Vangelo della 13ª domenica: Matteo 10,37-42

Per capire il vangelo odierno bisogna considerare la frase immediatamente precedente (infelicemente non letta oggi) di Mt 10,35s: «Sono venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre, e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa». Si tratta delle forti tensioni intra-familiari, come meglio chiarisce Luca 12,52s (cfr. Due contro tre). «D’ora innanzi infatti in una sola casa ci saranno cinque persone divise: padre contro figlio (e viceversa), madre contro figlia, suocera contro nuora» (e viceversa).

Conflitti palestinesi. I personaggi non sono 6 come sembrerebbe a prima vista in Matteo, ma 5 poiché la madre e la suocera sono la stessa persona nella medesima famiglia paradigmatica: si dice infatti «due (padre e madre-suocera) contro tre» (figlia e figlio con la moglie-nuora); è chiaro il riferimento ai conflitti nelle famiglie palestinesi, cioè il contrasto nelle case giudaiche fra la vecchia generazione rimasta fedele all’ebraismo rifiutando Gesù e la nuova generazione dei più giovani che hanno invece aderito al cristianesimo. Ma era la situazione conflittuale di allora, non la nostra, per cui non ci tocca più di tanto (è raro che un brano di vangelo non ci interpelli).

Tuttavia perché Matteo dice: «Chi ama il padre o madre più di me, non è degno di me»? Mentre in Luca 14,26 leggiamo il ben più duro Chi non odia i genitori…!

Bisogna cominciare da Luca e dall’odiare semitico ivi sotteso, molto più morbido del verbo greco lucano miseô [«odiare» sì, da cui in italiano il prefisso mis, come misantropo e misogino; ma anche nella nostra lingua «colui che odia gli uomini o le donne» non viene inteso in senso forte come un odio feroce nei confronti di un nemico, bensì come antipatia e simili]. Ovviamente Luca ha utilizzato solo la versione greca posteriore per cui, ignorando la fonte originaria e il contesto aramaico, non può che trascrivere dalla fonte Q greca [si noti la fedeltà, senza cadere nella tentazione di addolcire!] il verbo ivi presente, cioè «chi non odia» (misei), lasciandoci a prima vista di stucco con l’invito a una repressione affettiva.

Matteo 10,37 tuttavia, che tiene sott’occhio anche la Q aramaica, ha capito il riferimento alle “lotte” nelle famiglie palestinesi. Tradotto in soldoni: i genitori accusavano i figli di aver tradito la fede dei Padri per correre dietro a quel mezzo pazzo di Gesù, e i figli consideravano i genitori dei matusa che non avevano capito la grandezza e neppure la continuità di Gesù con l’AT. Per averne un’idea basti pensare (un equivalente moderno altrettanto conflittuale) a una famiglia decisamente cristiana se un figlio decidesse di diventare testimone di Jeowa.

Data la suddetta condizione particolare, non c’è quindi da allarmarsi per il detto apparentemente duro, che non riguarda la nostra situazione: se un figlio frequenta assiduamente la chiesa e la parrocchia (l’oratorio), non v’è alcuna preclusione da parte dei genitori, anche se non credenti o addirittura comunisti (parlo per esperienza personale), anzi sono pure contenti perché i figli sono in un ambiente sano.

Una traduzione malriuscita. Ma cosa è successo? Il traduttore dalla Q aramaica a quella greca ha reso un termine semitico in modo impreciso ed esagerato col verbo «odiare» (misein) che Luca ha trascritto senza battere ciglio. Matteo si è reso conto che qualcosa non quadrava e ha consultato la Q aramaica. Non conosciamo quale fosse il termine semitico, ma quasi sicuramente riguardava la resilienza nello scontro parentale. Nel caso in cui ci sia da litigare per questioni di fede, occorre lottare, non mollare, »tenere botta» (come tgnir bôta in dialetto emiliano).

Infatti Matteo 10,37 ha tradotto: «chi ama padre o madre più di me, non è degno di me», ripresa dalla versione CEI e dal lezionario che così ha saggiamente modificato anche il testo di Luca («chi non odia») parafrasando le parole di Matteo: «Se uno non mi ama più di quanto ami suo padre, sua madre…» (nuova traduzione di Lc 14,26; se non erro, è la prima volta che si osa, ma sensatamente, “rettificare” una frase del vangelo).

Non si tratta ingenuamente di fare l’esame di coscienza e chiedermi se amo più Gesù o mia madre! Ma in caso di litigio religioso occorre reggere la tensione, tenere duro opponendosi ai familiari, perché la fede è più importante dei rapporti inter-generazionali: in questo senso i figli appunto amarono Gesù, privilegiandolo, più dei loro genitori!

Sovrastare in amore. Ovviamente dal conflitto è facile che nasca una certa trascuratezza nei confronti dei familiari: anche il negligere i genitori è uno dei significati principali dell’odiare semitico.

Matteo precisa la “trascuratezza-negligenza” nel fatto che la sequela cristiana dovrebbe sovrastare in amore (e non reprimere) anche gli affetti familiari. Matteo fra l’altro si limita a parlare di genitori e forse dei figli, assenti in una decina di manoscritti tra cui gli autorevoli Vaticano (B) e il codice D, come probabilmente nella fonte Q aramaica; cioè non c’era il 10,37b. Inoltre Matteo non parla di mogli, fratelli e sorelle come Luca 14,26, la cui lista è esageratamente più lunga. È un’aggiunta “gonfiata” anche il successivo «portare la croce», che (per fortuna) non può essere di Gesù; è impossibile infatti usare tale simbologia prima della passione!

Originariamente in famiglie patriarcali riguardava solo il rapporto conflittuale coi genitori o familiari senili (nonni, zii) a causa della nuova fede cristiana in genere dei più giovani (ovviamente anche a Roma, Corinto, Efeso…, nei confronti degli “anziani” rimasti pagani).

Più in generale abbiamo un lasciare (familiari, case, campi…) controbilanciato dal ricevere addirittura il centuplo in Mc 10,29-30 (e par.) già al presente in fratelli, sorelle, madri e figli (certo nei confratelli e consorelle di fede), ma (in modo folle solo in Marco ad opera di un glossatore sciagurato) si dice pure il centuplo adesso in case e campi, che fra l’altro contraddice la rinuncia a (tutti: omesso nei codici D e R) i propri averi (Lc 14,33). Il cristiano non riceve il centuplo in case e campi, e trascurare-lasciare la moglie e i figli non è molto responsabile.

La sequela di Gesù può comportare l’eventuale “trascuratezza” dei propri cari, nel senso di un’apertura alla comunità e al mondo che va oltre i ristretti confini-recinti familiari. Non si tratta di egoismo, perché in Luca (14,26) si dice di trascurare, oltre ai familiari, persino la propria vita.

Il bicchier d’acqua. Poi il passo, relativamente duro, è stato addolcito col finale più gentile e affabile del bicchier d’acqua copiato da Marco: è infatti assente in Luca, poiché egli aveva solo il manoscritto del Marco II in cui non c’era ancora. È stato infatti aggiunto dal Marco III (Mc 9,41) con solo l’acqua senza il «fresca»; il fatto che si dica “poiché siete di Cristo” riflette la situazione (Sitz im Leben) della comunità primitiva, per cui ben difficilmente (anche se dispiace) possono essere parole di Gesù: che nella prima parte del suo ministero pubblico non poteva proclamare che i discepoli fossero di Cristo (= Messia) parlando di sé in terza persona. L’ha usata solo più tardi col «figlio dell’uomo» (e non con (il) “Cristo”) per dire “io”, come esplicitato nel commento di domenica scorsa.

Matteo l’ha reso ancora più amabile con la «fresca bevanda», non necessariamente l’acqua ma qualcosa di più… saporito. Nella vecchia civiltà contadina della bassa padana, al mendicante-giramondo non si dava solo l’acqua ma pure un bicchiere abbondante di lambrusco con qualche fetta di salame. Molto umano!