Commento al vangelo della 22ª dom.: Matteo 16,21-27

Solo un cenno alla prima lettura, il famoso Geremia 20,7s, il cui testo è diventato un giovanile canto ecclesiale negli anni 70: «Tu mi hai sedotto, o mio Signore….quando parlo, devo urlare “Violenza! Oppressione!”». Anche noi oggi dobbiamo gridarle nel nostro mondo martoriato. «Niente di nuovo sotto il Sole (Qohelet 1,10)…e sul fronte occidentale», il romanzo di E. M. Remarque del 1929, poi film di E. Berger nel 2022.

Omissioni lucane. Il Vade retro Satana è assente in Luca (come il «Dio mio perché mi hai abbandonato?»): questi sono solo i due più vistosi, poiché ce ne sono parecchi altri. Ciò non significa che l’autore li abbia intenzionalmente “cassati”. Infatti nel nostro caso Luca non li ha proprio letti, poiché possedeva solo il manoscritto del Marco II, la seconda edizione romana del vangelo, in cui l’autore li aveva eliminati perché aveva considerato il primo disdicevole (per Pietro) e troppo imbarazzante-tragico l’abbandono di Gesù sulla croce. Luca non li ha proprio visti. Essi tuttavia sono stati ripristinati in maniera encomiabile dal Marco III, il nostro testo attuale in possesso anche di Matteo (in cui ci sono tutti). Non è questo l’unico caso: come già rilevato dal Buonaccorsi all’inizio del 900 [cfr il commento al vangelo della 29 dom. del 18 ottobre 2024] il marco di Luca è più breve di quello di Matteo. Sono parecchi i brani che si trovano solo in Marco e Matteo ma non in Luca; e non succede mai l’inverso (con l’unica eccezione dell’obolo della vedova, solo in Mc e Lc). 

Pietro ex-zelota? Egli è un fautore del messianismo potente di stampo zelotico; perciò, dopo l’annuncio della passione, rimprovera aspramente Gesù prendendolo in disparte. Nella chiamata di Simone, solo in Luca 5,1-11 Pietro afferma: «Allontanati da me che sono un peccatore» (5,8).

Non è una scontata affermazione di ostentata umiltà, ma perché il passato di Pietro non è del tutto cristallino; uno che maneggia la spada (Gv 18,10) ha dei trascorsi…zelotici.

La chiamata di Pietro avviene sempre solo in Luca dopo la guarigione della sua suocera in 4,38s, in cui Gesù aveva già conosciuto Pietro. [La cronologia del terzo vangelo (e del quarto in particolare per la passione) è più attendibile dei primi due]. Gesù ci ha…pensato bene prima di chiamarlo fra i discepoli, poiché non era sicuro della sua “tenuta” nonviolenta, come ha dubitato della sua fedeltà nella triplice domanda di Gv 21. 

Un altro aspetto di solito trascurato è che Gesù usa Satana (quale avversario di Dio) in modo simbolico per Pietro, almeno qui; mentre invece in Luca 10,18, in cui “vede Satana cadere dal cielo come la folgore”, sembra considerarlo un’entità-potenza personale di stampo soprannaturale, come nel caso di Giuda in Gv 13,2.27 in cui Satana ne prende possesso secondo l’evangelista. Qui è invece metaforico per Pietro che ha solo “pensieri diabolici’: è apostrofato come Satana in quanto oppositore della causa di Dio e tentatore nei confronti di Gesù.

Perdere la vita. Abbiamo già trattato l’intero passo nel commento al vangelo della 24 dom. del 13 settembre 2024, a cui rimandiamo. Qui solo alcune aggiunte integrative su quanto viene dopo (il mashal) e quanto viene prima del Vade retro, ossia l’ annuncio della passione.

Nel mashal (cioè un detto sapienziale) sul perdere la vita abbiamo un altro esempio di quanto spiegato sopra: il Marco I aveva scritto di donare la propria vita per il vangelo. Il Marco II però l’ha cambiato in “per causa mia” (come leggiamo in Luca che ha solo il suo manoscritto). Ma il Marco III (il testo ultimo in nostro possesso), un vero campione di salvataggi (come col Vade retro) salomonicamente li ha scritti entrambi, per cui c’è li ritroviamo anche nel nostro Matteo.

Scrivevamo allora parafrasando le belle parole di P. A. Sequeri, che donare la propria vita è un auto-affermazione di Gesù, anzi un’auto-definizione di Dio, una rivelazione della sua identità divina: il primo superamento dell’egocentrismo si ha in Dio stesso, che è capace di “perdere”, cioè di donare la propria vita al mondo in una fragilità relativa del suo presentarsi. Perdere la propria vita non significa stare o vivere male.

Gesù nelle mani degli uomini. Quanto precede è l’annuncio della passione, da cui anzitutto va scorporata la resurrezione che è un’aggiunta posteriore: un detto non poteva finire tragicamente con la morte senza nominare la resurrezione. Tra l’altro si oscilla fra il terzo giorno, o dopo tre giorni, oppure tre giorni e mezzo come nell’Apocalisse 11,9.11; i tre giorni sono un theologoumenon dell’AT (Giona 2,1, Osea 6,2: cfr l’appendice tecnica), applicato al Cristo a tutti i costi per farne una predizione-prescienza del futuro. 

Addirittura «Il terzo giorno è risuscitato secondo le scritture» è finito nel credo; ma nell’AT il Leit-motiv dei tre giorni è generico, non specificatamente riferito ad un personaggio. Non si dice mai nelle scritture ebraiche che il Messia-Cristo, o il figlio dell’uomo o il figlio di Dio risorga dopo tre giorni, e men che meno che debba morire ucciso (un abominio per l’ebraismo), anzi deve “regnare”. 

La mano redazionale è chiara anche nella precisione dei tre gruppi o sezioni in cui era diviso il sinedrio, un…parlamentino di anziani, sommi sacerdoti e scribi-dottori della legge. In Marco (e nei sinottici, con l’eccezione del quarto vangelo in cui ci va più volte) Gesù sale a Gerusalemme solo alla fine e in 11,11 vede il tempio per la prima volta: «e dopo aver guardato ogni cosa attorno». Se è così, anche la composizione del sinedrio con le relative gerarchie non era un sistema da lui ben conosciuto. Ovviamente era chiaro che andando nella città santa non sarebbe finita bene. Per Gesù, secondo il Marco I, il regno di Dio e il figlio dell’uomo sofferente non sono separabili.

Ma i tre giorni sono una quisquilia rispetto a quanto può essere successo nei successivi ampliamenti, soprattutto l’ultimo. Il detto più originario semplice, sfrondato si trova in Luca 9,44. nel secondo annuncio della passione: «Mettetevi bene in mente queste parole: il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini», cioè per essere processato (stop). Il Marco I in effetti aveva scritto semplicemente in 8,31 anastênai en krisei, cioè alzarsi in giudizio, ergersi a giudici costituendo un processo, come in Matteo 12,41 e Luca 11,32 al futuro: anastêsontai en tê krisei, «gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno». È una classica traduzione letterale in greco di un’espressione semitica per istituire un processo giudiziario.

Dalla Resurrezione alla Parusia imminente. Ma il Marco II ha tolto en krisei,  per cui è rimasto il solo anastênai nel senso traslato di alzarsi, (ri)sorgere.., premettendo il venir ucciso e posponendo i tre giorni. Se è così, se E. Hirsch ha ragione (ed io penso di sì), abbiamo il fatto clamoroso (stento a crederlo) del “processare” che è diventato “risorgere”. Non si nega la resurrezione, ma si stigmatizza il modo approssimativo di inserirla e trattarla, gestendola con deplorevole faciloneria. 

Il problema è se i detti di questa sezione siano attribuibili o meno a Gesù. Discernere non è facile poiché tutto il brano di Cesarea una miscela-incastro di parole gesuane e di aggiunte posteriori non storiche: tagliando la testa al toro, o il nodo gordiano dei mille distinguo, diciamo che l’inizio sul pensiero della gente è storico, seguito dal primato petrino inventato; segue lo storico Vade retro, ma poi c’è il passaggio sulla croce simbolica impossibile prima della passione. Di nuovo sembra autentico il detto sul salvare/perdere la propria vita.

E gli ultimi due problematici versetti 27 e 28? Il lezionario ha saggiamente omesso l’ultimo che in Matteo suona assurdo: «alcuni fra i presenti non moriranno prima di aver visto il figlio dell’uomo venire col suo regno» [intendendo la Parusia o fine del mondo: una terribile cantonata, come in Paolo nella 1ª Corinti 15,51].

Ma per ragioni di spazio li tratteremo all’inizio del commento di domenica prossima.

Appendice tecnica

In Giona 2,1 il profeta rimane tre giorni e tre notti nel ventre del pesce che equivalgono con fatica a quelli di Gesù nel cuore della terra; le notti per Gesù sarebbero solo…due.

Osea 6,2 recita: «Dopo due giorni ci ridarà la vita, e il terzo ci farà rialzare»; pure questa rivitalizzazione si adatta a stento con quella di Gesù.  

L’espressione del Credo “risorto il terzo giorno secondo le Scritture” è forzatissima.

Αναστήναί è un infinito di ανίστημι, il verbo classico nel saluto pasquale: “Cristo è risorto”, Christos anêste (anêsti in greco moderno).