Commento al vangelo della 19ª domenica: Matteo 14,22-33

La camminata sulle acque, dall’originario Mc 6,45-51, è stata ripresa da Matteo in forma più ampia (anche Pietro cammina sul mare), mentre è più rapida in Gv 6,15-21, in cui l’aspetto “miracoloso” sembra maggiormente consistere nel raggiungere… a velocità “relativistica” la terraferma dalla distanza «di 25 o 30 stadi»: «E sùbito la barca fu sulla terra» (nella conclusione). Risulta invece omessa in Luca: ma tratteremo tale omissione prossimamente assieme a quella del ballo di Salomè e all’altra del Vade retro Satana (domenica 30 agosto).

Due miracoli sul lago. La camminata, come tutti i miracoli sulla natura (tempesta sedata, moltiplicazione dei pani per migliaia di persone, trasformazione chimica dell’acqua in vino a Cana…) non sono storici, ma creazioni letterarie; mentre non ci sono dubbi sull’attività taumaturgica (guarigione dalle malattie) di Gesù, anche se nella conclusione del brano odierno (per fortuna il lezionario si ferma prima) i malati guariscono toccando solo il lembo del suo mantello (14,36): ma così si sfiora irresponsabilmente la magia!

Abbiamo due miracoli sul lago, tempesta sedata e camminata sulle acque, che manifestano potenza sul vento e sul mare: essi aprono e chiudono una serie di sei storie di miracoli in Marco, racchiudendone altri 4 molto ravvicinati in un ciclo serrato; in verità ci sono anche in Matteo, ma molto più distanziati. La tempesta, che è una ripresa di Giona 1 col salmo 107, 23-30, si trova lontana nel cap. 8.

Anche nella camminata sul lago concorrono motivi teofanici di origine veterotestamentaria, per inscenare l’Epifania di Jahvè in Gesù, profeta escatologico. Gesù viene rappresentato come l’uomo di Dio che supera tutti i taumaturghi e salvatori del mondo ellenistico: in esso si narrava di uomini di Dio che operavano miracoli, addirittura resurrezioni di morti, pur non diventando per questo “divini”, bensì restando creature. Quindi le guarigioni di Gesù non significano automaticamente la sua divinità.

Mentre la tempesta sedata è impostata sul motivo del salvataggio miracoloso da una grande burrasca-bufera, la camminata sulle acque (solo il vento contrario) subordina il salvataggio a una vera e propria teofania: bisogna non tanto e non solo guardare ai prodigi del mondo greco, ma a motivi e richiami antico-testamentari; in Gesù si manifesta Jahvè, il Dio d’Israele.

Un fantasma che incute paura. Tuttavia la camminata è strana: di notte Gesù sulla spiaggia vede i discepoli remare con difficoltà molte miglia al largo. Gesù va verso di loro ma li sopravanza (Mc 6,48) senza salvarli subito: e i discepoli urlano dalla paura perché lo ritengono un fantasma. Nell’oltrepassamento è racchiuso un relativo sottrarsi, come nell’apparizione a Maria (Gv 20,17: «Non mi toccare»). Ossia ci sono almeno 4 elementi tipici delle manifestazioni-visioni pasquali:

1) la prodigiosa apparizione ottica;

2) con tuttavia appunto il sottrarsi di colui che compare passando oltre. Perché? Non dovrebbe invece in teoria salire subito sulla barca per salvare i discepoli dal forte vento burrascoso?

3) ma soprattutto lo spavento nel ritenerlo un fantasma: «Furono sconvolti e dissero: “È un fantasma”» (Mt 14,26).

Il tratto fantasmagorico è una caratteristica peculiare delle apparizioni pasquali, come in Luca 24,37.39; tuttavia il termine “fantasma” compare (due volte) solo nelle versioni italiane, poiché Luca scrive pneuma, spirito: per cui il fantasma di Mc 6,49 e Mt 14,26 sono un apax non solo in entrambi i vangeli bensì nell’intero NT. È un apax in entrambi i vangeli anche l’iniziale evagkasen «Costrinse i discepoli a salire sulla barca» (Mt 14,22;  Mc 6,45); apax anche in Luca 14,23 nella grande cena: il famoso compelle intrare («costringili ad entrare»), assente nel resto del NT.

Da questi apax e dalle stranezze anomale del racconto si evince che si tratta di un brano proveniente da fuori, da una tradizione giudaico-apocalittica, incamerata appunto dai due vangeli che più risentono del retroterra ebraico, oltre che in misura massiccia dall’apocalisse (cfr. l’appendice tecnica).

4) Dato l’aspetto fantasmagorico, risulta quindi quanto mai necessaria la proclamazione della propria identità: «Sono proprio io»; questo anche perché nella concezione dell’epoca gli spiriti maligni potevano assumere forma umana per ingannare gli uomini. Pietro infatti, non del tutto convinto, dice: «Signore, se sei tu…». Il dubbio pervade i discepoli anche nell’unica apparizione matteana di 28,27: tradotto correttamente nell’ultima versione CEI con «essi però dubitarono» (cioè tutti) mentre le versioni precedenti erano tendenziosamente edulcoranti: «alcuni però dubitavano» (cioè non tutti).

Si evidenzia la supremazia di Cristo sul mare burrascoso, concepito come potenza personale, nelle cui onde tempestose si annidano forze demoniache in un quadro apocalittico: tale potenza sarà abbattuta alla fine dei tempi, in cui il mare dovrà restituire i suoi morti (Apoc 20,13). 

Il demonio getta spesso nell’acqua (e nel fuoco) il giovane lunatico-epilettico, posseduto da uno spirito muto, per nuocergli (Mt 17,15; Mc 9,22). E prima i demoni si gettano nell’acqua come fosse il loro primigenio e proprio elemento, e in essa fanno annegare al tempo stesso gli animali (i porci) nei quali hanno preso dimora dopo che Gesù li ha cacciati dall’indemoniato (Mt 8,32 e par.: cfr. l’appendice tecnica per i mostri e i draghi dell’Apocalisse).

L’apparizione del risorto a Simone? Nella versione di Matteo è altresì cruciale Pietro (gli altri discepoli sono del tutto marginali) che gli va incontro anch’egli camminando sull’acqua per poi rischiare di annegare, salvato dal Cristo che lo rimprovera per la poca fede. In quanto e fintanto che Pietro conserva la fede, il Maestro lo fa partecipare alla sua vittoria sulle potenze demoniache personificate nell’acqua e nel vento.

La scena di Matteo, con la figura centrale di Simone, ha tutta l’aria di essere un’apparizione post-pasquale a Pietro, mai narrata dai sinottici ma menzionata in Luca 24,34 (a Simone) e da Paolo in 1Corinti 15,5 (a Kefa).

Ma perché retrodatarla (anticipandola come un nostro trailer? L’inverso dell’analessi, cioè un flashback del futuro anziché del passato?) nel ministero storico anziché piazzarla con logica dopo la Pasqua sul mare di Galilea? Come ha fatto Gv 21, il capitolo aggiunto in seguito, inquadrandola in una memorabile pesca della vicenda terrena di Gesù. Qui se ne capisce il motivo: per rendere più plastica, concreta l’apparizione sovra-sensibile con una sceneggiatura storica. Ma nel nostro caso la motivazione ci sfugge: è un bel mistero!

Concordiamo con Jacob Kremer, Jesu Wandel auf dem See (La camminata di Gesù sul lago), p. 223: «La descrizione così singolare perde il carattere di una storia di miracoli incredibile e incomprensibile, se resistiamo alla tentazione di concepire questa pericope come racconto storico». E. Hirsch rincara la dose nella Frühgeschiche des Evangeliums (Protostoria dell’Evangelo), Tübingen 1940, vol. I, p. 58: «la narrazione, così com’è oggi, è di un’abissale insensatezza»: il corsivo mio significa nello stato attuale di retrodatazione; sarebbe diverso se fosse stata posta dopo la Pasqua, risultando quasi una classica apparizione.

Appendice tecnica

Soprattutto l’Apocalisse continua le tradizioni dell’apocalittica giudaica che concepisce il mare come potenza personale, una forza demoniaca ostile a Dio. Il mare è dimora propria dei mostri in 13,1; tra i flagelli della fine dei tempi ci sarà anche la trasformazione in sangue dell’acqua del mare (8,8; 16,4), con sullo sfondo il richiamo alle piaghe d’Egitto. Come il mare aperto, anche il mare di Galilea è dominato dalle potenze demoniache, che insieme con la tempesta (per la combinazione mare-burrasca cfr. la lettera di Giacomo 1,6 e Apoc 7,1; per quella fiume-burrasca Mt 7,25-27) cercano di mandare in rovina i discepoli. Quindi il camminare sul mare va inteso come vittoria sulle forze avverse localizzate nell’acqua (Mc 5,13 e par.). Tra le potenze escatologiche del caos Luca 21,25 nomina pure il fragore e i flutti del mare. In Apoc 14,2 e 19,6 leggiamo «come un fragore di grandi acque e come rombo di tuoni possenti»; in 12,13ss il drago vomita acqua.

Fa appunto parte dell’immaginario cattolico la lotta di S. Giorgio contro il drago del fiume, dello stagno o del lago, una delle raffigurazioni più ricorrenti nell’arte cristiana (ad es. Paolo Uccello, Donatello, Raffaello). Il nobile cavaliere non a caso è stato inglobato nella “Festa degli uomini”, la celebrazione dei maschi del 2 agosto. Anche se diffusa in tutt’Italia, è normalmente ignorata dai mass-media, ma la gente ne parlava domenica scorsa nei bar di Torino; ovviamente non discorreva di s. Giorgio e men che meno del “Perdono di Assisi” (1-2 agosto), lucrabile nelle chiese (parrocchiali) della città; dall’indulgenza plenaria all’esaltazione goliardica della virilità (entrambe perniciose).

La camminata sulle acque di Gesù e Pietro

Commento al vangelo della 19ª domenica: Matteo 14,22-33

La camminata sulle acque, dall’originario Mc 6,45-51, è stata ripresa da Matteo in forma più ampia (anche Pietro cammina sul mare), mentre è più rapida in Gv 6,15-21, in cui l’aspetto “miracoloso” sembra maggiormente consistere nel raggiungere… a velocità “relativistica” la terraferma dalla distanza «di 25 o 30 stadi»: «E sùbito la barca fu sulla terra» (nella conclusione). Risulta invece omessa in Luca: ma tratteremo tale omissione prossimamente assieme a quella del ballo di Salomè e all’altra del Vade retro Satana (domenica 30 agosto).

Due miracoli sul lago. La camminata, come tutti i miracoli sulla natura (tempesta sedata, moltiplicazione dei pani per migliaia di persone, trasformazione chimica dell’acqua in vino a Cana…) non sono storici, ma creazioni letterarie; mentre non ci sono dubbi sull’attività taumaturgica (guarigione dalle malattie) di Gesù, anche se nella conclusione del brano odierno (per fortuna il lezionario si ferma prima) i malati guariscono toccando solo il lembo del suo mantello (14,36): ma così si sfiora irresponsabilmente la magia!

Abbiamo due miracoli sul lago, tempesta sedata e camminata sulle acque, che manifestano potenza sul vento e sul mare: essi aprono e chiudono una serie di sei storie di miracoli in Marco, racchiudendone altri 4 molto ravvicinati in un ciclo serrato; in verità ci sono anche in Matteo, ma molto più distanziati. La tempesta, che è una ripresa di Giona 1 col salmo 107, 23-30, si trova lontana nel cap. 8.

Anche nella camminata sul lago concorrono motivi teofanici di origine veterotestamentaria, per inscenare l’Epifania di Jahvè in Gesù, profeta escatologico. Gesù viene rappresentato come l’uomo di Dio che supera tutti i taumaturghi e salvatori del mondo ellenistico: in esso si narrava di uomini di Dio che operavano miracoli, addirittura resurrezioni di morti, pur non diventando per questo “divini”, bensì restando creature. Quindi le guarigioni di Gesù non significano automaticamente la sua divinità.

Mentre la tempesta sedata è impostata sul motivo del salvataggio miracoloso da una grande burrasca-bufera, la camminata sulle acque (solo il vento contrario) subordina il salvataggio a una vera e propria teofania: bisogna non tanto e non solo guardare ai prodigi del mondo greco, ma a motivi e richiami antico-testamentari; in Gesù si manifesta Jahvè, il Dio d’Israele.

Un fantasma che incute paura. Tuttavia la camminata è strana: di notte Gesù sulla spiaggia vede i discepoli remare con difficoltà molte miglia al largo. Gesù va verso di loro ma li sopravanza (Mc 6,48) senza salvarli subito: e i discepoli urlano dalla paura perché lo ritengono un fantasma. Nell’oltrepassamento è racchiuso un relativo sottrarsi, come nell’apparizione a Maria (Gv 20,17: «Non mi toccare»). Ossia ci sono almeno 4 elementi tipici delle manifestazioni-visioni pasquali:

1) la prodigiosa apparizione ottica;

2) con tuttavia appunto il sottrarsi di colui che compare passando oltre. Perché? Non dovrebbe invece in teoria salire subito sulla barca per salvare i discepoli dal forte vento burrascoso?

3) ma soprattutto lo spavento nel ritenerlo un fantasma: «Furono sconvolti e dissero: “È un fantasma”» (Mt 14,26).

Il tratto fantasmagorico è una caratteristica peculiare delle apparizioni pasquali, come in Luca 24,37.39; tuttavia il termine “fantasma” compare (due volte) solo nelle versioni italiane, poiché Luca scrive pneuma, spirito: per cui il fantasma di Mc 6,49 e Mt 14,26 sono un apax non solo in entrambi i vangeli bensì nell’intero NT. È un apax in entrambi i vangeli anche l’iniziale evagkasen «Costrinse i discepoli a salire sulla barca» (Mt 14,22;  Mc 6,45); apax anche in Luca 14,23 nella grande cena: il famoso compelle intrare («costringili ad entrare»), assente nel resto del NT.

Da questi apax e dalle stranezze anomale del racconto si evince che si tratta di un brano proveniente da fuori, da una tradizione giudaico-apocalittica, incamerata appunto dai due vangeli che più risentono del retroterra ebraico, oltre che in misura massiccia dall’apocalisse (cfr. l’appendice tecnica).

4) Dato l’aspetto fantasmagorico, risulta quindi quanto mai necessaria la proclamazione della propria identità: «Sono proprio io»; questo anche perché nella concezione dell’epoca gli spiriti maligni potevano assumere forma umana per ingannare gli uomini. Pietro infatti, non del tutto convinto, dice: «Signore, se sei tu…». Il dubbio pervade i discepoli anche nell’unica apparizione matteana di 28,27: tradotto correttamente nell’ultima versione CEI con «essi però dubitarono» (cioè tutti) mentre le versioni precedenti erano tendenziosamente edulcoranti: «alcuni però dubitavano» (cioè non tutti).

Si evidenzia la supremazia di Cristo sul mare burrascoso, concepito come potenza personale, nelle cui onde tempestose si annidano forze demoniache in un quadro apocalittico: tale potenza sarà abbattuta alla fine dei tempi, in cui il mare dovrà restituire i suoi morti (Apoc 20,13). 

Il demonio getta spesso nell’acqua (e nel fuoco) il giovane lunatico-epilettico, posseduto da uno spirito muto, per nuocergli (Mt 17,15; Mc 9,22). E prima i demoni si gettano nell’acqua come fosse il loro primigenio e proprio elemento, e in essa fanno annegare al tempo stesso gli animali (i porci) nei quali hanno preso dimora dopo che Gesù li ha cacciati dall’indemoniato (Mt 8,32 e par.: cfr. l’appendice tecnica per i mostri e i draghi dell’Apocalisse).

L’apparizione del risorto a Simone? Nella versione di Matteo è altresì cruciale Pietro (gli altri discepoli sono del tutto marginali) che gli va incontro anch’egli camminando sull’acqua per poi rischiare di annegare, salvato dal Cristo che lo rimprovera per la poca fede. In quanto e fintanto che Pietro conserva la fede, il Maestro lo fa partecipare alla sua vittoria sulle potenze demoniache personificate nell’acqua e nel vento.

La scena di Matteo, con la figura centrale di Simone, ha tutta l’aria di essere un’apparizione post-pasquale a Pietro, mai narrata dai sinottici ma menzionata in Luca 24,34 (a Simone) e da Paolo in 1Corinti 15,5 (a Kefa).

Ma perché retrodatarla (anticipandola come un nostro trailer? L’inverso dell’analessi, cioè un flashback del futuro anziché del passato?) nel ministero storico anziché piazzarla con logica dopo la Pasqua sul mare di Galilea? Come ha fatto Gv 21, il capitolo aggiunto in seguito, inquadrandola in una memorabile pesca della vicenda terrena di Gesù. Qui se ne capisce il motivo: per rendere più plastica, concreta l’apparizione sovra-sensibile con una sceneggiatura storica. Ma nel nostro caso la motivazione ci sfugge: è un bel mistero!

Concordiamo con Jacob Kremer, Jesu Wandel auf dem See (La camminata di Gesù sul lago), p. 223: «La descrizione così singolare perde il carattere di una storia di miracoli incredibile e incomprensibile, se resistiamo alla tentazione di concepire questa pericope come racconto storico». E. Hirsch rincara la dose nella Frühgeschiche des Evangeliums (Protostoria dell’Evangelo), Tübingen 1940, vol. I, p. 58: «la narrazione, così com’è oggi, è di un’abissale insensatezza»: il corsivo mio significa nello stato attuale di retrodatazione; sarebbe diverso se fosse stata posta dopo la Pasqua, risultando quasi una classica apparizione.

Appendice tecnica

Soprattutto l’Apocalisse continua le tradizioni dell’apocalittica giudaica che concepisce il mare come potenza personale, una forza demoniaca ostile a Dio. Il mare è dimora propria dei mostri in 13,1; tra i flagelli della fine dei tempi ci sarà anche la trasformazione in sangue dell’acqua del mare (8,8; 16,4), con sullo sfondo il richiamo alle piaghe d’Egitto. Come il mare aperto, anche il mare di Galilea è dominato dalle potenze demoniache, che insieme con la tempesta (per la combinazione mare-burrasca cfr. la lettera di Giacomo 1,6 e Apoc 7,1; per quella fiume-burrasca Mt 7,25-27) cercano di mandare in rovina i discepoli. Quindi il camminare sul mare va inteso come vittoria sulle forze avverse localizzate nell’acqua (Mc 5,13 e par.). Tra le potenze escatologiche del caos Luca 21,25 nomina pure il fragore e i flutti del mare. In Apoc 14,2 e 19,6 leggiamo «come un fragore di grandi acque e come rombo di tuoni possenti»; in 12,13ss il drago vomita acqua.

Fa appunto parte dell’immaginario cattolico la lotta di S. Giorgio contro il drago del fiume, dello stagno o del lago, una delle raffigurazioni più ricorrenti nell’arte cristiana (ad es. Paolo Uccello, Donatello, Raffaello). Il nobile cavaliere non a caso è stato inglobato nella “Festa degli uomini”, la celebrazione dei maschi del 2 agosto. Anche se diffusa in tutt’Italia, è normalmente ignorata dai mass-media, ma la gente ne parlava domenica scorsa nei bar di Torino; ovviamente non discorreva di s. Giorgio e men che meno del “Perdono di Assisi” (1-2 agosto), lucrabile nelle chiese (parrocchiali) della città; dall’indulgenza plenaria all’esaltazione goliardica della virilità (entrambe perniciose).