Vangelo della domenica 20ª: Luca 12,49-59
Anche se il lezionario si ferma al v. 53, per completezza del contesto prolunghiamo il commento fino al v. 59. L’inizio non è immediatamente comprensibile, anzi fraintendibile soprattutto per quel «Non sono venuto a portare pace sulla terra…»; ovviamente Gesù non è un guerrafondaio né un incendiario, anche se dice: «Sono venuto a gettare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso! Ma ho un battesimo in cui essere immerso; e come sono angosciato finché non sia compiuto!» (Lc 12,49s). Non si tratta del desiderio di Gesù di entrare in azione in quanto messia incendiario (come fra gli zeloti), bensì il fuoco rappresenta la luce divampante e fiammeggiante della conoscenza nella notte dell’ignoranza, con particolare riferimento al giudaismo; ma, affinché la fiamme divampino, Gesù deve prima passare attraverso il battesimo, purtroppo angosciante di sangue, della morte atroce.
Padre contro figlio… Poi si passa ad un contesto familiare-domestico, non globale-mondiale. «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione» (in Luca 12,51), addirittura la spada in Mt 10,34. Per Matteo, che utilizza il linguaggio semitico, concreto e plastico, il contrario della pace è la spada, cioè la guerra seppur domestica (i nemici in casa di 10,36). Per Luca invece, in maniera più adeguata al contesto, il contrario della pace è la divisione, nella fattispecie le forti tensioni intra-familiari: «D’ora innanzi infatti in una sola casa ci saranno cinque persone divise: Padre contro figlio (e viceversa), madre contro figlia (e viceversa) suocera contro nuora» (e viceversa in Lc 12,52s).
I personaggi non sono 6 come sembrerebbe a prima vista, ma 5 poiché la madre e la suocera sono la stessa persona: si dice infatti «due (padre e madre-suocera) contro tre» (figlia e figlio con la moglie-nuora); è chiaro il riferimento ai conflitti nelle famiglie palestinesi, cioè il contrasto nelle case giudaiche fra la vecchia generazione rimasta fedele all’ebraismo (rifiutando Gesù) e la nuova generazione dei più giovani che hanno invece aderito al cristianesimo.
Non è escluso che Gesù alluda al rapporto teso con sua madre [e i suoi fratelli che in Gv 7,5 non credono in lui], i quali insieme in Marco 3,21 cercano di andare a prelevarlo perché lo considerano “fuori di sé”. Traspare pure subito dopo in Mc 3,33: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?».
Nonostante la mariologia imperante [in essa non v’è alcuna differenza tra gli ultimi due papi], Maria è completamente assente nel ministero pubblico di Gesù [a parte Cana, ove però traspare la frizione in quel «Donna che vuoi da me» (Gv 2,4)], nonché nella passione e sotto la croce (che è un’allegoria storicizzata della madre chiesa). L’Assunta, la festa di oggi 15 agosto, senza alcuna base né scritturistica né storica è un dogma molto problematico.
Ma era la situazione conflittuale di allora, non la nostra [ci torneremo comunque nella dom. 23ª commentando il «chi non odia i suoi genitori…»], per cui non ci tocca più di tanto; ci riguarda invece moltissimo la seconda parte del vangelo.
Rosso di sera… Segue l’interpretazione dell’aspetto del cielo in collegamento coi segni dei tempi; Mt 16,2-4 preferisce il classico, equivalente al nostro «rosso di sera, bel tempo si spera; rosso di mattina, brutto tempo si avvicina». Lc 12,54ss usa invece l’esempio dello scirocco, il Noto, il vento caldo del Sud tipico del Mediterraneo occidentale e non della Palestina, nella quale semmai il vento caldo proviene da Oriente; cfr l’appendice tecnica.
Gesù cerca di mostrare la loro follia religiosa: sanno valutare il tempo esaminando i fenomeni terrestri, ma non sono in grado di leggere i segni dei tempi nell’attesa del gran giorno. Sono ciechi nei confronti del divino che viene a loro.
Quel che più conta è saper giudicare il tempo (kairos), non quello meteorologico bensì quello del Regno e della sua giustizia. Segue infatti l’invito a giudicare da se stessi discernendo ciò che è giusto! (Lc 12,57), per poi passare all’accordo con l’avversario.
Il kairos del Signore è l’uomo con l’uomo: gli uomini insieme che si accordano già sulla via verso il giudice divino di giustizia; non vedere questo è cecità, persistendo e perseverando nella malvagità e nella reciproca contesa. Questo nesso è chiaro in Luca ma non in Matteo che ha diviso in due parti il nostro brano piazzando in 16,1-4 quello sul tempo, e in 5,25-26 quello sull’accordo con l’avversario.
Come nelle nostre discussioni: in esse infatti dopo le premesse-postulati teorici sui principi di giustizia, si passa a considerazioni più pratiche su Gaza, l’Ucraina (e pure altrove nel mondo odierno insanguinato), nella necessaria (anche se non facile) interconnessione fra teoria e prassi.
Il tema della giustizia si collega con quello della pace [come nel Salmo 85 (84) v. 11: «giustizia e pace si baceranno]. “Quando vai col tuo avversario…lungo la strada procura di accordarti con lui…” (Luca 12,58): cos’è la pace se non l’accordo, anche in un negoziato sofferto, con l’avversario-contendente-nemico lungo la strada della vita e della storia? Più precisamente il testo dice: “procura di liberartene”. Con le armi e la guerra ci si libera dell’avversario facendolo fuori: la pace invece costituisce una liberazione per entrambi; il tutto sotto gli occhi di Dio mentre ci si sta incamminando verso il giusto giudice escatologico.
Il finale è minaccioso, come tipico del giudeo-cristianesimo ossessionato dal giudizio; ma l’apocalittico spauracchio aggiunto della condanna e della prigione è funzionale a far risaltare l’assoluta necessità dell’accordo [anche di compromesso, che può avere un alto valore morale se riesce a tenere sotto controllo i conflitti].
Appendice tecnica
La citazione del vento Noto-Scirocco significa che il luogo principale di composizione del vangelo di Luca è il Mediterraneo (centro-occidentale); solo questo Luca lo chiama mare (thalassa), mentre quello di Tiberiade, diversamente dagli altri evangelisti che lo chiamano mare (di Galilea o di Genezaret), lo definisce più correttamente sempre lago (limnê). Luca conosce le città del Mediterraneo, mentre non conosce la Palestina che guarda da Occidente.
Matteo invece vede la Palestina da Nord (Nord-Est), cioè dalla Siria in cui era nato e si era diffuso fra le comunità giudeo-cristiane di quella regione. In Mt 4,24 «la fama di Gesù si sparse per tutta la Siria»; e in 19,1 localizza la Giudea al di là del Giordano [è come dire che Torino si trova al di là delle Alpi: significa che si sta scrivendo dalla Francia o dalla Svizzera, non dal Piemonte.
Il regno di Marco è invece Roma, dove alla fine del primo secolo (papa) Clemente dimostra di non conoscere ancora gli altri due sinottici, e men che meno il quarto vangelo portato in Occidente molto più tardi da s. Ireneo (di Smirne-Lione).
Il pasticcio di Gv 18. Il vangelo di Gv è nato e si è diffuso inizialmente in Siria, sovrapponendosi a quello di Matteo (che chiaramente conosce); per cui evita di contraddirlo. Matteo in 26,3 è l’unico dei sinottici a fare il nome del sommo sacerdote (Caifa); ma nella prima edizione del IV vangelo in Gv 18,12ss il processo si svolge a casa del sommo sacerdote che è Anna; per cui il redattore ecclesiale del vangelo giovanneo (2ª ediz.) lo corregge: Anna è solo il suocero del sommo sacerdote in carica che è Caifa. Ma così assurdamente il processo al sinedrio si svolge come prima a casa di Anna, col sommo sacerdote Caifa incredibilmente assente: infatti dopo il processo si dice che Anna lo mandò legato da Caifa (18,24; il codice siriaco-sinaitico e Cirillo di Alessandria saggiamente sistemano le cose anticipando il v. 24 (l’invio a Caifa) fra il 13 e il 14. Così dopo una capatina dal più esperto suocero Anna, il processo si svolge a casa di Caifa!
Ma in quel periodo era praticamente quasi impossibile stabilire chi fosse il sommo sacerdote in un determinato anno poiché, come scrive Giuseppe Flavio, una solo famiglia (cosa mai successa prima) incredibilmente aveva occupato la somma carica sacerdotale per una decina d’anni alternando i propri membri maschi (prima Anna, poi Caifa ecc.). Infatti Luca è in palese difficoltà quando scrive [nel grande suo esordio del c. 3; i vangeli dell’infanzia sono assai tardivi, extra e post-lucani, oltre che leggendari] «sotto il sommo sacerdote (al singolare) Anna e Caifa» (Lc 3,2); ovviamente i manoscritti seguenti e le traduzioni l’hanno girata al plurale, ma non funziona poiché annualmente il sommo sacerdote era uno solo, e non due come i consoli a Roma.
Tanto che l’antica (vetus) versione siriaca e quella armena hanno cercato in parte di appianare il disguido con «sotto il sommo sacerdozio di Anna e Caifa», sottintendendo forse una successione nell’ambito del ministero storico di Gesù che è durato circa due anni, comunque meno dei tre tradizionali.
Paradossalmente l’anacoluto di Luca testimonia la sua serietà.






