9 agosto

Sette. In spiaggia alle 19 tutti sbaraccano, come se fossimo in fabbrica. Nella spiaggia libera accanto stanno per andare via anche i componenti di una famigliola, all’apparenza straniera: tedeschi? olandesi? La mamma seduta ha in braccio un/a piccoletto/a che allatta, il ragazzino più grande avrà 10 o 12 anni. Si cambiano il costume bagnato, tutto molto in ordine, quasi in silenzio. Il grande poi aiuta il più piccolo. Li conto: mi pare che i figli siano in cinque. Ma poi guardo meglio: sono sette! La cosa mi stupisce non poco: non conosco famiglie con sette figli. Conosco un ragazzo della nostra scuola che mi pare abbia quattro fratelli più piccoli, e già mi sembra un’assoluta rarità. Anche a lui, devo dire, a volte la situazione sembra… piuttosto singolare, e quando ora se ne sta da solo nella residenza universitaria, gli pare di respirare. Il numero dunque. Ma poi lo stile: il silenzio, l’aiuto reciproco, l’ordine. Sì, questi sono fatti di un’altra pasta, credo, non sono come noi, ma non solo perché parlano un’altra lingua! C’è un pezzo di Europa dove è possibile fare sette figli e riuscire a sopravvivere, e dove i figli evidentemente si accontentano e imparano a cooperare. Del resto, ma devo andare indietro di tanti decenni, mio nonno non aveva forse 10 fratelli ed era il più vecchio? Ecco. Ma noi da tempo non siamo più quelli. È come vedere una foto di un altro tempo e di un altro mondo.

15 agosto

La medusa come metafora. Ho accarezzato una medusa. Era sola, nel mare, vagava. Io tentavo, al solito, di stare a galla. Con la sinistra ho accarezzato qualcosa di perfettamente liscio, morbido, come una tetta di silicone. Non mi ha fatto nulla. Mia nipote, invece, poche ore prima, strisciandone un’altra era rimasta irritata sul braccio. Le meduse sono bellissime. È la prima volta che ne tocco una. Dicono che prosperano se l’acqua è pulita e calda. Le meduse sono la trasparenza del bene, la purezza. E però pizzicano, e la gente scappa, invece di essere contenta. Sotto la cappella, i tentacoli sono irritanti. Bene e male sono compresenti e non distinguibili, nella presenza della medusa, nella medusa stessa. La prossima volta che mi butto in mare, devo sperare che l’acqua sia più sporca?

16 agosto

Il “miracolo” dell’imparare. Ho assistito a un “miracolo”, oggi. Un bimbo che conosco bene, davanti ai miei occhi, dopo aver provato ieri una piccola bicicletta e aver fatto oggi due pianti per non riuscire a prendere un po’ di velocità necessaria a non capitombolare, è riuscito nel giro di pochissimi minuti, una manciata, dopo essere stato prima tenuto per sicurezza dal padre, a lanciarsi da solo a attraversare una piazza. Certo, permangono difficoltà a sterzare… Ma la velocità con cui ha imparato è sorprendente. Mi chiedo qual è il momento esatto in cui ho imparato io ad andare in bici, a legarmi le scarpe, a fare la pipì da solo, a attraversare da solo la strada, a mangiare con la forchetta, a farmi il nodo alla cravatta (mai), a leggere i nomi su un cartello in strada… La prima volta, il momento aurorale. C’è un apprendistato, certo, ma c’è anche, a volte, un salto, inspiegabile, atteso ma imprevisto, in cui il dopo non può essere spiegato solo col prima. Se scoprissi che cosa c’è dentro questo “miracolo” potrei fare miracoli nel mio lavoro! Ma anche coi ragazzi più grandi e con problemi più complessi (ma davvero?) aspetto compirsi il miracolo, pronto ogni volta a stupirmi, dell’imparare.

18 agosto

Trovare, cercare. L’Italia è lunga. La via francigena la attraversa da nord a sud. Avevo salutato Alessandra dopo un incontro in una sala accanto alla pieve, mi giro verso l’ingresso della pieve: vedo due pellegrini con lo zaino, due giovani. Ne riconosco prima confusamente, poi chiaramente uno: è proprio lui! Ho una reazione di stupore: l’Italia è lunga, com’è possibile trovarsi qui? Se ci fossimo dati appuntamento, non sarebbe stato facile.

Anche se ci mandiamo gli auguri, sono anni che non ci vediamo. È stato un mio allievo. In un particolare momento l’ho conosciuto bene. Anni fa è morto suo padre. Mi ha cercato. Sono andato al funerale. È stata l’ultima volta che l’ho visto. Non credo al destino, alla provvidenza, alla sincronia, alle stelle… Sono un razionalista. Due rette parallele all’infinito non si incontrano. Però noi ci siamo incrociati, e abbracciati. Poi i due amici hanno continuato il cammino.

20 agosto

Tra scilla e cariddi. In uno di quei momenti spensierati dell’estate, birretta ai Murazzi con due amici/colleghi, uno dei due apre la conversazione raccontando di essere quasi venuto alle mani con una donna. «Ma dai, Andrea! Racconta». Il giorno prima, passando di fianco a una donna, aveva fatto un apprezzamento sulla sua bellezza, una frase apparentemente innocua del tipo: «Ma quanto sei bella!». La donna non ha reagito, ma un’altra donna che le si accompagnava ha preso le sue difese attaccando il mio amico a parole. E lui invece di andarsene, le ha risposto per le rime al punto che gli amici degli uni e delle altre hanno dovuto intervenire. Il mio amico pensa che le due donne fossero una coppia, e quella che aveva preso le difese fosse la compagna. Un fatto banale. Subito la discussione tra noi, soli maschi, prende avvio vivace, ma si polarizza tra me e i miei due colleghi, sorseggiando la birra molto fredda. Posizione dei miei amici: non c’è niente di male a fare un apprezzamento sulla bellezza con garbo, senza fischi, senza parole volgari. Chi di noi (maschi) si offenderebbe per una frase del genere? Bisognerebbe anzi andarne fieri. Posizione mia: e chi mai ti ha fatto un apprezzamento del genere per strada, Andrea? (a meno che non si tratti di una signora che venda le proprie prestazioni) Non vedi che si crea una situazione asimmetrica? È questo che non va. Ma non riesco a persuadere i miei amici. E non è il caso di bisticciare ora anche tra di noi per questo. Non almeno a mezzanotte, davanti a una birra lungo il fiume.

Giorni dopo, al mare, leggo sul cellulare su instagram il rilancio di un pezzo di Chiara Valerio su Repubblica del 18 agosto che prende spunto dall’ennesimo femminicidio che dice: «Oggi in Italia è possibile dire che le donne che muoiono, muoiono quasi tutte allo stesso modo. Uccise da compagni, mariti, conviventi. Anna Scala e Celine Frei Matzoh, sono le ultime due. […] Queste donne ammazzate hanno età diverse, fanno mestieri diversi, provengono e vivono in geografie differenti, appartengono a classi sociali diverse ma sono state tutte ammazzate da uomini che non nomineremo». Immagino sia l’incipit del pezzo sul giornale, ma vado poi a controllare ed è un passaggio successivo, di un articolo che si intitola Femminicidi, se l’assassino è la società. Confesso che questo modo di trattare l’argomento, che ritengo serissimo, non mi piace: l’enfasi che gioca sull’artificio (le donne morte qui significa la donne uccise, ma morte e uccise non sono sinonimi!) non giova alla causa. Ho dato un tema sull’argomento tempo fa: mi sono cercato sul sito Istat le statistiche, ho chiesto ai ragazzi di fare le loro considerazioni a partire dai dati, non dalle viscere.

Ed è così che mi sono trovato prima, coi colleghi maschi, ad essere troppo scopertamente “femminista”, e un paio di settimane dopo, ad essere incapace di assumere un punto di vista femminile. Così almeno mi ha detto un’amica con cui abbiamo commentato in chat questo articolo. Devo fare attenzione a come parlo.