ultimo piano di palazzo Madama, molto ben presentato e illustrato, ma è pur sempre un solo quadro, ospitato nella nostra bellissima «Casa dei secoli», come la definiva Gozzano. Amici mi riferiscono di una sontuosa mostra a Genova (Van Dyck l’Europeo), ineguagliato ritrattista. A Milano bella mostra dei Macchiaioli, scelta non così originale ma sempre apprezzabile e molto altro. In casa nostra troviamo al massimo qualche felice nicchia, purtroppo poco frequentata. La GAM vivrà tutta l’estate su una esposizione di disegni, ricavata dai magazzini. Va lodato il fatto di aver ridotto la spazio alla discutibile trovata del Deposito Vivente, accozzaglia di opere senza didascalia, sistemata al secondo piano. Ciò consente almeno di ammirare nuovamente alcuni pezzi pregiati di scultura come l’Erma di Saffo di Canova o La Velata («la Religione») di Innocenzo Spinazzi; o di pittura come Il funerale di Tiziano di Gamba o Aprile di Fontanesi. Visitatori in caduta libera. Le più recenti scelte della GAM sembrano orientate tutte sull’arte contemporanea, con scheda di presentazione piuttosto criptica: «Quarta risonanza». Ma è un campo, oltreché difficile, molto battuto (Museo di Rivoli, Fondazione Sandretto e talvolta anche Fondazione Accorsi). Pochi visitatori, costi altissimi e Musei spesso semichiusi. Anche sul versante statale dei Musei Reali poco o nulla. Palazzo Chiablese è vuoto per l’intera estate, dopo la chiusura ai primi di maggio della prestigiosa mostra su Orazio Gentileschi. La Galleria Sabauda presenta un modesto approfondimento, dal titolo: La luce del vero, prima di Caravaggio: Lotto e Savoldo.
Da non perdere, invece, alla Fondazione Merz, in via Limone Gaza, il futuro ha un cuore antico sull’immenso patrimonio archeologico, storico e artistico della zona, a rischio di distruzione per la recente tragica situazione bellica. L’allestimento è eccellente, con filmati, scritte a led e proiezioni sul pavimento. Del resto si tratta di una costa poco distante dai centri fenici di Tiro e Sidone, sede di traffici e commerci da remotissima data. Una iniziativa molto lodevole il cui merito va anche attribuito al Museo Egizio e specialmente al MAH Musée d’art et d’histoire di Ginevra, presso il quale, quasi per caso, molto materiale era stato portato prima dell’ultima guerra, scatenata da Israele dopo il 7 ottobre 2023. Chiude il 27 settembre.
Ulteriore piccola nicchia è rappresentata dalla rievocazione al Centro Storico FIAT del 60° anniversario dell’accordo con l’allora Unione Sovietica per la costruzione dello stabilimento di Togliattigrad, sulle rive del Volga. Non molto di più che corrispondenza, elenchi di materiale, qualche foto che ricreano però il clima di quello che sicuramente fu un bel colpo commerciale per l’industria torinese. Era stata prevista per un certo tempo una linea Torino/Città Togliatti, che in tre giorni, via Budapest, portava a destinazione. Ricordo di essermi recato una sera a Porta Nuova per vedere il vagone russo che veniva agganciato in coda al treno per Venezia, Budapest, Mosca.
Infine gli appassionati di fotografia possono sempre far conto su Camera, dove dal 18 giugno e per l’intera estate ci saranno esposizioni sempre pregevoli.
Per una città crescente meta turistica, mi sembra che la politica culturale ed artistica, sia locale che centrale, sia drammaticamente arretrata e assolutamente insufficiente. Senza mai dimenticare che l’arte, secondo lo scultore milanese Adolfo Wildt, di lontane origini svizzere, citato da Lucetta Scaraffia in Ebrei senza saperlo, non è solo «un’esperienza intellettuale, ma una medicina dell’anima» e che pertanto ci può fare un gran bene in questo difficile momento storico.






