Commento al vangelo della 21ª dom.: Matteo 16,13-20
È il famoso brano di Cesarea di Filippo, nella ritirata strategica di Gesù dalle grinfie di Erode Antipa (cfr l’appendice), che va considerato nella sua interezza (Mt 16,13-28); il vangelo di oggi (16,13-20) è in stretta unità con quello di domenica prossima [16,21-28: andrebbero letti insieme e non spezzati]. Importante tuttavia quello che sosteneva J. Dupont, fra l’altro in una omelia: trattandosi del medesimo passo, sezione e contesto, hanno lo stesso spessore e valenza. Cioè se esaltiamo troppo il valore del Tu es Petrus, dobbiamo fare altrettanto col Vade retro Satana seguente, il che non va bene. E se minimizziamo il Satana, come spesso succede, dobbiamo relativizzare anche…il Romano Pontefice.
La rinascita della profezia. Nella prima parte abbiamo, con la triplice attestazione sinottica, la domanda di Gesù che chiede cosa pensa la gente di lui. I discepoli rispondono che lo ritengono Giovanni Battista redivivo, o Elia (due volte in Mc 6,14s e 8,28), anche Geremia qui in Matteo o uno dei profeti: la storicità è evidente anche per il criterio di discontinuità, poiché tali titoli risultarono non rilevanti nella futura cristologia delle chiese. Ma il popolo teneva in grande considerazione Gesù, poiché si attendeva dopo una lunga assenza il rinascente ritorno della profezia per i tempi messianici: dire che Gesù è un grande profeta è quasi dire che è il Messia.
Ma il problema è che Gesù non ha mai gradito (è un eufemismo) il titolo di Messia, in quanto nella concezione giudaica doveva essere un personaggio potente della dinastia di Davide; anzi ha disdegnato la discendenza davidica quasi riprovandola (Mc 12,35-37; Mt 22,42-45). I tardivi vangeli giudeocristiani dell’infanzia sono invece un inno a colui che regnerà senza fine (sic) sul trono di Davide suo padre e sulla casa di Giacobbe (Luca 1.32s), con una cristologia in netta antitesi con quella del suo storico ministero pubblico.
Si sottolinea in genere la superiorità della risposta di Pietro rispetto alla gente; invece è addirittura quasi il contrario: l’alta considerazione popolare di Gesù maestro, reincarnazione della profezia, rivelatore dotato dello Spirito, è del tutto corretta, sino a farne se non il Messia, il Messo escatologico. Invece quella di Pietro è scorretta, perchè connotata in senso zelotico-politico, nazionalista (come emergerà domenica prossima).
Perciò qui Matteo ha dovuto integrare con “il figlio del Dio vivente” per poter proseguire col conferimento esaltante del primato. Mentre il “Dio vivente” compare a miriadi nella Scrittura, l’espressione odierna completa col figlio al singolare è un apax nel NT. È un apax anche la dizione al plurale “saranno (chiamati) figli del Dio vivente” in Romani 9,26 in riferimento ai cristiani.
Gesù non è il Messia ebraico. Questa prima parte si concludeva [senza il primato petrino di 16,17-19 che è un’aggiunta giudeo-cristiana per celebrare la figura di Pietro] con l’ordine severo in 16,20 di non dire a nessuno che è il Messia, perché Gesù non si riteneva tale. Egli non censura solo il possibile innesco di un meccanismo propagandistico riferito alla sua persona per una regalità che si manifesta con la forza, per un messianismo nazionale, scoraggiando qualsiasi forma di “divismo” e miracolismo interessato [come nel racconto delle tentazioni]; il comando di tacere è originario (non redazionale di Marco): Gesù la fa perché non è il Messia, in quanto troppo contrassegnato in senso politico, senza alcun segreto messianico (cfr l’appendice). La risposta del duro e roccioso Kefa, quale portavoce dei discepoli, è… sbagliata!
Ma si trattava di autenticare il primato petrino poi trasmesso ai vescovi di Roma, che è di puro diritto ecclesiastico, e non di diritto divino (secondo la terminologia classica): cioè non proviene né da Dio né da Gesù Cristo. E men che meno il potere di ‘legare e sciogliere” detto sia a Pietro che ai discepoli più avanti in 18,18: non sono parole di Gesù, anche se quasi nessuno osa dirlo in campo cattolico; il papato è una pura invenzione ecclesiastica! Infatti la seconda parte sul primato è tutta, al contrario della prima sulla gente, non-storica, una creazione letteraria delle chiese matteane inserita di forza.
Il brano perciò proseguiva originariamente, senza il primato, col vangelo di domenica prossima sulla passione, un abominio per la concezione messianica ebraica: per questo Pietro protesta fermamente in 16,22 [coepit increpare della Vulgata].
Legare e sciogliere. Nell’invenzione di 16,17-19 si afferma addirittura l’origine divina della confessione del discepolo con la beatitudine pronunciata a Pietro («Beato te Simone..»): si indica che uno in particolare nella più ampia cerchia dei discepoli ha goduto di una conoscenza speciale da cui gli altri sono stati esclusi (una cosa ai limiti dell’assurdo), operata dal Padre celeste. Ma come può essere tale la conoscenza di Pietro se egli non ragiona secondo Dio, come vedremo domenica prossima??
Matteo tuttavia non va tanto per il sottile, e fa di tutto per suffragare il primato petrino, in particolare col legare e sciogliere, che derivano dal linguaggio rabbinico e designano l’autorità di dichiarare giusta o falsa una dottrina, ossia la potestà in esclusiva (come quella dei papi) della Verità suprema. In Mt 16,19 e 18,18 si avverte fortemente nel verbo greco δεω la presenza dell’ebraico ‘asar, che può indicare tanto l’autorità dottrinale (stabilire ciò che è proibito) quanto quella disciplinare (bandire dalla comunità, scomunicare). “Legare e sciogliere” è un’espressione fissa dei rabbini per avvalorare il potere sulle verità dogmatiche (non negoziabili) e la loro gerarchia assoluta: permettere o interdire, riammettere o escludere dalla comunità (come recentemente Roma coi lefebvriani).
Non praevalebunt. Tuttavia per il primato, trovandosi fra due passi sicuramente storici (prima il cosa si dice di Gesù e poi il Vaderetro per il criterio d’imbarazzo), la trappola è scattata: i ben tre loghia su/a Pietro sono state ritenute parole autentiche di Gesù (il che è assolutamente da escludere).
I tre detti contengono 1) il conferimento a Simone del nome Pietro, ossia la roccia ecclesiale contro cui non prevarranno (il celeberrimo Non prevalebunt la “potenze” degli inferi (cfr l’appendice); 2) il potere delle chiavi (grandemente raffigurate nella basilica di s. Pietro e in certi paramenti pontifici) quale somma autorità nell’interpretazione della legge e poi dei dogmi cristiani; 3) il “legare e sciogliere” già spiegato. Il tutto in un quadro rivelatorio pensato di origine divina. Ma quale rivelazione potrà mai avere avuto Pietro se egli non pensa, più precisamente e “satanicamente’ in Mt 16,23, le cose di Dio?
Tuttavia nella storia plurisecolare si è proprio passati dalla rivelazione a Pietro alla rivelazione ai Papi, ossia l’assistenza dello Spirito Santo al romano Pontefice, a partire dalla sua presenza nel conclave che lo ha eletto.
Abbiamo appena celebrato la festa dell”Assunta. Il visionario Pio XII lasciò un appunto manoscritto in cui attesta di aver assistito a un fenomeno simile al “miracolo del sole” di Fatima. Il Pontefice asserisce di aver visto il globo solare che si muoveva roteando nei giorni del 30 e 31 ottobre, vigilia del 1 novembre 1950 (giorno del dogma dell’Assunta). Appunto un segno rivelatore che ne autenticava la proclamazione ex cattedra considerata infallibile.
Appendice tecnica
Gesù fugge dal tetrarca della Galilea, per andare nell’Iturea, la regione governata dal fratello Filippo, nei pressi della città chiamata appunto Cesarea di Filippo, posta quasi alle fonti del Giordano, alla quale si poteva giungere dalla riva settentrionale del lago di Galilea con una camminata di un paio di giorni. Fu fondata nel 3 o 2 a C. da Filippo come capitale della sua tetrarchia dell’Iturea, che partiva dai pressi di Betsaida: il nome è un tributo d’onore a Cesare Augusto. Filippo sposò Salomè e non la madre Erodiade [cfr Luca non ha…”bevuto” la storiella di Salomè].
Sono stati versati i proverbiali fiumi di inchiostro sul cosiddetto segreto messianico: ossia per cercar di capire come e perché il suo essere Messia sarebbe dovuto rimanere nascosto sino alla passione.
Ma quale mistero dopo tutti i suoi miracoli? Che proseguono pure durante la Passione, coi due molto potenti (ma altrettanto imbarazzanti) nella cattura: riattacco dell’orecchio del servo in Lc 22 e lo stramazzare a terra dei soldati in Gv 18.
Le potenze degli inferi è una nuova traduzione più digeribile della vecchia letterale delle porte (pulai) o dei picconi (vectes, sbarre) dell’Ade.
Sono stati pubblicati per la prima volta in italiano i capitoli iniziali del “Liber pontificalis” sui pontificati fino al 31 dicembre 335; il titolo (redazionale) dell’articolo di G. Ravasi, sul domenicale del Sole 24 ore del 28 giugno 2026, suona sottilmente ironico: «Da Pietro a Silvestro, un papa dietro l’altro».






