Oggi non compare il commento al vangelo domenicale poiché è già stato trattato, per chi fosse interessato, in Solo il pane è sacramentale. Questo è dunque l’ultimo pezzo pubblicato prima della interruzione di agosto. Tuttavia i commenti evangelici compariranno anche i venerdì di agosto, salvo il 14. Mentre la pubblicazione regolare dei pezzi ricomincerà lunedì 31 agosto. Buona estate, cari lettori!

Agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso, mio padre aveva una rappresentanza di prodotti farmaceutici. Lavorava per una società francese con sede a Vierzon (tra Bourges e Orléans) e trattava un ricostituente ricavato dalla pula del riso, a base di calcio e magnesio. Per la zona risicola piemontese sarebbe stato un ottimo affare visto che la pula fino ad allora era poco più che un ingombrante rifiuto. Ma i francesi nicchiavano a cedere l’esclusiva e un paio di volte all’anno mio padre si sobbarcava un viaggio in auto a Vierzon. Allora, una vera impresa. Ricordo il giorno in cui mi portò con lui, era estate, avevo forse 13 anni. Il suo umore si rabbuiava rapidamente. A cominciare dai controlli di frontiera di Molaretto, nuovo confine dopo la cessione del colle del Moncenisio ai francesi. Doganieri e polizia erano pignoli e arroganti. E mio padre che se la cavava molto bene con il francese coglieva tutte le loro insolenze. «Volevamo Nizza e la Corsica – borbottava − e abbiamo regalato il Moncenisio, Clavière e lo Chaberton, Tenda e Briga marittima, puah!». A proposito se passate da Briga non perdetevi Nôtre Dame des Fontaines, uno straordinario, gigantesco affresco di Giovanni Canavesio.

La sua rabbia cresceva quando nei grandi centri attraversati cercava un quotidiano italiano, non l’amata «Gazzetta del Popolo» che non era distribuita oltre frontiera, ma l’odiata «Stampa». L’edicolante lo guardava con disgusto, «Pas de journaux italiens!» e magari sputava pure per terra. Non ero ancora in grado di spiegargli che «la pugnalata alla schiena» era avvenuta poco più di dieci anni prima. Per tacere dei difficili rapporti tra l’emigrazione piemontese e la Francia. Per tutti valga il ricordo del massacro di Aigues Mortes (16 agosto 1893), quando disoccupati francesi, più alcuni balordi, aggredirono e massacrarono emigranti italiani, accusati di rubare loro posti di lavoro presso la «Compagnie des Salins du Midi», al delta del Rodano. I morti furono almeno 10 e i feriti tra i 150 e i 400. Il successivo processo, impostato sul più gretto nazionalismo, vide l’assoluzione generale degli imputati.

Il sogno abortito della Comunità Europea di Difesa

Questo solo per dare una vaga idea di quale fosse il clima in cui Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer (premier di Stati sconfitti) proposero agli altri membri dell’Europa primitiva (Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo) la Ced, Comunità Europea di Difesa che avrebbe dovuto affiancare il nascente mercato comune e garantire una certa maggior libertà d’azione rispetto all’Alleanza Atlantica. Si può comprendere il no netto del Parlamento francese che nel 1954 bocciò la Ced con l’allora governo di Pierre Mendès France. Nonostante le pesanti responsabilità del collaborazionismo di Vichy e non pochi scheletri negli armadi, la Francia si considerava pur sempre una potenza vincitrice, aveva un seggio permanente all’Onu, mirava a un’ autonomia basata sulla force de frappe nucleare. L’ipotesi di una difesa europea finì come la polvere sotto il tappeto e ci rimase fino al drammatico riapparire della guerra in Europa, il 24 febbraio 2022.

Dopo il 1989/91 con il crollo dei regimi comunisti e l’adesione alla Nato di molti paesi che di quel blocco avevano fatto parte, alcuni, Papa compreso, affermarono che in questo modo «si abbaiava alle porte della Russia». Non era così. Popoli tornati relativamente liberi guardavano all’Unione Europea, come welfare, stile di vita, possibilità di sviluppo. Molti chiesero anche di entrare nell’Unione e non pochi adottarono quasi subito l’euro. Temevano la sorte dei bielorussi, dove l’autocrate Lukaschenko “governa” dal 1991 e non si perita di annullare elezioni vinte dagli avversari democratici e di dirottare aerei per incarcerare esponenti dell’opposizione. All’Ucraina andò male e sappiamo com’è finita con la guerra ancora in corso. Già da una decina d’anni assistiamo poi al crescente disimpegno degli Stati Uniti in Europa, culminato con le «insolenze crescenti» di Trump, chiaramente dirette ad accordi spartitori con Russia e Cina.

In questo frangente la difesa europea, peraltro assai costosa perché ancora frammentata in 27 eserciti nazionali, è sostanzialmente sguarnita ad est e fa assumere agli ucraini la funzione di argine all’espansionismo russo, a favore dell’intera Europa. Con una battuta: quest’ultima si trova in mezzo al guado, tra Maga (Make America great again) e Mrga (Make Russia great again). A questo proposito ancor più delle ambigue dichiarazioni di Putin «non vogliamo ciò che non è nostro, ma tutto ciò che è nostro lo prenderemo», impressionano le affermazioni di alcuni uomini di grande cultura e responsabilità. Un solo esempio: il direttore dell’Ermitage, il secondo museo del mondo, Michail Borisovic Piotrovskij, ha pressappoco affermato, in una recente intervista, che gli imperi si formano con le conquiste territoriali e si difendono con gli eserciti.

La guerra ibrida e il prezzo di una sicurezza non più garantita

Nel frattempo sono cambiate le armi, sono cambiate le guerre, ma anche le tregue, i trattati, in un clima di confusione generale. Sembra che tutti facciano di tutto pur di mantenere le mani libere e smentire decisioni prese pochi attimi prima. La fiducia è merce rara, mentre ne avremmo un gran bisogno.

In tale situazione, e premesso che la guerra non ha cambiato i suoi effetti, cioè uccidere persone normalmente innocenti o quanto meno rendere loro la vita impossibile, nella paura e nei disagi, mi chiedo se sia possibile reagire soltanto con generici slogan. La guerra ha cambiato le sue forme in connessione con le nuove tecnologie, diventando guerra ibrida. I nostri modelli di vita sono per contro molto fragili. Poche interruzioni mirate nell’erogazione di energia li getterebbero nel caos. Per cui se tra le spese per la difesa, come credo, sono comprese quelle contro la guerra ibrida degli hackers, io sono per aumentarle, considerandole una precondizione di funzionamento della nostra società. Quale sia l’entità del pericolo ce lo dice, tra gli altri, Marta F. Ottaviani in un libro non recentissimo: Brigate russe – La guerra occulta del Cremlino contro l’Occidente (2022). La Russia di Putin, in 20 anni, partendo da una situazione di grande arretratezza ha colmato il gap iniziale giungendo a forme molto raffinate sia di cyberwar (sabotaggi) o anche solo di infowar (manovra del consenso). Nulla di nuovo e  tutto in linea rispetto alla formazione culturale del premier russo che risale al Kgb, di sovietica memoria.

Anche sulle armi più tradizionali forse è utile fare qualche distinzione. Non tutte sono uguali: gli scudi antidroni e missili salvano vite ed evitano distruzioni. Chi si difende non va confuso con chi aggredisce, qualunque siano le posizioni pregresse, magari discutibili.

E infine mi sembra capziosa la posizione di chi invoca più spese per sanità e scuola, negandole per la difesa. Si dimentica che la sicurezza dei cittadini è premessa essenziale per l’esercizio di tutti i loro diritti. L’avevamo appaltata ad altri, e con qualche limitazione di sovranità ci era sempre stata fornita, eravamo così abituati da considerarlo un assetto naturale. Ora non è più così: l’Europa deve provvedere in prima persona, facendosi carico dei relativi costi. Deve pensarci per tempo.