Conobbi Luisa Ricaldone – che ci ha lasciati lo scorso 9 giugno – nell’autunno del 1973 a Palazzo Nuovo. La presentò all’inizio del proprio corso il docente di Storia della critica letteraria – Marco Cerruti, nostro comune maestro – che le aveva affidato la conduzione di un percorso seminariale sulla psicobiografia (in quegli anni era forte l’interesse per la psicoanalisi e per il suo utilizzo nell’esame dei testi letterari). Luisa, appena 23enne, che su quel tema aveva lavorato nella tesi di laurea, ci guidò in un itinerario stimolante, che spaziava dalla memorabile indagine di Marie Bonaparte su Poe sino all’Échec de Pavese di Dominique Fernandez. Ma da quella reciproca conoscenza nacque anche un’amicizia che ci avrebbe accompagnati per oltre mezzo secolo: senza interrompersi nel corso dei dodici anni da lei trascorsi a Vienna (come lettrice di italiano presso l’università) e durante la successiva docenza di letteratura italiana contemporanea a Torino. Per giungere sino all’ultimo incontro in una stanza delle Molinette.

Una ricostruzione compiuta della sua attività di ricercatrice e studiosa richiederà analisi ben più approfondite, per cui mi limiterei – in questa sede – a segnalarne in modo frammentario e discontinuo alcuni aspetti, a mio avviso salienti. Partendo proprio dal primo volume che Luisa ebbe modo di curare, la Scelta di inediti di Giuseppina di Lorena Carignano edita dal Centro Studi Piemontesi. Nell’ampio saggio introduttivo emergevano – dietro la riscoperta degli scritti, in francese, della nonna paterna di Carlo Alberto – i due territori che avrebbero catalizzato gli interessi di Luisa nei decenni successivi, ovvero la cultura settecentesca dei Lumi (colta nelle sue complessità, ombre, metamorfosi, irriducibili agli stereotipi consueti) e la scrittura delle donne: una scrittura spesso ‘inedita’, per l’appunto, come inediti erano rimasti per due secoli gli scritti in cui la principessa Giuseppina ardiva affrontare argomenti scabrosi come il suicidio o le passioni; oppure prospettare − in narrazioni romanzesche – le utopie di mondi “senza guerre, senza proprietà private, non regolate dal denaro”, in cui “le donne, non più schiave né escluse dalla divisione dei beni, daranno addirittura il nome ai figli”.

Due tappe decisive negli sviluppi di questa ricerca (che vede la riscoperta di figure poco note, come la commediografa Luisa Bergalli di cui curò l’edizione delle Avventure del poeta) sono rappresentate da La scrittura nascosta. Donne di lettere e loro immagini tra Arcadia e Restaurazione – che indaga gli “ideali muliebri nell’immaginario femminile”, dalla donna ‘umile’ alla ‘forte’, dalla caritatevole all’eroina – e da Geografie e genealogie letterarie, scritto con Adriana Chemello, che assume “il secolo XVIII come laboratorio della modernità” attraverso una galleria di figure che associa “erudite, biografe, croniste, narratrici ed épistolières”. In seguito l’orizzonte dei suoi lavori si sarebbe spostato in direzione del Novecento – da Bontempelli a Clara Sereni – con le Prove di testo del 2005 e poi con gli studi successivi, che confermano la propensione a operare all’interno di un progetto collettivo: una scelta dall’indubbio valore politico, già da tempo evidente nella disponibilità a collaborare alla History of Womens writing in Italy della Cambridge University. Ne è derivata la partecipazione al CIRSDE (Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne) e alle iniziative – soprattutto editoriali − del Concorso Lingua Madre, per non dire della lunga presidenza della Società Italiana delle Letterate, cui si è dedicata sino agli anni più recenti anche con l’organizzazione di importanti convegni.

Come ha rilevato Cristina Bracchi nel commosso ricordo di Luisa – letto a conclusione del rito funebre nella chiesa di via Morgari, di fronte alla Casa del quartiere in cui eravamo soliti incontrarci – specialmente nell’ultimo decennio si assisteva a una “progressiva intensificazione dell’impegno e dello sguardo di Luisa nella scelta dei soggetti di studio: dalle letterate emancipate dei salotti aristocratici e illuministi del Settecento, alla rappresentazione delle donne da vecchie, categoria sociale articolata, discriminata eppure libera, al lavoro delle donne nella nostra epoca contemporanea, allo scandalo della fame e della povertà, alla promozione della pace nell’agire e nel pensiero femminile”. E infatti tra i suoi titoli troviamo Ritratti di donne da vecchie (ove il capitolo più ampio è dedicato ai Racconti di Alzheimer), Visibile e invisibile. Scritture e rappresentazioni del lavoro delle donne (curato con Laura Graziano), Tra le pagine della fame e infine Pagine di pace, curato con Daniela Finocchi: un volume apparso l’anno scorso e su cui sarà il caso di ritornare.

In questi lavori, che guardando alla ‘differenza di genere’ acutizzano l’attenzione ai drammi sociali e ambientali delle società contemporanee, sembrano trasparire con particolare intensità la “sapienza ed eleganza” in cui Alessandra Pigliaru – nel suo addio sul quotidiano Il Manifesto – ha condensato il tratto distintivo della personalità di Luisa e degli studi che ci lascia. Intelligenza e sensibilità, direi. La medesima intelligenza e sensibilità – verso la dimensione pubblica come in quella privata – che l’ha accompagnata dalla psicoanalisi verso la politica, con curiosità e con passione. E con la volontà di andare oltre, salendo (insieme alle altre e agli altri) sempre un poco più in alto. Allargando via via l’orizzonte: come lei, da appassionata escursionista, sapeva fare.