Si narra che lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius, nato a Neidenburg (dopo il 1945, Nidzica, Polonia), civis romanus per adozione, si trovasse in città, il 19 settembre 1870. Nelle prime ore del mattino pioveva a dirotto. Per le strade neppure un’anima viva. Chiusa la finestra della sua camera, egli annota: «La rivoluzione è rimandata per pioggia». E in effetti la famosa “breccia” si verificherà a Porta Pia il giorno successivo. Quelle poche parole, però, sono più efficaci di molti volumi per afferrare la  dimestichezza degli italiani con il concetto di rivoluzione.

Fu quindi il 2 giugno 1946 una rivoluzione? Per un popolo che non partecipò alla Riforma protestante, anzi subì massicce dosi di restaurazione tridentina, e fu solo indirettamente toccato dalla Rivoluzione Francese, forse sì. Col passaggio istituzionale e col voto alle donne, direi proprio di sì. Come ebbe a notare Piero Calamandrei, «una rivoluzione pacifica», in cui i Savoia avevano potuto fare campagna elettorale, mentre in altre situazioni aveva operato il boia e la ghigliottina. Con un re che decise di lasciare Roma ben 12 giorni dopo il risultato referendario e dopo l’invito, garbato ma fermo, di De Gasperi, che, come primo ministro, aveva assunto, ad interim, anche i poteri di Capo dello Stato. Un referendum, comunque, voluto fino all’ultimo dalle forze moderate, nella speranza di un voto femminile più conservatore e in generale di un elettorato timoroso del “salto nel buio”. Una scelta istituzionale demandata all’Assemblea Costituente avrebbe segnato l’affermazione molto più massiccia della Repubblica.

Una memoria familiare

«Al vut, dailo a la munarchia e all’Uomo qualunque»: così disse mio padre a mia madre quel fatidico mattino del 2 giugno, in dialetto piemontese, la loro lingua, mentre con i figli era di rigore l’italiano. Non erano stati fascisti, ma avevano paura delle novità. Ho tenui ricordi di quel giorno, confusi con discorsi sentiti anni dopo, avevo sei anni e non ero ancora entrato in prima elementare. Ricordo invece benissimo il clima precedente il 18 aprile 1948, che segnò la definitiva scelta occidentale dell’Italia (vittoria della Democrazia Cristiana col 49% dei voti e sconfitta del Fronte Popolare socialista e comunista, fermo al 31%). Mia madre era venuta a prendermi a scuola, e una giovane signora le disse con tono perentorio: «Domenica ci sono le elezioni, mi raccomando, vada a votare, se no vincono i rossi».

La tattica conservatrice non ebbe successo. E comunque la vittoria della Repubblica fu netta, ma non larghissima, con qualche strascico. Molti voti nulli, la famosa questione, risolta poi dalla Corte di Cassazione, se la scelta vincente dovesse essere calcolata sui votanti oppure sui voti validi, qualche disordine al Sud con morti e feriti. Ma soprattutto un’ Italia spaccata tra Nord e Centro per la Repubblica e il Sud quasi plebiscitariamente monarchico. Una vera nemesi storica. Quei Savoia, screditati, che avevano conquistato il Sud per annessione, perseguendo l’ordine pubblico con l’esercito e una feroce lotta al brigantaggio, diventavano la  rassicurante scelta conservatrice per la continuità dello Stato.

La fede monarchica non si estinse in poco tempo. Ancora per una ventina d’anni, almeno, il partito monarchico raccolse non pochi voti alle elezioni politiche e a quelle amministrative. Per lunghi anni fu padre-padrone a Napoli l’armatore Achille Lauro, che si diceva distribuisse la scarpa destra prima del voto, e successivamente quella sinistra. Ricordo che ancora negli anni ’60, alle elezioni universitarie in cui si eleggevano i rappresentanti degli studenti al Parlamentino detto Interfacoltà, riproducendo più o meno i partiti nazionali, c’era una lista monarchica W VERDI, non in onore dell’autore del Nabucco, ma in sigla: Viva Vittorio Emanuele Re D’Italia. Era capeggiata da alcuni rampolli della sabauda nobiltà torinese. E al liceo un  caro amico, poi compagno di Università e servizio militare, mi sfotteva: «Vedi, voi repubblicani avete avuto il Capo “provvisorio” dello Stato (alludendo ad Enrico De Nicola), noi monarchici invece abbiamo la purezza della discendenza». Cose che mi sembrano riemergere dall’età della pietra.

La festa, l’oblio e il ritorno

Il ricordo del 2 giugno si trascinò sempre più stancamente negli anni ’70, finché fu nientemeno che abolito nel 1977, insieme a una manciata di festività religiose obsolete e al 4 novembre che ricordava la fine della prima guerra mondiale. Ci pensò il presidente Ciampi a ripristinarla, all’inizio del nuovo millennio. Fu anche rilanciato l’inno nazionale, di cui non si sentiva un gran bisogno. Ma erano misure anti Lega, quando questa forza politica aveva ancora in mente la secessione del Nord.

Il ritorno alle cerimonie del giorno festivo comportò anche la sfilata militare che era stata ridotta e poi abolita del tutto. Giusta la polemica nonviolenta che, appellandosi all’art. 11 della Costituzione, si chiede perché la presenza delle forze armate debba essere così massiccia, rispetto a una società civile sicuramente sottorappresentata. Contestualizzando tuttavia possono emergere ragioni non trascurabili. Dopo il vergognoso disastro dell’8 settembre 1943, con fuga generalizzata a partire dai gradi più elevati, occorreva quanto meno riconoscere il merito di quel contingente che, con la qualifica di “cobelligerante”, aveva risalito l’Italia accanto alle truppe alleate. Nonché la scelta coraggiosa di non pochi soldati e ufficiali per la Resistenza e infine la coerenza di coloro, e furono 650.000, che catturati e disarmati dai tedeschi nei giorni del caos, rifiutarono l’arruolamento nelle truppe della Repubblica Sociale mussoliniana. Oltre 50.000 non tornarono dai campi di concentramento tedeschi, morti per malattie, sfinimento e fame. Non dimentichiamo che senza la Resistenza e la “cobelligeranza” l’Italia sarebbe stata divisa in zone di occupazione, come Austria e Germania. Le carte erano già pronte (verosimilmente Roma agli americani, Milano agli inglesi, Torino ai francesi). De Gaulle e Churchill non vedevano male questa soluzione, per nostra fortuna, respinta dagli Usa.

Esercito e società civile: un equilibrio necessario

Infine l’esercito non deve essere un corpo separato dal resto della società, col rischio di derive sudamericane. Lo ricordava in questi giorni Corrado Augias: «Non lasciamo l’esercito alla destra». Qualche pericolo c’è stato in questi 80 anni. Il Gen. De Lorenzo con il piano “Solo”, i forestali umbri di Junio Valerio Borghese, per tacere della scoperta degli affiliati a “Gladio” in funzione anticomunista. Tutto sommato però citando un folgorante libro di Mario Pirani Poteva andare peggio. Alcuni reparti sono sempre stati un po’ preoccupanti. Non a caso il gen, Roberto Vannacci viene dalla divisione paracadutisti Folgore. Quindi prestare sempre la massima attenzione. In sostanza l’esercito, un po’ ridimensionato, può pure sfilare il 2 giugno, magari risparmiando sugli sprechi, tipo frecce tricolori. E magari affiancato da qualche reparto di volontari addestrati alla difesa nonviolenta. Anche perché, ricordava sempre Augias «La difesa della patria è sacro dovere del cittadino» (art. 52, comma 1) e la Costituzione non è un menu à la carte in cui possiamo scegliere solo le norme più gradite. In conclusione un po’ meno esercito e un po’ più società civile, in tutte le sue espressioni, potrebbe essere la formula più equilibrata e soddisfacente.