Sei colpita, come me, dal viaggio dell’uccello.
E accade di pomeriggio
quando dici: Portami al fiume,
straniero, al fiume portami
ché lunga è la mia strada sulle tue rive.
[…] E ascoltiamo la parte di nostalgia nascosta in noi
per una via misteriosa: Laggiù ho la mia vita,
la vita che hanno fatto le carovane prima di partire.
E qui ho la mia via a misura del mio pane,
i miei interrogativi su un destino torturato da un presente di passaggio e ho
un domani disordinato e bello.
Eco all’eco. Chi di noi ha pronunciato queste parole, io
o la straniera? Nessuno torna
da qualcuno. L’eternità confeziona
i suoi manufatti con i nostri destini e vive a lungo…
Che l’amore sia una forma di mistero e
il mistero una forma d’amore? Mi stupisce
chi, pur conoscendo l’amore, ama ancora!
Ché in noi l’amore potrebbe stancarsi di aspettare e ammalarsi,
ma non dirò una parola.
Il nostro domani ha tempo, abbastanza
per camminare altri dieci minuti sul ponte.
Presto potremmo cambiare e dimenticare le fattezze
della nostra terza compagna, la morte. Dimenticare la strada di casa
nei pressi di un cielo che tanto ci ha delusi.
Portami al fiume, straniera,
presto potremmo cambiare e l’impossibile
avverarsi.
[…] Paesi reali, non metafore, le tue braccia
intorno a me… Laggiù vicino al Libro sacro,
o qui. Chi di noi ha detto: Se trionfasse la poesia, la lingua
potrebbe preservare la terra dell’assenza?
Chi di noi ha detto: Dimenticherò e perdonerò
al cuore più di uno sbaglio fino a che durerà
questo viaggio…?
(Mahmoud Darwish, da Il letto della straniera, Epochè)
Mahmoud Darwish (1941-2008) è un poeta palestinese, tra i maggiori autori di lingua araba. Considerato poeta nazionale, nel 1988 ha scritto la dichiarazione d’indipendenza della Palestina. Non mi fermo sulla sua storia personale che tanto si intreccia al suo paese (facilmente reperibile in rete), ma mi limito a dire che non mi ha stupito trovarlo citato in Apeirogon di Colum McCann (Feltrinelli, 2020) in cui si racconta la storia di due padri (Rami e Bassan, rispettivamente un israeliano e un palestinese) associati dalla perdita precoce delle proprie figlie dovuta al conflitto che affligge da decenni quella terra. Questi due padri girano il mondo per raccontare le storie delle figlie e del desiderio di riconciliazione che quelle morti premature ha fatto nascere in loro (qui si può vedere una loro intervista). McCann dice che Bassan ama citare i poeti, tra cui appunto Darwish.

Non so se questa poesia mi piace perché mi fa pensare al fatto che non si smette di amare e sognare anche durante la guerra o perché i due amanti si chiamano l’un l’altra straniera e straniero. Restano due questioni importanti e dunque le lascio sullo sfondo, senza addentrarmici. Invece mi sembra utile notare che, senza conoscere l’appartenenza culturale dell’autore, si riesca a immaginare benissimo la scena, a sentirla su di sé, come scritta per ciascuno di noi.
Il fiume è l’amante (lunga è la mia strada sulle tue rive) e lo spazio del desiderio e della nostalgia per una via misteriosa. C’è una vita lontana che è stata stanziale (fatta dalle carovane prima di partire)e una via vicina a misura del pane. La via vicina però è di passaggio e piena di domande, probabilmente anche piena di insidie; eppure il domani si prospetta disordinato e bello. Tutto è lasciato alla suggestione di parole e immagini, a cui ogni lettore può trovare un significato, a condizione di immergersi nel testo con la propria storia. Di sentirsi dentro un disordine bello (inconcepibile per i canoni occidentali, secondo i quali la bellezza è armonia e ordine), che può essere solo una promessa fragile: Il nostro domani ha tempo, abbastanza / per camminare altri dieci minuti sul ponte.
Amore e morte, eros e thanatos, sono qui presenti nella terza compagna, quella che cammina con i due − si trattasse di un contesto cristiano potremmo leggervi il pellegrino sulla strada di Emmaus; qui invece il cielo ha deluso e tutto quel che resta sono il libro sacro e la poesia, come quelle di Darwish che Bassam leggeva in prigione, dove tutti i palestinesi prima o poi passano. La strada sul fiume percorsa insieme vorrebbe cambiare l’impossibile, trasformare le delusioni in possibilità. Possibilità non metafore, le tue braccia intorno a me. E se tutto diventa possibile, anche il perdono è allora una strada: Dimenticherò e perdonerò / al cuore più di uno sbaglio fino a che durerà / questo viaggio…? Il perdono che anche Rami e Bassan hanno conosciuto e di cui forse quella terra ha bisogno più di qualunque altra cosa.
C’è un erotismo sottile e quindi ancora più intenso in queste immagini di due amanti probabilmente non giovani e in parte disillusi (Mi stupisce / chi, pur conoscendo l’amore, ama ancora!), da cui risuonano le stesse parole: Chi di noi ha pronunciato queste parole, io / o la straniera? (portami al fiume, straniero – portami al fiume, straniera),ma che accettano di restare fino alla fine stranieri l’uno per l’altra. Perché si può vivere da stranieri l’amore come l’appartenenza al proprio paese, con un senso di provvisorietà che il poeta rende in immagini e sentimenti, insieme universali e particolari. È perché non si può smettere di amare neppure quando il cielo ha smesso di essere un faro, che si deve amare disperatamente: ho ricevuto il tuo amore come il pane, dice Darwish in un altro bellissimo testo della stessa raccolta.
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Dopo il funerale della giovanissima Abir, Bassam va a camminare lungo le strade polverose e rotte della sua città, Anata: «I marciapiedi spaccati. I cumuli di calcinacci. Le piramidi di pneumatici. Aveva visto delle foto di Anata negli archivi nazionali, come fosse bella un tempo. Le piazze del mercato. Le ville. I mosaici delle facciate. Gli uomini con il fez. Le donne nei lunghi vestiti. Le caffetterie. Tutto sparito adesso. Chiuso da mura. Immerso nella spazzatura» (Apeirogon, p. 75). È quando il perdono sembra impossibile che diventa una via a misura del mio pane.
Darwish ha scritto intense poesie d’amore, ma anche bellissimi testi sulla guerra e sulla pace.
Poesie declamate come preghiere, racconta McCann.
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A ulteriore commento del testo di Darwish si può vedere un video tratto dal film Sesso e filosofia (2006) di Mohsen Makhmalbaf, regista iraniano che racconta la storia di un insegnante di danza quarantenne che compie l’azzardo di invitare contemporaneamente le sue quattro amanti, con le quali mette in scena le diverse storie d’amore. La scena più bella (visibile nel link) è quella del gioco di mani dei due amanti che si toccano in una danza sensuale. In quel gioco di sguardi e mani mi sembra di intravedere qualcosa della camminata lungo il fiume. Ma forse è solo uno scherzo della memoria e dell’immaginazione.






