Pubblichiamo volentieri una versione ridotta per noi di un articolo più ampio scritto da Maria Perino e William Bonapace.
Arrivare di notte a Rosarno è un’esperienza particolare. Come esci dall’autostrada Salerno-Reggio, la prima cosa che ti accoglie è la strada provinciale dissestata con grosse buche per raggiungere il centro abitato. Intorno compaiono alcuni capannoni costruiti disordinatamente e poi case disadorne, scrostate, di forma e altezze diverse, spesso con ferri del cemento armato che spuntano sul tetto non finito o sui lati. Colpisce inoltre l’assenza di arredo urbano: niente panchine, niente piante o fiori. Lungo la via qualche negozio di abbigliamento, un megastore cinese, prodotti alimentari tipici, molte sale scommesse, e poco altro. Dietro una curva appare l’albergo: quattro piani, illuminato, con parcheggio e un’entrata dignitosa. Non meno di 50 stanze. Nasce spontanea la domanda su chi mai verrà in quest’albergo, e perché qualcuno dovrebbe venire in questi luoghi. Presto scopri che i principali ospiti sono militari, che eseguono turni di sorveglianza nei luoghi sensibili. Infatti Rosarno e il suo territorio sono considerati una delle zone a più alto tasso di infiltrazione ’ndranghetista in Calabria e di massima presenza criminale in Italia. Attraversando il paese colpisce poi il contrasto con la frequenza di nomi delle strade dedicate a esponenti storici del movimento operaio: via Gramsci, via Togliatti, via Nenni… segno di una storia di lotte e di rivendicazioni che ha lasciato un ricordo visivo, ma un impatto molto debole nei fatti; anzi quasi nullo sulle condizioni dei braccianti stagionali stranieri presenti a migliaia nelle terre che circondano il centro abitato.
Due sono le principali attività economiche dell’area: sulla costa il porto, il primo per traffico merci in Italia e il nono in Europa, e la raccolta di agrumi e di olive nella Piana, tra le più rilevanti in tutto il paese.
Crocevia del traffico di droga
Eppure di vero e proprio sviluppo è difficile parlare. Le ragioni di questa situazione trovano la loro origine in un insieme di fattori negli anni seguiti alla Seconda guerra mondiale: la forte e costante presenza mafiosa, una politica di sviluppo calata dall’alto e gestita da interessi di grandi imprese legate agli appalti governativi e colluse con la criminalità organizzata; e infine la sconfitta e l’esaurimento di prospettive di emancipazione sociale in parte affermatesi nel corso degli anni ’80/’90 del secolo scorso e poi venute indebolendosi nel nuovo millennio anche in continuità con le vicende nazionali e internazionali. La realtà che meglio rappresenta le prime due ragioni è la vicenda del porto di Gioia Tauro, che si estende su una superficie di 620 ettari: in esso vigeva il cosiddetto “Pacchetto Colombo”, un insieme di investimenti pubblici collegati alla Cassa per il Mezzogiorno che prendevano il nome dall’allora primo ministro.
L’idea era di avviare il quinto polo siderurgico italiano ma, nonostante le roboanti promesse del governo di garantire migliaia di posti di lavoro, la crisi dell’acciaio, che già si preannunciava al momento del varo del progetto, cancellò ogni ambizione. Ma fu in compenso un grande affare per la malavita, in gran parte proprietaria dei terreni nella Piana, che lo Stato espropriò a valori stratosferici.
Sin dall’inizio delle attività portuali, il sito è stato tenuto costantemente sotto scacco dalle cosche Piromalli e Molè, al punto tale che oggi Gioia Tauro è il principale crocevia del traffico di droga in Europa. Di vero benessere ce n’è stato e ce n’è davvero poco. I paesi di Gioa Tauro e di S. Ferdinando, sulle cui terre si estende il porto, restano desolati, poveri, in molta parte degradati.
Lotte (e sconfitta) dei braccianti
Veniamo così alla sconfitta del riscatto sociale del mondo contadino a partire dalle lotte dei braccianti per la distribuzione delle terre, e l’affermazione di un’economia clientelare basata su nuove forme di sfruttamento. In Calabria il movimento contadino bracciantile fu molto attivo sin dalla nascita dell’Italia unita, sia tra le due guerre che nell’immediato periodo post bellico a partire già dal 1945. L’obiettivo era l’occupazione delle terre demaniali incolte. I braccianti, che vivevano in condizioni di povertà estrema, nel ’47 occuparono le terre del Bosco Grande o Selvaggio (850 ettari del demanio incolti), che vennero dissodate e trasformate in grandi agrumeti.
La vicenda più significativa e drammatica di quella stagione fu il massacro di Melissa nel 1949, nell’attuale provincia di Crotone, dove i contadini marciarono sulle terre dei latifondisti per richiedere il rispetto dei provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro dell’Agricoltura Gullo. La polizia inviata da Roma dal ministro Scelba aprì il fuoco sui dimostranti uccidendone tre.
Nella Piana in quel decennio, grazie al sostegno delle forze di sinistra e in particolare del Partito comunista, al fine di sottrarre i contadini all’egemonia degli agrari e al controllo della ’ndrangheta che si annidava nel mondo dei piccoli imprenditori agricoli, si sostenne una promozione di attività cooperative, ma non sempre con grande successo. Emblematico fu l’incontro tra Giulio Andreotti con il boss della famiglia Piromalli a Gioia Tauro che garantì un fiume di denaro alle ‘ndrine (23 miliardi di lire solo per la costruzione del porto).
Truffe e violenze
Infatti è in concomitanza con la crescita delle cooperative che cominciarono a registrarsi i primi casi di truffe alla Comunità Europea, diventate, nel corso degli anni, una prassi molto diffusa tra i cittadini della Piana. Vengono infatti registrati dei contratti di lavoro a nome di alcuni cittadini italiani, mentre a lavorare sono i migranti (in quegli anni provenienti dall’Europa orientale); dopo il minimo di attività lavorativa prevista per legge (52 giornate, nel settore agricolo) gli intestatari dei contratti potranno ricevere un’indennità di disoccupazione per i sei mesi successivi alla scadenza del contratto, ai quali dovranno sottrarre la quota relativa ai contributi che versano al datore di lavoro. I braccianti, veri lavoratori, ricevono, nel frattempo, un salario giornaliero di gran lunga inferiore al minimo sindacale.
La battaglia politica della sinistra e del PCI contro questo stato di cose tra gli anni ’70 e ’80 portò a una reazione delle ’ndrine di particolare violenza e ferocia: venne assassinato il candidato sindaco di Rosarno, Peppino Valarioti, appena eletto. Nel 1994, con l’elezione di Peppino Lavorato, storico dirigente comunista di Rosarno a primo cittadino, la violenza riesplose: il municipio venne crivellato di colpi sparati da un kalashnikov puntando proprio alle finestre degli uffici del sindaco. Questi episodi non intimidirono il primo cittadino che ha realizzato opere importanti nel campo dell’edilizia popolare, dei servizi sociali, della cultura, recuperando aree degradate.
Migranti stagionali e degrado
Negli stessi decenni a cavallo tra i due secoli il mercato globale delle arance marginalizzò sempre più la produzione della Piana. Gli agrumi prodotti sul territorio sono infatti, oltre alle clementine, principalmente arance da succo che, dopo la raccolta, vengono rivendute a grandi aziende, anche multinazionali, le quali acquisiscono il prodotto imponendo prezzi di acquisto molto bassi.
È in questo problematico quadro storico e sociale – caratterizzato da alta disoccupazione, massiccia emigrazione interna, scarsità di servizi pubblici, abusivismo e diffusione del lavoro nero, presenza capillare delle organizzazioni criminali ‒ che si inserisce la vicenda, a sua volta drammatica, dei migranti stagionali, in particolare le situazioni di disagio e precarietà abitativa dei lavoratori stranieri nel settore agroalimentare.
Negli ultimi anni si è registrato un calo della vendita di agrumi alla grande distribuzione che impone prezzi e quantità, con la rinuncia della raccolta che ha indotto molti braccianti a lasciare la Piana. Coloro che sono rimasti hanno ottenuto un miglioramento delle condizioni retributive ma non alloggiative, costituita da giovani uomini con un’età media di 35 anni, provenienti dai Paesi dell’Africa subsahariana occidentale presenti in Italia da più di 3 anni.
Ma a Rosarno nel 2010 alcuni colpi da armi da fuoco ferirono tre braccianti. Le manifestazioni di protesta che ne seguirono furono attaccate sia dalle forze dell’ordine sia da una parte della popolazione locale fino a quando la maggior parte degli immigrati fu allontanata dalla Calabria o richiusa nei Cie.
Gli insediamenti in cui i braccianti sono costretti a vivere favoriscono la diffusione dell’alcolismo, delle dipendenze e del doping per reggere la fatica del lavoro. E in questi ambienti le prostitute rom sedute tra la spazzatura rappresentano l’ultimo desolato anello della catena del degrado, anche perché l’esercizio di diritti basilari quali l’iscrizione anagrafica, il rinnovo dei documenti di soggiorno, l’accesso alla disoccupazione agricola o all’indennità di malattia restano ancora oggi preclusi a molti, a causa delle irregolarità contrattuali, salariali e contributive.
Ma esistono anche barlumi di dignità: per esempio a San Ferdinando dal 2022 l’ostello per i braccianti “Dambe so” – “casa della dignità” – nell’ambito del programma di Mediterranean Hope della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) cerca di ridare la dignità ai lavoratori, garantendo un prezzo equo e contrastando le cause strutturali dello sfruttamento dei braccianti immigrati e l’impoverimento dei piccoli contadini.
Maria Perino e William Bonapace







Grazie! Enrico