Commento alle letture della 12ª domenica: Romani 5,12-15 e Matteo 10,26-33
Commentiamo subito la prima lettura dalla lettera ai Romani 5,12-15 perché è stata all’origine della dottrina (agostiniana) del peccato originale (PO).
Un peccato… grammaticale?
Si è trattato fondamentalmente di un abbaglio sintattico, derivante dall’errata traduzione latina di Romani 5,12 con «in quo (sottinteso: Adamo) omnes peccaverunt»; anziché quella corretta «quia (perché) omnes peccaverunt», cioè tutti gli uomini coi loro peccati personali (in greco εφ ω, una crasi di epi touto oti, cioè «per il fatto che l’umanità intera ha peccato»): la svista ha influenzato Agostino che non conosceva il greco (o molto superficialmente) portandolo a pensare che tutti hanno peccato in Adamo e quindi nascono con tale colpa originaria trasmessa per via generazionale!
Romani 5,12 è un errore di traduzione e non di Paolo, mentre è uno svarione paolino che la morte sia arrivata a causa del peccato adamitico e prima non esistesse. Già parlare di prima e dopo è scorretto perché nei racconti mitici di Genesi 1-11 la cronologia bisogna scordarsela (cfr. le 800 pagine di Claus Westermann, il suo commento ai primi 11 capitoli della Bibbia nel Biblischer Kommentar AT, le mie sudate carte…). Non si dice che «prima» (avverbio temporale privo di senso in Gen 1-11) l’uomo non dovesse morire, e men che meno non dovesse lavorare, anzi si afferma il contrario..: è posto nel giardino per coltivarlo (Genesi 2,15).
Sono tentativi “disperati” di spiegazioni eziologiche sulle cause dei mali naturali ingiustificati nel creazionismo perché un Dio onnipotente e perfetto “doveva” creare il mondo con meno “guasti” (terremoti, malattie). La morte o il lavoro in sé non sopravvengono dopo e a motivo dell’immoralità originaria, ma semmai la loro “tremendità”, sia di omicidi atroci, sia di certi lavori logoranti ed estenuanti da schiavi, e sia il dominio dell’uomo sulla donna.
Chi era il figlio dell’uomo?
È il momento giusto per tornare su tutte le cose nascoste ma poi rivelate dall’indagine scientifica-esegetica del metodo storico-critico. Una è nel vangelo odierno, nel «Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini» di Mt 10,32s. La versione originaria ci è stata conservata da Marco 8,38 e Luca 9,26 (con solo la parte negativa del vergognarsi): «Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il figlio dell’uomo quando verrà nella gloria sua e degli angeli santi».
C’è sì un legame molto stretto tra il testimoniare Gesù nel mondo e il futuro giudizio del figlio dell’uomo, ma originariamente il figlio dell’uomo non è (ancora) lui (Gesù) bensì un altro!(comesosteneva il mio maestro Pius Ramon Tragan OSB).
A partire dalla conferenza epocale nel 1961 di K. Rahner su Scienza e coscienza di Cristo, Gesù ha acquisito consapevolezza progressivamente come tutti gli umani, facendo esperienza della realtà, vivendo in mezzo alla gente soprattutto povera. Nel linguaggio di Rahner ha “tematizzato”, cioè ha tradotto in concetti (sempre più) chiari la propria identità e il senso della sua missione.
Tutto questo risulta tutt’ora nascosto, perché anche oggi quasi nessuno pensa a uno sviluppo nel pensiero di Gesù (data la sua presunta onniscienza); e pure per il fatto che Matteo ha tagliato la testa al toro affermando perentoriamente sia con una parte positiva che negativa (chiaramente un suo ampliamento): «Anch’io lo riconoscerò… anch’io lo rinnegherò». Per Matteo e poi nel NT è Gesù il figlio dell’uomo, ma egli ne ha preso coscienza solo gradualmente, sino al punto di usarlo per definire se stesso: «Il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20), cioè io non ho dove abitare.
La beata sempre vergine?
Tornando al PO, l’Immacolata concezione non può essere stata esentata da una colpa inesistente. È giunto il momento di smontare la mariologia, tutt’ora imperante, partendo dal fatto che Gesù ha avuto 4 fratelli e un numero imprecisato di sorelle (coi nomi maschili riportati in Mc 6,3 e Mt 13,55s). È patetico l’escamotage che si tratti solo di cugini con la scusa che l’aramaico sarebbe una lingua povera che non distingueva bene le parentele. Del secondogenito Giacomo in Galati 1,19 Paolo dice che è il fratello (carnale) del Signore; Paolo è un poliglotta quadrilingue: ebraico per la sua formazione rabbinica, aramaico, greco, e pure un latino di base necessario per la sua cittadinanza romana. Ora in Galati scrive adelphon (fratello in accusativo), e non anepsion (cugino).
L’aramaico è sì una lingua povera, come all’inizio del vangelo odierno, in cui sottostava la particella semitica “illa” (che non c’entra nulla col dimostrativo latino, ma si dava in aramaico e pure in arabo), la quale significa sia «se non» sia «ma»: tradotta la prima volta nell’originario Marco 4,22 con «se non» (ean mê) e la seconda col «ma» (alla in greco) per essere manifestato; la versione italiana ha giustamente tagliato la testa al toro col più scorrevole «Non vi è nulla di nascosto (segreto) che non debba essere svelato». Ma l’aramaico non è così povero da confondere le parentele; dati tutti quei figli, Maria non può essere stata sempre vergine…, come acclamata tutt’oggi.
Il divino femminile
La figura della Madonna si è collegata col mito di Iside, una delle divinità principali dell’Egitto, il cui culto di diffuse nel bacino del Mediterraneo grazie all’impero romano, non solo a Roma sul Campidoglio, ma verso sud anche a Pompei, in Calabria-Sicilia sino alla Cirenaica (Libia orientale) e verso Nord in Germania, Gallia e Britannia, con le loro liturgie misteriche celebrare nel suo nome.
A partire dal VII secolo a. C. coloni e mercenari greci presenti nelle terre dei faraoni la identificarono con De-metra, la dea greca a cui erano dedicati i misteri eleusini, celebrati anche in Cappadocia e Anatolia.
Non vi sono dubbi che la seconda parte di De-metra significhi «madre»; il problema è il prefisso “de” in De-metra, o il “da” in da-ma-te:

Quest’ultima di tre segni in lineare B è stata ritrovata a Pilo (la città dell’iliadico Nestore), sillabica (ad ogni segno corrisponde una sillaba). Non bisogna lasciarsi impressionare dall’eventuale palatalizzazione della a in e, come tipica del mio dialetto reggiano o nel barese (Beri, anziché Bari).
Studi recenti contestano il significato consueto di madre (metra) della terra, che aveva inteso il de come variante di Gê = terra (in attico) o il da come Ga = (sempre) la terra in dialetto dorico. Il prefisso dæ proverrebbe invece dalla radice indoeuropea daewos o dæuos, che significa Dio (Deus in latino, Zeus in greco), quindi «madre di Dio», non della terra.
Demetra, Atena, Venere
Maria, appunto in quanto theotokos (concilio di Efeso del 431), prende il posto di Demetra nel nuovo Pantheon cristiano che, a dispetto del monoteismo teorico, si è popolato di angeli, santi, beati e madonne varie. E forse ha preso il posto anche di Pallade Atena, la tenacemente sempre vergine, parthenos, da cui il Partenone (tempio centrale dell’acropoli ateniese, con la gigantesca statua della dea opera di Fidia nel naos più centrale e interno) così come tanti santuari e statue della Madonna. Maria ha preso il posto di due, forse tre dee dell’Olimpo greco, tra cui pure Venere, il pianeta divinizzato, la dea della bellezza, col rischio di destare… “pulsioni erotiche”. Così nell’inno mariano, tradizionale e molto noto (l’ho cantato anch’io da bambino): «Dell’aurora tu sorgi più bella [chiaramente la Venere mattutina, Lucifero che preannuncia il sorgere del Sole], coi tuoi raggi fai lieta la terra…[col ritornello] Bella tu sei qual Sole, bianca più della luna, e le stelle più belle non son belle al par di te. Gli occhi tuoi sono più belli del mare, la tua fronte ha il candore del giglio, le tue gote baciate dal Figlio sono due rose e le labbra sono fior [come nelle coreografie infiorate del mese di maggio].. .Col corpo in cielo assunta, regina degli angeli e santi, la Gran Madre di Dio». Un evidente inno a Venere riadattato a Maria, la Gran Madre (come il tempio di Torino in fondo a piazza Vittorio).
Appendice letteraria
La lineare B sillabica è stata decifrata da M. Ventris nel 1952. Non ha avuto la gioia di veder confermata la propria teoria, poiché è deceduto nel 1956 in un incidente stradale, prima che venisse scoperta una tavoletta in argilla con tre segni che secondo le sue tavole andavano traslitterati foneticamente: to-ra-ka.

Fortuna volle che di fianco ci fosse il disegnino, il pittogramma di una corazza: appunto in greco thorax, thorakos, accusativo thoraka. Corazza. È la prova inoppugnabile della correttezza della sua decifrazione, su cui ritorneremo il 5 luglio oltre alla lineare A cretese, alla scrittura cuneiforme e ai geroglifici egiziani (tutte cose anch’esse nascoste al grande pubblico).






