I racconti natalizi sono imbarazzanti in quanto totalmente leggendari: in sé la fiction-sceneggiatura non sarebbe negativa, ma lo diventa se la si intende come storia; così purtroppo avviene dall’ultimo dei fedeli sino al Papa, che ha detto nell’omelia della festa dell’annunciazione (25 marzo) in televisione da Santa Marta durante il covid: «A Luca tutte queste cose gliele ha dette la Madonna»!

Matteo. I primi due capitoli di Matteo divergono completamente dai primi due di Luca; talmente diversi che, per evitare il corto circuito, nella liturgia si legge prima Luca sino a capodanno, per poi passare a Matteo andando verso l’Epifania (coi Magi). Anche i film-sceneggiati seguono il racconto tranquillo, senza minacce erodiane, di Luca sino alla presentazione al tempio, per poi virare su Matteo con gli sgherri di Erode, la strage degli innocenti e la fuga in Egitto. Quelli di Matteo sono tutti midrash per applicargli la scrittura: «Ecco la vergine concepirà… Dall’Egitto ho chiamato mio figlio… Rachele piange i suoi figli» [Mt 1,23; 2,15.18], con l’idea assurda per noi moderni che la storia sia come un libro già scritto le cui pagine i profeti leggono in anticipo sette secoli prima (l’Isaia storico). Gesù non è mai stato in Egitto e non è mai avvenuta la strage degli Innocenti. Erode il grande, che gode della fiducia di Augusto, non si scompone e non si turba certo per una diceria su un presunto neonato, futuro suo concorrente quale re dei giudei, avendo almeno un ventennio di tempo per scovarlo con le sue guardie e il suo servizio segreto, senza bisogno di inimicarsi la popolazione con una simile carneficina.

Mt e Lc concordano solo in due cose: che Gesù è figlio di Giuseppe e Maria cresciuto a Nazareth, ma nato a Betlemme. Tuttavia quest’ultima è… sbagliata: l’hanno fatto nascere forzatamente a Betlemme (la città di Davide) per renderlo un re-Messia di discendenza davidica; in Mt in quanto Giuseppe e Maria abitano incredibilmente già a Betlemme [i magi entrano nella “casa” e non nella mangiatoia come i pastori in Luca], e in Luca in seguito al lungo viaggio disagiato per il censimento, assurdo per una donna in procinto del parto. Ma non potevano tutti andare a registrarsi nel luogo natale, poiché avrebbe comportato lo spostamento di grandi masse all’interno dell’impero con tutti i rischi di sommosse e sedizioni; Giuseppe, in quanto capo-famiglia, sarebbe potuto andare a registrarsi nella vicina Cafarnao, dove esisteva un presidio romano!

In Matteo non viene narrata la nascita di Gesù, liquidata in 2,1 con un secco genitivo assoluto (equivalente dell’ablativo assoluto latino): «Nato Gesù a Betlemme di Giudea…». Per la nascita c’è solo la mitica apparizione dell’angelo in sogno per convincere Giuseppe a sposare Maria, e soprattutto per difenderla dalla perfida insinuazione ebraica di adulterio: se non è figlio di Giuseppe, allora è figlio di un altro uomo…

Luca. Liquidato Matteo, passiamo al racconto pseudo-lucano tutto sommato più equilibrato, seppur tardivo, e, a parte il proemio, estraneo a Luca. Infatti il suo vangelo originario iniziava dall’attuale capitolo 3 con quel grandioso e lungo esordio: «Nell’anno decimo quinto dell’impero di Tiberio Cesare…», pieno di coordinate storico-geografiche.

Il primo capitolo è tutto imperniato sulle storie-leggende del Battista (originariamente senza l’Annunciazione e la Visitazione), anche per incamerare il forte e concorrenziale movimento battista nell’alveo cristiano, tramite l’invenzione della parentela fra le due rispettive madri. Infatti in origine il Magnificat era il cantico di Elisabetta [come nei nostri due gloriosi manoscritti di Vercelli e Verona: «Et ait Elisabeth: L’anima mia…»] che da sola, non nella leggendaria Visitazione, diciamo a seguire dopo 1,25 o in 1,58 coi vicini e parenti, ringrazia Dio per essere stata salvata dalla vergogna-umiliazione (allora) della sterilità. Maria non ha alcun bisogno di essere salvata, e men che meno è stata umiliata. Fu poi giocoforza per lei mutare in 1,48 l’umiliazione in umiltà, e proseguire con «tutte le generazioni mi chiameranno beata» (francamente eccessivo per Elisabetta): un’evidente aggiunta per Maria, perché spezza la costruzione del cantico che ha sempre Dio come soggetto agente e potente (qui potens est come traduce bene Girolamo, e non il tendenzioso “onnipotente” in 1,49 delle versioni odierne, CEI compresa), anche se inespresso ma sottinteso dal v. 51 alla fine.

Ma l’aspetto più interessante è che l’autore del 2° capitolo non conosce il 1° [avendo scritto in modo indipendente all’insaputa l’uno dell’altro], e quindi nulla sa dell’Annunciazione-Visitazione, e men che meno del concepimento verginale. Di conseguenza anche per i suoi personaggi (Maria e Giuseppe) è come se l’annunciazione non fosse mai avvenuta per entrambi. Sino all’arrivo dei pastori i genitori nulla sanno del Salvatore, ritenendola una nascita “normale” del loro primogenito; per questo Maria (con Giuseppe) si meraviglia, «Si stupisce delle cose dette loro dai pastori» (2,18.33), sino al «Non compresero le sue parole» di 2,50: tutti passi che sconcertavano il compianto Dario Oitana, redattore del foglio cartaceo. Infatti l’annuncio della nascita del Salvatore viene proclamato dagli angeli ai pastori, che poi lo comunicano agli ignari genitori.

Chi ha unito i due capitoli saggiamente vi ha posto rimedio, assicurando un minimo di collegamento con la chiara glossa di 2,21: «Gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre».

Ciò è perfettamente in linea col battesimo nella versione più originaria di Luca 3,22: «Figlio mio sei tu, oggi io ti ho generato» [come nel codice D, in varie versioni latine e nelle citazioni di Giustino, Clemente, Origene e Agostino]. Il «sarà chiamato Figlio di Dio» [Lc 1,35 (32) nell’annuncio di Gabriele] è un’anticipazione della proclamazione durante il battesimo (lo approfondiremo nella festa del battesimo il 12 gennaio 2025). Dato l’uso semitico (già visto) di “chiamare” nel senso del nostro verbo “essere” tout court, nel futuro sarà figlio di Dio, in una concezione adozionista: è il Gesù adulto che viene adottato come figlio. Ciò è confermato dall’antichissima formula di fede citata da Paolo in Romani 1,3-4: «nato dalla stirpe di Davide secondo la carne [quindi una nascita normale], costituito figlio di Dio a partire dalla resurrezione secondo lo spirito di santificazione». Possiamo parlare di una figliolanza “progressiva”, sapienziale-intima nello Spirito, ma non biologica, che trova la sua consacrazione definitiva nella resurrezione. Occorre quindi rinunciare all’incarnazione classica [di essa parleremo nel prossimo commento natalizio] di un essere divino disceso dal cielo. Negli strati più antichi dei vangeli non v’è alcun Dio bambino; e Maria non è la madre di Dio, né la Nostra Signora, né l’Immacolata, nella vigilia della cui festa il 7 dicembre è stato fatto l’en plein anti-evangelico con una duplice cerimonia anti-cristica: la riapertura di Notre-Dame coi grandi della terra (contro la seconda parte del Magnificat: «Ha rovesciato i potenti dai troni… ha rimandato i ricchi a mani vuote»), e il carnevalesco concistoro in San Pietro. Entrambi osannati dalla stampa e dai media: l’una nell’ambito della religione civile identitaria (la polis religiosa franco-parigina), e l’altro nella gerarchia sacrale con l’autocelebrativo Accipe anulum de manu Petri («ricevi l’anello cardinalizio dalla mano di Pietro, il principe degli apostoli»).

Natale. Ma allora cosa celebriamo a Natale? Facciamo memoria della nascita a Nazareth (non a Betlemme) del figlio dell’uomo nella sua piena umanità, del futuro adulto figlio di Dio adottivo (e non prima nel concepimento); più in generale della sua infanzia [adolescenza, maturazione: Gesù cresceva in età, sapienza e grazia in Lc 2,52], nella quale Gesù tematizza (per usare il termine di K. Rahner), cioè traduce in concetti sempre più chiari la sua missione di profeta, annunciatore e inauguratore del Regno: questo è il senso del leggendario Gesù dodicenne fra i dottori del tempio. Ossia Gesù prima lo intuisce solo in maniera implicita, a-tematica, senza saperlo fin dall’inizio chiaramente nella mitica «visione beatifica»! Gesù, facendo esperienza della realtà e della vita (come tutti gli umani), guardando alla povera gente (secondo il vangelo degli ebrei amicta in stercore, avvolta nella m…), comprende cosa sia volontà di Dio: il regno per i poveri.

Concludendo: abbiamo quindi una concezione secondo cui Gesù è figlio di Dio perché Dio lo rende tale tramite l’invio dello Spirito nel battesimo. Nel NT non ricorre mai la frasetta esplicita e secca «Gesù è Dio» (sottinteso dalla nascita, o da sempre), come invece fa la gente nelle discussioni replicando: «Ma Gesù non era Dio?».

Foto: https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2024-12/riapre-notre-dame-messaggio-papa-francesco-parigi.html