Commento al vangelo della 30ª domenica: Matteo 22,34-40
Interessante la sequenza diversa nei tre sinottici: nella versione di Lc 10,25-28 (già commentata ne Il grande comandamento seguito dal buon samaritano), che saggiamente lo piazza come incipit della parabola omonima, è solo il dottore della legge a enunciarlo. Certo è lui che chiede cosa deve fare per ottenere (una) vita eterna, e non qual è il primo comandamento, però la sostanza non cambia. Gesù non risponde direttamente ma, con la solita contro-domanda tipica delle dispute, chiede appunto a un dottore della legge (teologo): «Che cosa sta scritto nella legge, cosa vi leggi?». Cioè glielo estrae fuori con socratica maieutica, per poi complimentarsi con lui: «Hai risposto bene, fai questo e vivrai». È un israelita “dottore in teologia” che proclama il grande comandamento dell’amore a Dio con tutto il cuore, anima, mente, forza e dell’amore al prossimo come a se stessi.
Due epiloghi significativi. Nel testo odierno invece Matteo 22,34-40 [si specifica fariseo; in effetti i dottori e pure i sacerdoti erano in genere di estrazione farisaica] mette il grande comandamento in bocca solo a Gesù, senza fronzoli e complimenti finali, ma con un primo epilogo molto importante: «Da questi due comandamenti dipendono [tutta; manca nel Sinaitico] la legge e i profeti», ossia l’AT e, aggiungo io, pure il NT; in pratica tutta la rivelazione, a partire dall’amore di Dio (qui genitivo soggettivo). Dalla precedenza dell’amore sulla Legge emerge come esso non sia un derivato o una sottomissione alle norme, ma il principio da cui “pende” (dipende) l’intera impalcatura delle Scritture.
Marco infine (12,28-34, già commentato nel Vangelo della 31ª domenica) salomonicamente mette il primo di tutti i comandamenti in bocca ad entrambi; prima a Gesù che recita lo Shemà Israel («Ascolta, Israele…» di Deuteronomio 6,4s), poi allo scriba che, complimentandosi con Lui, di fatto lo ripete intensamente con un secondo epilogo significativo: che il duplice comandamento valga più di tutti gli olocausti e sacrifici! Da tale preminenza emerge il declassamento (in genere rimosso nel cattolicesimo pietista) del culto templare non solo di Gerusalemme, ma di tutti quelli delle chiese e dei santuari nei secoli seguenti. I due epiloghi si richiamano strettamente a vicenda.
La novità di Gesù. Tutto questo si ritrova pienamente già nel giudaismo: in realtà l’amore al prossimo è presente solo nel Levitico, mentre più volte ricorre nella Bibbia l’amore per lo straniero (come all’inizio della prima lettura odierna di Esodo 22,20).
Tuttavia nei testi ebraici extrabiblici si trova «amare tutti gli uomini, trasformare gli uomini in amici e fratelli», con la ridefinizione del concetto di filantropia e nell’uso della regola aurea come quint’essenza dei comandamenti (come nella formulazione positiva di Mt 7,12).
Nella bibbia ebraica amore a Dio e al prossimo sono separati: il primo solenne, da grande comandamento nello shemà del Deuteronomio: invece l’amore al prossimo come te stesso ricorre in Lev 19,18 in una serie di norme relazionali in cui non traspare la grandezza del comandamento (solo qui nell’AT quasi en passant). La novità di Gesù è duplice: eleva a grande comandamento l’amore al prossimo, e lo fonde col primo riducendoli a uno solo. L’amore per Dio e per il prossimo non sono paralleli o separabili, ma due facce della medesima medaglia o realtà.
Nounechôs, intellettivamente. «Con» (in realtà «in»: cfr. l’appendice) tutto il cuore significa amare Dio nell’intimo, al centro della persona, aderire a lui totalmente. Con (in) tutta l’anima significa con l’intera esistenza nelle sue capacità, con tutto il desiderio vitale e la tempra della volontà.
Con (in) tutta la mente significa la ragionevolezza dell’amore di Dio, con il coinvolgimento delle forze razionali; nei complimenti di Marco 12,34 Gesù usa la litote «Non sei lontano dal regno di Dio» poiché lo scriba aveva risposto saggiamente (versione CEI), o meglio giudiziosamente, assennatamente, nounechôs (hapax assoluto nel NT, da nous, intelletto, ragione), quindi intelligentemente come esigono la comprensione e la capacità di pensiero, oltre che di critica e di distinzione, perciò pure con la riflessione teologica.
Amare il prossimo come se stessi equivale, come già detto, alla regola aurea, tanto da esserne una delle sue innumerevoli definizioni. L’uomo conosce i propri veri bisogni, e pertanto può occuparsi con adeguata dedizione di quelli dell’altro; provvedere al vicino, conservargli e procurargli ciò che gli spetta, tenendo conto dei suoi diritti e della sua situazione come facciamo con noi stessi. Ciò emerge anche dalla scoperta dei neuroni specchio: quando vediamo uno che sorride o che soffre, si attivano in noi gli stessi circuiti cerebrali e muscoli di quando proviamo i medesimi sentimenti.
Il divieto di amare in un mondo dilaniato. Rocambolesco è l’articolo apparso a p. 13 sul quotidiano «Libero» del 15 ottobre 2026, dal titolo Quel filo che unisce Leone, Giovanni Paolo II e Fatima. Una sintesi di mariologia scadente e papolatria: Antonio Socci rammemora almeno una decina di date corrispondenti fra specifici giorni e mesi delle apparizioni mariane del 1917 ed eventi della storia mondana o ecclesiale nei medesimi giorni nel giro di un secolo dopo!
Cito solo i tre più appariscenti: il 13 maggio di 45 anni fa, con l’attentato al Papa, è lo stesso giorno della prima apparizione a Fatima, per cui Wojtyla si ritenne salvato dalla Vergine. Il 13 ottobre 1917 è lo stesso giorno del recente intervento chirurgico di Prevost; l’ultima, quella più clamorosa col Sole roteante; ossia la coincidenza della prima e ultima apparizioni a Fatima coi ricoveri ospedalieri dei due papi.
L’autore ricorda pure il 13 luglio 2024, giorno del fallito attentato a Trump e l’apparizione del 13 luglio 1917 con la consegna dei segreti, tra cui “la profezia sul regime sovietico”, la conversione della Russia, il “trionfo del suo Cuore Immacolato contro i nemici di Cristo”: come se il Portogallo le altre nazioni europee non avessero bisogno di convertirsi, in particolare al secondo grande comandamento, oggi rimosso e squalificato come buonismo. Nell’attuale tragica situazione mondiale, è come dire in modo subliminale: al di fuori degli affetti familiari e amicali, è vietato amare!
Appendice tecnica: i semitismi e l’amore dei nemici
Vi sono parecchi semitismi in poche righe, che dimostrano l’antichità originaria del detto (assenti negli altri due sinottici).
1) Uso del positivo «grande» (megalê inMt22,36.38) anziché del superlativo “più grande” (meizôn come in Marco 12,31).
2) Assenza della copula in 22,36: «quale (senza “è”, estin) il grande comandamento?».
3) «In tutta la mente», en olê tê dianoia, con en + il dativo (in tutti e tre i sostantivi), che corrisponde più esattamente al testo ebraico masoretico (be), mentre invece in Marco e nei LXX ricorre εξ col genitivo, che sarebbe «Da tutto il cuore, anima e mente» (di tutto cuore).
4) Inversione soggetto-predicato: «E (lo) interrogò uno di loro, “un dottore della legge”» (l’hapax nomikos in Matteo). C’è concordia tra il maestro e l’interrogante dottore, stranamente perché Matteo parla spesso dei vari gruppi di Gerusalemme, tutti oppositori di Gesù che vengono pesantemente apostrofati; il che significa che l’hapax di tale intellettuale concordante è un dettaglio originario, non modificato da Matteo per un sacro rispetto della sua fonte, nonostante la sua avversione per i vertici .del giudaismo.
È rara una tale concentrazione in pochi versetti del retroterra aramaico e/o ebraico, che però ci rassicura sull’attribuzione certa a Gesù. Mentre invece ci sono forti dubbi per l’amore dei nemici, che comunque non è fondamentale nel cristianesimo; fra l’altro non sembra che Gesù abbia amato i suoi “nemici”, ossia gli avversari farisaici di Gerusalemme, sui quali ha scaricato la più grande offesa: «gli strozzini pubblicani e le prostitute sono meglio di voi». Dal fatto che l’Altissimo sia benevolo verso gli ingrati e malvagi (a mio parere sicuramente gesuano), Luca e anche Matteo l’hanno enormemente implementato con l’amore per i nemici (Lc 6), probabilmente in una situazione di persecuzione (i nemici-persecutori di Mt 5,44). Per usare la formulazione cautelativa del presbitero esegeta statunitense J. P. Meier, non possiamo affermare che l’amore dei nemici sia di Gesù: ma questo non significa che non lo sia…! Dobbiamo essere cauti e prudenti nel dubbio. Nella fede ci sono anche i dubbi!






