«La filosofia e l’astronomia, la fisica e la mistica si intrecciano attorno agli interrogativi sollevati dalle profondità dell’universo»: così suona il sottotitolo dell’inserto «Tracce di Dio» contenuto nel quotidiano «Avvenire» del 13 dicembre 2024. Per il tema cosmico dell’incarnazione dobbiamo quindi ritornare alla visione universale della relatività di Einstein, che non è solo una teoria fisica ma una profonda rivisitazione dei concetti di spazio e tempo, secondo cui nell’universo si danno tantissimi presenti sfalsati fra loro!

Detto nel linguaggio di Kant [giudizi sintetici e analitici], lo sviluppo della conoscenza empirico-sintetica intorno al tempo avutosi nel corso del primo ‘900 è stato talmente importante e peculiare da rendere quasi obsoleta una trattazione meramente logico-linguistica del concetto di tempo assunto a-priori come nozione analitica. Ovviamente non significa “buttare a mare” il copioso patrimonio di analisi concettuali che si è via via arricchito dai tempi di Eraclito, Parmenide e Zenone fino ai nostri giorni; ma va declinato con gli sviluppi della fisica relativistica che, non riconoscendo un momento presente ontologicamente privilegiato, sembra mettere a soqquadro le nostre plurisecolari concezioni sullo scorrere univoco della temporalità con un “adesso” cosmico unico (il nostro) che taglia l’universo in modo assoluto e valido per tutti. Abbiamo citato non a caso l’italica scuola eleatica (l’antica Elea della Magna Grecia, oggi Velia sulla costa tirrenica della Lucania), memori del rilievo affettuoso fatto ad Einstein da Karl Popper, famoso per il principio di confutazione-falsificazione delle teorie scientifiche: «Caro Albert, sei come Parmenide!».

In ossequio… al dicastero vaticano per la Cultura e l’educazione che ha scelto il titolo Eredità e immaginazione [per il Congresso internazionale sul futuro della teologia, con un discorso del Papa, che si è chiuso martedì 10 dicembre alla Pontificia Università Lateranense], rispolveriamo perciò con l’immaginazione l’esperimento mentale già esposto nella festa di Cristo re (appunto) dell’universo, che però rivendica un valore veritativo come il primo di essi nella storia, ossia il mito della caverna di Platone.

Se un pianeta a 10 miliardi di anni luce da noi [che abbiamo chiamato Kepler, abitato dai kepleriani] si allontanasse dalla terra ad una determinata velocità, il suo “ora”, il suo “adesso” (nell’ambito degli infiniti presenti dell’universo sfalsati fra loro) intersecherebbe il nostro 1849, 175 anni fa per noi: i kepleriani sarebbero contemporanei con la prima guerra d’indipendenza; il loro “adesso” non corrisponde al nostro locale.

Per questo i relativisti usano rigorosamente il presente storico, ad es.: G. Garibaldi e Vittorio Emmanuele II si incontrano a Teano il 26 ottobre 1860. Dopo di che spesso si fermano alle correlazioni del cosiddetto tempo della serie B (la distinzione risale a B. Russel tra il 1903-1906, in concomitanza con la relatività ristretta di Einstein), ossia all’anteriorità-posteriorità, valida per tutti nell’universo; la sequenza assoluta è: prima guerra d’Indipendenza (1), che precede Teano-Unità d’Italia (2), come più avanti la prima guerra mondiale (3) è anteriore per tutti gli osservatori del cosmo alla seconda (4). Poi l’intervallo temporale preciso, ad es. fra le due guerre mondiali, dipende dallo stato di moto dell’osservatore: più esso è rapido, e più il tempo (le durate) e lo spazio (le distanze) si contraggono secondo il radicale γ = (1-v/c)½.

Infattii 21 anni terrestri (1918-1939) fra le due guerre diventano alle altissime velocità 21 mesi, giorni, o 21 ore. Addirittura per un viaggiatore quasi a velocità-luce 21 secondi!! [Gli eventi fra le due guerre ai loro occhi scorrerebbero enormemente accelerati]. È il cosiddetto effetto (o paradosso dei) gemelli, l’unico dato conosciuto a livello popolare perché aumentando la velocità… si invecchia di meno: confermato sperimentalmente dal GPS.

I relativisti sono poi restii a situare i 4 eventi suddetti (per tutti chiusi e immodificabili) nel cosiddetto tempo della serie A, cioè nel passato-presente-futuro: infatti tali eventi sono per noi ovviamente nel nostro passato, ma il primo è nel presente dei kepleriani (ancora al 1849) mentre gli altri tre sono incredibilmente nel loro futuro!! Una strana combinazione chiuso-futuro.

Da qui l’aforisma di Einstein: «La distinzione assoluta nell’ambito dell’universo tra passato e futuro [non quella locale della vita quotidiana sulla Terra, in cui grazie a Dio il passato coincide col chiuso immodificabile e il futuro con l’aperto] è un’illusione, anche se ostinata. Assoluto è ciò che è chiuso o aperto, mentre il passato o futuro cosmici dipendono dal sistema di riferimento».

Qui ci interessa la combinazione inversa passato-aperto; il 1900 su Kepler (ancora al 1849) è aperto perché nel suo futuro, ma si trova nel nostro passato. Tale abbinamento, a prima vista per noi sconcertante e anomalo, significa che il passato cosmico può essere aperto; occorre inoltre tener presente che aumentando a dismisura la velocità di fuga di Kepler, i kepleriani sarebbero simultanei con epoche (per noi) enormemente lontane nei secoli e millenni. Quest’ipotesi estrema è decisiva per la cristologia: analogamente Cristo non risorge solo in avanti ma anche all’indietro, risultando contemporaneo, meglio reso dal Padre simultaneo con tutte le epoche della storia passate sino alla (e non dalla) fondazione del mondo, e quindi elevato, intronizzato in Dio; «il figlio della donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di 12 stelle [dimensione cosmica]… fu rapito verso Dio e verso il suo trono» (Apocalisse 12,1.5).

Nel NT ci sono due presenti storici… relativistici: in Colossesi 1,17 Paolo scrive: «Egli (Cristo) è prima di tutte le cose»; strano perché nella concezione tradizionale del tempo sarebbe stato più logico un «Egli era». Il secondo è il celeberrimo Gv 8,58: «Prima che Abramo fosse, Io sono!». Egli è retroattivamente diventato Verbo, in una specie di progressiva divinizzazione retrograda nel tempo profondo dell’«Antico dei giorni» (Daniele 7,9.13.22) tradotto con “vegliardo”, a cui viene presentato il figlio dell’uomo; una tematica ripresa dall’Apocalisse che contiene passi in cui la divinizzazione dell’agnello [Cristo, tuttavia mai esplicitato nelle ben 28 volte in cui l’agnello compare, anche se più implicito nelle 4 volte in cui si aggiunge “immolato”] è parziale e incompleta, mentre in altri essa appare compiuta.

Cosa cambia rispetto alla dogmatica tradizionale? Bisogna solo rinunciare alla classica incarnazione natalizia di un essere divino che discende dal cielo; ma tale sacrificio è un vantaggio nell’interpretazione dei vangeli con un Gesù anzitutto uomo come noi, senza i problemi insormontabili nell’attribuirgli le presunte qualità divine come la prescienza-onniscienza-onnipotenza.

Lo stesso Paolo scrive due volte in 2Corinti 12,2-4 che Gesù è asceso-rapito al terzo cielo, identificato subito dopo col “paradiso” (classico celeste), che però ricorre nel NT solo qui e nel racconto (bello ma leggendario) del buon ladrone; in Apoc. 2,7 si tratta invece dell’Eden primordiale terrestre (Genesi 2,8s) con «l’albero della vita che sta (altro presente… relativistico) nel paradiso di Dio». Paolo tuttavia non parla mai della sua discesa dal cielo, e men che meno di incarnazione: pur usando in maniera massiccia il termine sarx (carne; ben un’ottantina di volte!), ma spesso in un’accezione pesantemente negativa.

Da ultimo una digressione escatologica. In pratica i kepleriani sono contemporanei alla formazione dell’unità d’Italia, che è però anche l’epoca dei miei bisnonni, coi quali i kepleriani risultano simultanei. Ma come disse all’amico Einstein, nelle loro passeggiate quotidiane di ritorno dall’università di Princeton (Usa), Kurt Gödel, uno dei più grandi logici della statura di Aristotele: «Caro Albert, spazio e tempo (separati) sono relativi ecc., ma il concetto di (co)esistenza non può essere relativizzato, pena la sua dissoluzione». Una realtà-evento non può esistere per uno, e non per un altro. Se quindi i kepleriani coesistono coi miei bisnonni, i miei cari devono esistere in qualche modo anche per me, anche se non sono più simultanei con me; come in un viaggio in treno si sono fermati in stazioni precedenti.

Tutto ciò costituisce una contestazione radicale del cosiddetto “presentismo”: ossia tutto quel che esiste è presente; tutto quel che è presente esiste; in pratica esiste ed è reale solo quel che è presente, per cui il passato non esisterebbe (più).